In un saggio molto dibattuto, il filosofo francese Bruckner denuncia il senso di colpa, figlio
del relativismo culturale, in cui vive la nostra civiltà. Una sorta di...
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«Il mondo intero ci odia e noi ce lo siamo meritato: di questo è convinta la maggioranza degli europei, almeno all'Ovest». Una "valanga penitenziale". È questa la febbre che attraversa l'Occidente, e soprattutto l'Europa. Febbre che peraltro, nei secoli e con maggior intensità negli ultimi decenni, ha sempre fatto parte della fisiologia culturale occidentale: un crasso cupio dissolvi, sostenuto con zelo e compiacimento da una cerchia intellettuale - tutt'altro che debole mediaticamente - che, per dirla con Pascal Bruckner, «non ha mai elaborato il lutto per la fine del comunismo».
Tale cerchia si rifugia, quindi, in un flagellazione dell'Occidente e della sua cultura, considerati come gli unici responsabili del male esistente al mondo. La diagnosi, lucida e provocatoria, viene da un filosofo "gauchista della prima ora", sodale di André Glucksmann e oggi bersaglio dei peggiori strali dell'intellighenzia di sinistra internazionale, che lo ha etichettato come "fondamentalista dell'illuminismo".
Si sentiva davvero il bisogno di un saggio come quello che Bruckner ha da poco consegnato alle librerie col titolo La tirannia della penitenza (Guanda Editore, pagg. 238, euro 14,50). Soprattutto perché, caso raro nel diluviante panorama saggistico attuale (dove "apocalittici" e guru della grande "ossessione antiamericana" - per dirla con J.F. Revel - come Noam Chomsky e Gore Vidal creano una sorta di pensiero unico editoriale), La tirannia della penitenza ha la forza di smascherare il masochismo occidentale come un ennesimo parto culturale del nostro mondo, una forma sottile di colonialismo alla rovescia, «una tradizione europea che va da Montaigne a Sartre».
Gli occidentali (e per questo termine vanno intesi in questa cornice soprattutto gli europei)soffrono di un senso di colpa che li fa sentire responsabili di qualsiasi conflitto, crimine dell'umanità, genocidio messo in scena sul palcoscenico della storia: da qui la delirante disposizione ad accettare qualsiasi lamento e rivendicazione da parte di qualsiasi popolo o, all'interno delle proprie società, di qualsiasi minoranza assetata di giustizia retroattiva. Tra queste, va da sé, le più agguerrite sarebbero proprio quelle più integraliste, lobbizzate e del tutto antilaiche.
Da questo tic letale nascerebbe, sempre secondo Bruckner, quell'alleanza psicologica e pratica, dalle simboliche mostruose fattezze di un minotauro contro natura, tra estremismo di sinistra e fanatismo islamico. Un'alleanza, peraltro, invocata recentemente e chiaramente da due terroristi - di ben diversa caratura internazionale - come il famigerato Carlos e la BR italiana Nadia Desdemona Lioce. Bruckner definisce questa alleanza un "inganno reciproco", una sorta di innaturale matrimonio che vede no-global, terzomondisti, trotzkisti (ma anche estrema destra e nuovi movimenti nichilisti e relativisti) votarsi a una forma a tal punto virulenta di antioccidentalismo per cui il profilo assolutista ma "puro" del Mullah Omar diventa preferibile al cinismo di un Dick Cheney, o un attentato kamikaze in una metropolitana (peggio: il crollo delle Torri Gemelle) diventano equiparabili a un'operazione militare di un esercito "ufficiale".
Quel relativismo culturale che, scrive con incisività Bruckner, che «ci impone di considerare ciò che pure chiamiamo i nostri valori come semplici pregiudizi, come credenze di quella tribù particolare che si definisce Occidente». Dopo il crollo delle ideologie totalitarie comunista, nazista e fascista, infatti, l'ultima chance per restare in contatto con le masse sarebbe questo cocktail furioso dove il vero nemico è considerato il sistema liberale occidentale. «Così come il comunismo torna ad essere seducente a mano a mano che il ricordo dell'Urss si attenua - scrive Bruckner - il terzomondismo fiorisce di nuovo dall'oblio del maoismo, dei khmer rossi, della guerriglia sudamericana. È proprio il fallimento di queste utopie concrete a spiegare il risorgere della dottrina, all'improvviso liberata dalla necessità di confrontarsi col reale. Le ideologie non muoiono mai, si metamorfizzano e rinascono sotto forme nuove proprio quando le si credeva sepolte per sempre». E se il nuovo terzomondismo ha una caratteristica del tutto originale, prosegue Bruckner, è questa: che se «quello di ieri, esauritosi durante gli anni Ottanta, era un terzomondismo proiettivo, che sosteneva regimi che si pensava incarnassero il nuovo Eden rivoluzionario, quello di oggi è introspettivo e rivolto contro di sé: ci si odia, più che amare gli altri».
Agli occhi degli occidentali antioccidentali, dunque, l'integralismo religioso rappresenta comunque un alleato contro il colonialismo e l'arroganza culturale dell'Ovest. «Questa ricerca di legame [tra due forze inconciliabili, ndr.] - afferma Bruckner - dimostra una volta di più che la passione dell'estrema sinistra non è la libertà, ma la schiavitù in nome della giustizia». Parole inequivocabili e forti, che avvicinano il filosofo francese all'amico e collega André Glucksmann, recentemente al centro di polemiche dopo aver criticato a sua volta questa forma di antioccidentalismo in diverse dichiarazioni pubbliche e in un saggio di qualche tempo fa, dal titolo Occidente contro Occidente (Lindau Edizioni, 2004, pagg. 214).
La posizione di Bruckner, Glucksmann, e di intellettuali sempre dell'area gauchista e liberal ma dichiaratamente schierati con le ragioni dell'Occidente, come ad esempio l'americano Paul Berman, autore di Terror And Liberalism, attira prevedibilmente strali da un fronte compatto e mediaticamente sovraesposto secondo cui "Bush e Bin Laden pari sono" e "l'11 settembre è l'inevitabile conseguenza dei crimini perpetrati dagli Stati Uniti" (sempre che, secondo la ben nota teoria complottista, non sia un massacro confezionato in casa, ovvio!). La catarsi appare, quindi, la Grande Penitenza. «Questa invocazione al pentimento - spiega Bruckner - contiene in sé una profonda verità: è il messaggio che ripete ossessivamente da oltre mezzo secolo, e dietro la maschera di un edonismo di maniera, la filosofia occidentale, la quale vuol essere insieme parola emancipatrice e cattiva coscienza del proprio tempo.
Ciò che essa inocula, sotto una parvenza di ateismo, non è altro che l'antico veleno della dannazione, la vecchia dottrina del peccato originale: in terra guidaico-cristiana non esiste miglior sprone del senso di colpa, e quanto più filosofi e sociologi si proclamano agnostici, atei, liberi pensatori, tanto più confermano la fede che vorrebbero rifiutare. [.] Dall'esistenzialismo al decostruzionismo, il pensiero moderno si consuma nella denuncia meccanica dell'Occidente, della sua ipocrisia, della sua violenza, dell'abominio che lo contraddistingue. Gli spiriti migliori vi si sono sprecati, e sono pochi coloro che non sono stati travolti da questo automatismo: se uno plaude a una rivoluzione religiosa o a un regime illiberale, l'altro si esalta davanti alla bellezza del terrorismo e sostiene un gruppo di guerriglieri solo perché contestano la logica imperialista dell'Occidente.
Indulgenza per le dittature straniere, intransigenza verso le nostre democrazie. Eterno movimento: un pensiero critico, dapprima sovversivo, si ritorce contro se stesso trasformandosi in un nuovo conformismo. [.] L'audacia [.] si trasforma in banalità; il rimorso [.] diventa dogma». Da questo cortocircuito ideologico, accusa Bruckner, nasce una nuova forma di colonialismo intellettuale, un «paternalismo della cattiva coscienza, perché pensarsi come i re dell'infamia significa porsi tuttora al punto più alto della storia». Freud lo ha spiegato chiaramente, il masochismo altro non è che sadismo rovesciato. E così, «dopo ogni esplosione [attentato, ndr.] ci affanniamo a rintracciarne i motivi, in un affastellarsi di spiegazioni che evoca contemporaneamente tutti i problemi del mondo, così grande è l'ansia di mettere le nostre ragioni in bocca ai jihadisti, ance se ne disapproviamo i metodi. Per contrastare il loro angosciante silenzio, parliamo al loro posto, suggeriamo le risposte».
Ultimo passo di questo avvitamento psicologico e intellettuale è l'arrivare a considerare l'intero problema del terrorismo islamico come un'invenzione a tavolino, o al meglio qualcosa di "indotto". «Da qui una certa sensazione di schizofrenia nella vecchia Europa, la quale combatte a fianco degli Stati Uniti un terrorismo di cui continuamente cerca di negare o minimizzare l'importanza». È il pacifismo del "lasciateci in pace". È «la nostra stessa esistenza in quanto tale - prosegue amaramente Bruckner - a riuscire loro intollerabile.
Ma questa constatazione è a sua volta intollerabile per noi; per restare nel cerchio della ragione, per continuare a nutrire l'idea che anche i nemici della ragione hanno il dovere di essere ragionevoli (Paul Berman), dobbiamo a tutti i costi prestare agli assassini i loro stessi argomenti». Da quasi venticinque anni Bruckner lavorava a questa teoria: «Sin da quando - ha spiegato recentemente in un'intervista - condannai il terzomondismo nel mio saggio Il singhiozzo dell'uomo bianco. Credevo che la mentalità che vede l'Occidente colpevole di ogni crimine sin dalle origini e la decolonizzazione come liberazione di una umanità nuova fosse scomparsa. Invece è tornata più prepotente che mai. Solo che oggi quei paradisi di riferimento sono spariti insieme al Terzo mondo e al comunismo. Sicché l'europeo si ritiene responsabile di ogni inferno in terra: guerre civili, nazionalismi, integralismi.
I primi ad approfittarne sono gli integralisti musulmani. Sostengono che la responsabilità della loro arretratezza in ogni campo debba ricadere sulla costante cospirazione dell'Occidente contro di loro: sono in ritardo per colpa nostra, noi siamo in debito verso di loro da sempre e l'ultimo capitolo di questo debito è naturalmente Israele». Sempre in La tirannia della penitenza, Bruckner definisce il palestinese l'ultimo esponente del mito, tutto occidentale, del "buon selvaggio". «Secondo i gauchisti intransigenti e la vecchia ideologia terzomondista - spiega il filosofo francese - nella galleria degli eroi della rivoluzione, dopo i maoisti, i cambogiani, i cubani, tutti scomparsi, rimane soltanto l'ultimo oppresso tra gli oppressi: il palestinese, che porta sulle spalle tutta la sofferenza del mondo». I vecchi tic, i vecchi errori ideologici, dunque, si ripeterebbero in questo scorcio di inizio millennio, in forme solo apparentemente differenti da quelle appartenenti al passato.
L'autoaccusa penitenziale occidentale, agli occhi di Bruckner, assume i colori tetri di quella che vedeva protagonisti, negli anni Trenta e Cinquanta, i comunisti nei processi dell'epoca staliniana. «I crimini commessi in passato - scrive sarcasticamente Bruckner - ci intimano di tenere la bocca chiusa, l'unico nostro diritto è il silenzio. [.] Nel riserbo e nella neutralità troveremo la nostra redenzione: non partecipare, non impegnarsi più negli affari della nostra epoca se non offrendo la nostra approvazione a coloro che un tempo abbiamo oppresso.
Così si profileranno due tipi di Occidente: quello buono, quello della vecchia Europa che si rintana e tace, e quello cattivo, quello degli Stati Uniti che intervengono e si immischiano di ogni cosa. Naturalmente non si educano intere generazioni all'autoflagellazione senza pagarne lo scotto. [.] Dopo la caduta del Muro, il vecchio mondo, vittima della sua vittoria sul comunismo, ha smobilitato. Un clima di rinuncia ha fatto seguito all'euforia del trionfo. Dall'Africa, all'Asia, al Medio Oriente, il mondo intero bussa alla porta dell'Europa, vi vuole mettere piede proprio quando quest'ultima si macera nella vergogna di sé».
Sentimento di vergogna che, peraltro, altri mondi e altre culture non provano:ad esempio, non sembra esistere un'analisi autocritica e penitenziale del mondo islamico sul tema dello schiavismo, analoga a quella occidentale. Perché, questa una delle riflessioni centrali che Bruckner intende consegnare ne La tirannia della penitenza, «l'Europa ha senza dubbio generato dei mostri, ma con il medesimo atto ha creato anche il pensiero che permette di teorizzarli e distruggerli. Succedendo agli arabi e agli africani, gli europei hanno dato inizio alla tratta dei neri [.], ma hanno ispirato l'abolizionismo e messo fine alla schiavitù prima che negli altri continenti; hanno commesso i peggiori crimini e si sono dotati dei mezzi per sradicarli. [.] Dall'ordine medioevale nasce il Rinascimento, dal feudalesimo l'aspirazione democratica, dall'oppressione della Chiesa, l'Illuminismo».
L'invocazione più alta del saggio di Bruckner sembra infine essere quella di riscoprire la nobiltà dei valori occidentali, scongiurando la disunione dell'Occidente. «Al grande fratello d'oltreoceano spetta essere il maledetto della famiglia, la progenitura disonorante, la serpe annidata in seno all'Occidente. [.] L'odio si rivolge verso quanto vi è di più intimo, di cui si sconfessa l'intollerabile prossimità». L'America. «Da questo momento in poi il nostro disagio smette di condurci all'autoflagellazione e si sposta provvidenzialmente su un terzo, simbolo del crimine assoluto.
Matrigna pentita, l'Europa vuole rifarsi una verginità assassinando simbolicamente la propria figlia sull'altra sponda dell'Atlantico. [.] L'antiamericanismo è diventato da noi un vero e proprio passaporto per la notorietà: nel 2005 il drammaturgo inglese Harold Pinter, feroce detrattore di Bill Clinton e di Goerge W. Bush, ma membro del comitato di sostegno a Milosevic, ha ottenuto il premio Nobel per la letteratura. [.] La fobia nei confronti dell'America, ultima religione civile dell'Europa occidentale, ci permette di sfuggire alla cattiva coscienza affiliandoci ai continenti che un tempo abbiamo colonizzato. La Francia, la Germania, la Spagna, l'Italia, diventati dei nani politici, sembrano proclamare agli occhi dell'opinione pubblica: noi divorziamo dall'Occidente».
Un sentimento che si trasforma, chiaramente, nelle teorizzazioni di intellettuali non necessariamente di ultrasinistra, come ad esempio nel caso di Alain de Benoist che così invoca una "medesima battaglia per Europa e Terzo mondo": «Che si permetta a un intellettuale, apparentemente di destra, di dire tranquillamente per quale motivo si sente rigorosamente solidale con il Terzo mondo [.] perché ritiene che la cultura europea e il modo di vita occidentale siano ormai entità distinte, perché spera e crede che la lotta per il futuro si riassumerà in una formula: l'Europa e il Terzo mondo uniti contro l'Occidente». Per Pascal Bruckner, e speriamo non solo per lui, sarebbe il suicidio.
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BIBLIOGRAFIA
- La tirannia della penitenza, di P. Bruckner - Guanda Editore, Milano 2007
- Occidente contro Occidente, di A. Glucksmann - Lindau Editore, Torino 2004
- L'ossesisone antiamericana, di J. F. Revel - Lindau Editore, Torino 2004
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