Dalla Dichiarazione di jihad antiamericana del 1996 alla creazione, due anni dopo, di un fronte islamico contro gli ebrei e i crociati: l'escalation che Osama bin Laden imprime al suo movimento ha un chiaro obiettivo, colpire al cuore gli Stati Uniti. Gli attentati dell'estate 1998 alle ambasciate americane in Kenya e in Tanzania sono il preludio all'11 settembre 2001
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La storia di Al-Qaeda:
attacco agli USA
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(Terza Parte) |
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Al-Qaeda dichiara guerra agli Stati Uniti
La riacquistata forza di al-Qaeda fu evidenziata dalle dichiarazioni pubbliche emesse, tra il 1996 e il 1998, da Osama, che riprese i temi tipici delle sue rivendicazioni, ampliandoli e rendendoli più aggressivi. Sono tre le fatawa diffuse in questo periodo da al-Qaeda: la prima il 23 agosto del 1996, la seconda nel febbraio 1997 e la terza, che annunciò la formazione del Fronte islamico mondiale per il jihad, il 23 febbraio 1998. Dai proclami risultò evidente che, sebbene il rovesciamento del governo saudita rimaneva uno dei principali obiettivi di Osama, gran parte della sua campagna era diretta contro gli Stati Uniti ed Israele.
Il 23 agosto 1996 fu pubblicata la Dichiarazione di jihad contro gli americani che occupano la terra dei due luoghi santi. Il documento, emesso all'indomani dell'arrivo di bin Laden in Afghanistan, riprendeva i temi principali delle sue rivendicazioni: i soprusi, le ingiustizie e i massacri che i musulmani subiscono dall'alleanza cristiano-giudea e dai suoi sostenitori. Diversamente dagli appelli precedenti, si indirizzava non solo ai musulmani che si trovavano nella Penisola arabica, ma anche a quelli del Medioriente, dell'Asia centrale, del Corno d'Africa, del Caucaso, dei Balcani e del Sud Est asiatico, che subivano l'arroganza americana sotto la copertura delle Nazioni Unite. Osama mise l'accento sull'occupazione dell'Arabia Saudita, fulcro del mondo islamico e sullo stato di miseria in cui versavano i suoi abitanti, in un paese in cui corruzione, disoccupazione, inflazione e povertà dilagavano. Le sofferenze dei musulmani e la loro povertà erano conseguenza del mal governo della monarchia saudita che non guidava il paese secondo la legge di Dio, avendo permesso l'occupazione statunitense e arrestato coloro che si erano opposti.
Bin Laden paragonò l'Arabia Saudita ad un vulcano pronto ad "explode and destroy unbelief and corruption wherever it comes from". Per lui la resistenza era iniziata con gli attacchi agli americani di Riyadh e Khobar, considerati un chiaro segnale del "destructive torrent which is produced by bitter repression, terribile injustice, and the humiliating poverty that we see today". Egli incitava al boicottaggio dei prodotti americani ed esortava i combattenti che lottavano in Afghanistan e in Bosnia a non deporre le spade, autorizzando il jihad contro gli americani colpevoli di aggressione.
Nel marzo 1997, Osama, nonostante avesse rassicurato al Mullah Omar di muoversi con maggior circospezione, rilasciò un'intervista, in cui spiegò la propria posizione nei confronti degli Stati Uniti e del regime saudita, nonché gli obiettivi che intendeva raggiungere. Innanzitutto, egli ribadì il suo punto di vista nei confronti dei sauditi, vassalli degli Stati Uniti, che mantenevano il prezzo del petrolio volutamente basso per far fronte alle richieste degli americani. In pratica, Osama dichiarò il takfir contro la famiglia reale, affermando che essa non poteva essere considerata musulmana e, di conseguenza, la sua uccisione era giudicata lecita. Gli americani, invece, dovevano essere cacciati dalla Penisola arabica e dall'intero mondo musulmano. Ad essere colpito non sarebbe stato solamente l'esercito, ma anche i civili americani, innanzitutto, perché votando sono responsabili delle azioni del loro governo e, in secondo luogo, perché gli stessi Stati Uniti non hanno risparmiato nessun civile in Palestina, Libano e Iraq.
Quando Arnett gli chiese quale tipo di società aveva in mente di creare, bin Laden rispose che, quando i musulmani avrebbero di nuovo preso il potere della loro terra, la religione di Dio avrebbe preso il sopravvento e si sarebbe governato secondo la rivelazione del Profeta. Al di la delle frasi di rito, la risposta di bin Laden mette in evidenza la completa assenza di un reale piano politico, oltre ovviamente all'imposizione della shari'a che, comunque, è già applicata in Arabia Saudita.
La dichiarazione di guerra di bin Laden e la seguente attenzione mediatica divise i talebani. Alcuni di loro non si sentivano responsabili per la sicurezza di un uomo che stava mettendo in pericolo le loro relazioni con altri paesi. I talebani, infatti, non avevano alcuna controversia con gli Stati Uniti, che, anzi, li appoggiavano in quanto forza stabilizzatrice della regione. Tuttavia, gli attacchi di bin Laden alla monarchia saudita erano una violazione del giuramento che il Mullah Omar aveva fatto al principe Turki di tenere il loro ospite sotto controllo. Altri erano, invece, riconoscenti a bin Laden che li stava aiutando a ricostruire il paese fornendo lavoro per far riprendere l'economia. Essi si consideravano suoi seguaci e ritenevano che si fosse trattenuto fin troppo dall'attaccare l'Arabia Saudita o dal parlare alla stampa.
Il Mullah Omar decise di far trasferire Osama da Jalalabad a Kandahar, ufficialmente per garantirgli maggiore protezione (il Mullah Omar lo informò che dei mercenari stavano organizzando di rapirlo), in realtà, per tenerlo sotto controllo ed evitare altre interviste. Questo trasferimento, però, non servì a bloccare Osama dal fare sentire ancora una volta la sua voce. Nel febbraio 1997 emise un'altra fatwa nella quale nominò e sfidò il segretario della difesa americano William Cohen, celebrando le virtù degli attentatori suicidi: "This young love death as you love life. They inherit dignity, pride, courage, generosity, truthfulness, and sacrifice from father to father. They are most steadfast at war."
Il Fronte islamico mondiale per il jihad
Il 23 febbraio 1998, Osama annunciò ai suoi seguaci la formazione del Fronte islamico mondiale per il jihad contro gli ebrei e i crociati (al-Jabhah al-Islamiyya al 'Alamiyyah Li-Qital al-Yahud Wal-Salibiyyin). La fatwa arrivò nel momento di massimo rinnovamento e forza di al-Qaeda, dopo un anno e mezzo di lavoro. I firmatari dell'accordo furono, oltre Osama, al-Zawahiri, capo del Jihad islamico egiziano; Taha, capo del Gruppo islamico dell'Egitto; Shayakh Mir Hamzah, segretario della Jamiat-ul-Ulema-e-Pakistan e Fazlul Rahman, capo del Movimento per il jihad del Bangladesh. Osama firmò come individuo. L'esistenza di al-Qaeda fu mantenuta segreta.
Il 23 febbraio 1998, Osama annunciò ai suoi seguaci la formazione del Fronte islamico mondiale per il jihad contro gli ebrei e i crociati |
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La coalizione si basava su tre principi. Innanzitutto, Osama non era considerato il comandante in capo ma "the inciter-in-chief". Fin dall'inizio, rifiutò l'idea di essere il capo di tutti i gruppi sunniti militanti che combattevano contro gli Stati Uniti. Chiaramente egli era il capo di al-Qaeda ma non cercava di ottenere il controllo sugli altri gruppi, insistette piuttosto che il suo ruolo era quello di incitare al jihad nel mondo musulmano. Ciò che bin Laden si aspettava dalla creazione del Fronte era, innanzitutto, diminuire la capacità americana di concentrarsi esclusivamente su al-Qaeda, rendendole più facile lavorare a livello internazionale riducendo di conseguenza le pressioni su un gruppo specifico.
Gli altri due principi a base dell'alleanza non erano negoziabili ed e impegnavano i gruppi che la avevano sottoscritta a operare contro gli Stati Uniti e a subordinare le dispute all'interno della coalizione di natura ideologica, etnica e altre questioni, alla sconfitta degli Stati Uniti. Il preferire il ruolo di incitatore anziché quello di comandante e un comando generico non strettamente vincolato, sono concetti estranei al mondo occidentale.
La dichiarazione riprendeva i temi tipici delle rivendicazioni precedenti, elencando brevemente i crimini commessi dagli americani e dai loro alleati nei confronti dei musulmani, affinché il popolo non dimentichi. Gli americani, occupando la Penisola arabica, sono accusati di aver razziato le sue ricchezze e terrorizzato gli abitanti. Nel testo si condannava l'alleanza tra crociati e giudei contro l'Iraq, che aveva provocato migliaia di vittime con la guerra e l'embargo petrolifero. Esprime disapprovazione per la politica internazionale americana in Medioriente a servizio dello stato di Israele, il cui interesse è indebolire gli stati della regione, in primo luogo l'Iraq, quello più forte, per assicurarsi la sopravvivenza e per consentire agli americani di continuare la loro occupazione. Gli Stati Uniti con le loro azioni avevano dichiarato guerra a Dio, al suo Messaggero e ai musulmani. Sulla base di tali crimini, il Fronte emise una fatwa nella quale riteneva un dovere: "uccidere gli Americani ed i loro alleati - civili e militari- è un dovere individuale per ogni musulmano che possa farlo in qualsiasi paese sia possibile farlo, per liberare la moschea di al-Aqsa e la moschea Santa [della Mecca] e perché o loro eserciti escano dalle terre dell'Islam, sconfitti ed incapaci di minacciare i musulmani."
Il jihad, generalmente riferito ad un territorio preciso, fu in quest'occasione inteso in senso più ampio, come attacco al mondo musulmano in generale rappresentato dai firmatari della dichiarazione. Gli americani erano, infatti, considerati come il nemico universale e il castigo al quale andavano incontro aveva un valore universale e applicabile ovunque si trovino nel mondo. È l'internazionalizzazione della lotta tra il bene ed il male.
Al-Qaeda, anziché concentrare energie e risorse in una campagna contro i governi musulmani che non aderivano ai precetti islamici, aprì un secondo fronte dichiarando guerra agli Stati Uniti, considerati il "regno di Satana". Essi erano accusati di favorire la permanenza al potere dei "falsi" regimi musulmani. Ciò che Osama non riusciva a tollerare, non era tanto lo stile di vita americano, quanto la sua politica estera nei confronti dei paesi musulmani che ne consentivano l'occupazione (è il caso dell'Arabia Saudita), inconcepibile per Osama.
La fatwa fu seguita da una serie di conferenze stampa e interviste. Nello stesso periodo, Osama concesse un'intervista a John Miller, un giornalista dell'emittente americana ABC dove ribadì alcuni concetti: "ogni americano che paga le tasse al suo governo è nostro bersaglio perché aiuta la macchina da guerra americana contro la nazione musulmana [.] Terrorizzare oppressori criminali e ladri e rapinatori è necessario per la sicurezza della gente e per la protezione delle sue proprietà."
Egli negava di essere un terrorista e spiegava che il Fronte era nato per "coordinare il risveglio della nazione musulmana affinché porti il jihad contro i sionisti ed i crociati". Dichiarava, inoltre, che gli occidentali consideravano i musulmani dei macellai a causa dei media ebrei che diffondevano notizie false.
Dopo la fatwa emessa dal Fronte, anche le fortune di al-Qaeda andarono aumentando. Fino ad allora, il nome di bin Laden e la sua causa non erano conosciute al di fuori dell'Arabia Saudita e del Sudan, ma la notizia della nuova fatwa gli diede ulteriore pubblicità. Molti giovani giunsero da tutto il mondo per unirsi a lui.
Nel frattempo, due sauditi, Mohammed al-'Owhali e Jihad Ali Azzam, si stavano preparando per la prima grande operazione di al-Qaeda prevista per il mese successivo.
Gli attentati dell'estate 1998 alle ambasciate americane in Kenya e in Tanzania
Nonostante il rumore, l'attenzione dei media e la chiamata al jihad, al-Qaeda non aveva fatto ancora nulla di concreto. C'erano stati grandi progetti e rivendicazioni di successi passati, ai quali essa non aveva preso parte o vi era stata coinvolta solo in modo marginale. Sebbene al-Qaeda esistesse da dieci anni ormai, era ancora un'organizzazione sconosciuta e poco importante. Migliaia di giovani venivano addestrati nei sui campi e ritornavano nei loro paesi d'origine con tutte le conoscenze necessarie per organizzare degli attentati: anche se essi prestavano giuramento a bin Laden, non facevano formalmente parte della sua organizzazione. Fino a quel momento, al-Qaeda era concentrata a raccogliere fondi, armi ed ad addestrare individui per operazioni che venivano portate a termine da gruppi ad essa alleati.
La situazione era destinata a cambiare. Il 7 agosto 1998, due esplosioni, avvenute a pochi minuti di distanza l'una dall'altra, colpirono le ambasciate americane di Nairobi, Kenia, e Dar es Salaam, Tanzania. Gli attacchi furono pianificati, diretti ed eseguiti direttamente da al-Qaeda sotto la supervisione di bin Laden.
Le ambasciate, si trovavano in territorio non musulmano e le vittime furono per la maggior parte civili, come era stato minacciato nella fatwa. Gli attacchi segnarono un mutamento delle operazioni, da difensive sul territorio musulmano a offensive in territorio nemico.
Le bombe furono la diretta conseguenza della dichiarazione di guerra agli Stati Uniti e il suicidio degli attentatori fornì una copertura morale ad un'azione che si proponeva di colpire il maggior numero di persone possibile.
Al-Qaeda iniziò a pianificare l'attentato già nel 1993, affidando il compito ad una squadra guidata da Ali Mohammed ed un esperto di computer. La squadra disponeva di un appartamento a Nairobi, dove gli agenti operativi e i capi vivevano o si incontravano di passaggio, fornito di un laboratorio per sviluppare le fotografie di sorveglianza. Le tecniche di sorveglianza e l'equipaggiamento impiegato per le comunicazioni, comprendevano videocamere che arrivavano dalla Cina ed erano distribuite in Germania.
Nel gennaio del 1994, bin Laden ricevette il rapporto di sorveglianza, completo di diagrammi preparati dagli specialisti di computer. Il rapporto fu esaminato da Osama e dai più alti livelli della commissione militare di al-Qaeda, Banshiri e il suo sostituto, Mohammed Atef (Abu Hafs al-Masri). La conclusione a cui arrivarono fu che l'ambasciata americana di Nairobi era l'obbiettivo più semplice, perché più facile da colpire con una macchina riempita di esplosivo. Al-Qaeda iniziò a sviluppare la competenza tattica per questo tipo di attentato molti mesi prima, quando alcuni dei suoi agenti operativi, furono mandati in campi di addestramento in Libano per essere addestrati dagli Hezbollah.
La cellula in Kenya dovette superare molti ostacoli, dovuti in parte al ritardo tra la preparazione e l'effettiva esecuzione dell'attentato. Uno di questi, nell'agosto del 1997, rischiò di annullare l'operazione. La cellula keniota, infatti, entrò nel panico perché un quotidiano londinese, Daily Telegraph, riportò che Madani al-Tayyib, formalmente a capo della commissione finanziaria di al-Qaeda, stava fornendo delle informazioni importanti ai sauditi e questi ultimi a loro volta le stavano comunicando alle autorità americane e britanniche. Nello stesso momento, componenti della cellula africana vennero a sapere che agenti statunitensi e kenioti stavano ispezionando la residenza keniana di Wadi al-Hage, e che il suo telefono era stato intercettato.
Questi imprevisti non bloccarono la pianificazione dell'operazione che continuava ad andare avanti. Meno di un mese dopo la pubblicazione della fatwa che annunciava la formazione del Fronte, la squadra che doveva portare a termine l'attentato si trasferì a Nairobi a Dar el Salaam. La tempestività e il contenuto delle istruzioni fanno pensare che la decisione finale dell'attacco fu presa quando venne emessa la fatwa. I quattro mesi
A Nairobi fu presa in affitto una stanza d'albergo per gli attentatori, mentre l'auto per portare a termine l'attentato fu acquistata poco prima l'attacco |
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successivi furono passati ad organizzare gli attentati. I componenti delle cellule affittarono le case, acquistarono tutti i materiali per preparare una bomba e mezzi di trasporto. Un esperto di esplosivi fu affiancato alla squadra per l'assemblaggio delle armi. A Nairobi fu presa in affitto una stanza d'albergo per gli attentatori, mentre l'auto per portare a termine l'attentato fu acquistata poco prima l'attacco.
Il 7 maggio, Mohammed Atef, il comandante militare di al-Qaeda, spedì via fax all'ufficio di bin Laden di Londra una nuova fatwa emessa da un gruppo di sceicchi che si trovavano in Afghanistan. Una settimana dopo, essa fu pubblicata su Al-Quds al-Arabi, lo stesso giornale londinese in lingua araba che pubblicò la fatwa emessa da bin Laden nel febbraio, dove veniva riproposto lo stesso messaggio: il dovere per i musulmani è di condurre la guerra santa contro i nemici dell'Islam e di espellere gli americani dalla regione del Golfo. Due settimane dopo, bin Laden rilasciò un'intervista alla ABC utilizzando gli stessi slogan.
Il primo agosto, gli elementi della cellula non direttamente coinvolti nell'attentato lasciarono l'Africa. Quelli rimasti iniziarono l'assemblaggio della bomba. Bin Laden e il resto della leadership di al-Qaeda lasciarono Kandahar per rifugiarsi nella campagna, aspettandosi una risposta americana. Nel frattempo le rivendicazioni furono faxate agli uffici di al-Qaeda e a quelli del Jihad islamico egiziano di Baku con l'ordine di trasmetterle al giornale Al-Quds al-Arabi. Una proclamava la formazione dell'Esercito islamico per la liberazione dei due luoghi sacri, mentre le altre due, una per ciascuna ambasciata, annunciavano che gli attacchi erano stati compiuti da un battaglione dell'Esercito islamico.
Modalità di esecuzione
Gli attentati alle ambasciate americane di Nairobi e Dar es-Salaam, sancirono il definitivo passaggio della lotta dal "nemico vicino" al "nemico lontano". Non solo, esse rivelarono al mondo la natura di al-Qaeda, i cui elementi caratterizzanti erano l'azione spettacolare e il reclutamento esteso e decentralizzato a carattere messianico. Gli attentati suicidi multipli e simultanei introdussero una nuova e rischiosa strategia, aumentando la probabilità che l'attentato potesse fallire o essere scoperto, ma se avesse avuto successo, al-Qaeda avrebbe ottenuto un'ineguagliata attenzione mondiale.
Sia la scelta del bersaglio che la data mettono in evidenza la volontà di affermazione di al-Qaeda come organizzazione terroristica. La data (7 agosto) è l'ottavo anniversario dell'istallazione delle truppe statunitensi in Arabia Saudita (7 agosto 1990). L'attacco rappresentò chiaramente un'azione di rivalsa nei confronti della presenza militare americana nel paese. All'indomani della sua partenza dall'Arabia Saudita, egli aveva giurato la fine del regno dei Saud, responsabile delle sventure del mondo musulmano, risalenti all'inizio del secolo, e il ripristino del Califfato mondiale che avrebbe unificato sotto di sé tutti i musulmani. L'attentato segnò, inoltre, l'abbandono delle lotte interne ai singoli paesi e la conseguente lotta congiunta contro gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita.
Un altro elemento introdotto dagli attentati alle ambasciate americane, riguarda il modus operandi di al-Qaeda: d'ora in avanti si moltiplicheranno gli attentati simultanei. Gli attentati di New York, di Casablanca, di Istanbul, di Madrid e di Londra sono un esempio del nuovo approccio caratterizzato dalla riproducibilità tecnica. Si tratta nella pratica di far apparire l'attentato non come frutto di una casualità, di un caso fortuito o di una situazione particolarmente propizia, ma l'esito di "un processus industriel contrôlé de bout en bout, prévisible et reproductible". La concentrazione temporale degli attacchi (amplificata dai media, il cui utilizzo rappresenta una delle caratteristiche fondamentali di al-Qaeda) è il simbolo dell'onnipresenza e del superpotere dell'organizzazione.
Sebbene nell'attentato morirono più africani che americani (furono più di duecento le vittime), non ci fu nessuna azione violenta di sdegno da parte dei musulmani. La diffusa antipatia nei confronti degli americani e della loro politica di sostegno ad Israele, attenuarono le critiche nei confronti simili azioni. Bin Laden ha dato diversi significati all'attentato. Inizialmente, egli affermò che l'obiettivo fu scelto a causa dell'invasione della Somalia; poi descrisse un piano americano di dividere il Sudan, che, secondo lui, veniva preparato nell'ambasciata di Nairobi. Poi, disse ai suoi seguaci che le ambasciate sono state colpite, perché lì fu organizzato il genocidio in Ruanda.
Nella visione di Osama e nel modo di pensare dei suoi sostenitori, il leader di al-Qaeda agì secondo i dettami dell'Islam. In base alla legge islamica, infatti, l'attacco al nemico deve essere preceduto da una fatwa, in questo caso quella emessa sei mesi prima l'attentato, il 23 febbraio. In più, Osama ricevette il sostegno di quaranta religiosi afgani che, il 12 marzo, emisero una fatwa per chiamare al jihad contro gli americani e un'altra simile, sottoscritta dallo sceicco Ahmed Azzam, fu divulgata da un gruppo di religiosi pachistani alla fine di aprile 1998. Le due fatawa resero possibile controbattere alle critiche di coloro che affermavano che Osama non aveva alcuna autorità per emettere un editto religioso. Il 26 maggio 1998, alla conferenza stampa tenuta ad al-Badr, in occasione della quale Osama annunciò la formazione del Fronte, parteciparono al-Zawahiri e Muhammed Atef, che sostennero l'operato di Osama. Due mesi prima dell'attentato, lo sceicco Ali al-Hudaifi, l'imam della Moschea di Medina, sostenne la chiamata al jihad di Osama, domandando pubblicamente la ritirata delle truppe.
Bin Laden era convinto che l'attentato avrebbe dato agli americani un'idea delle atrocità che i musulmani avevano da sempre subito. Per la maggior parte del mondo e anche per alcuni dei membri di al-Qaeda, l'attacco fu inutile, perché un'azione di quelle dimensioni con un numero così alto di morti non avrebbe avuto effetti decisivi sulla politica americana, ma avrebbe solo provocato una massiccia risposta contro di loro.
E, infatti, gli Stati Uniti non fecero attendere la loro rappresaglia. Il 20 agosto 1998, bombardarono con missili Cruise un complesso residenziale e di addestramento di al-Qaeda in Afghanistan, con l'intento di uccidere Osama. Al contrario delle aspettative, la ritorsione americana portò a bin Laden un inaspettata pubblicità a livello internazionale. Nel frattempo, egli era concentrato sul potenziamento della Brigata 055, istituita per sconfiggere l'Alleanza del Nord, e sull'estensione della sua rete terroristica all'estero. Mentre designava nuovo personale in grado di amministrare i progetti commerciali e finanziari di al-Qaeda all'estero, passava il suo tempo a pianificare e portare a termine nuove operazioni terroristiche.
La rappresaglia statunitense risvegliò il sentimento anti-americano in Afghanistan. I talebani, che inizialmente non consideravano gli Stati Uniti come un nemico, ritennero lo fossero diventati dopo l'attacco missilistico. Il Mullah Omar, nonostante fosse furioso per la sfida di bin Laden alla sua autorità, si trovò in difficoltà a causa della risposta americana. Se avesse consegnato bin Laden, cedendo alle pressioni statunitensi, i talebani non avrebbero mantenuto a lungo il loro potere. Bin Laden, da parte sua, per mitigare le tensioni, prestò un personale giuramento di fedeltà al Mullah Omar riconoscendolo come guida dei fedeli. "We consider you to be our noble emir [.] We invite all Muslims to render assistance and cooperation to you, in every possible way they can". Bin Laden non rappresentava più una minaccia. Da questo momento in poi, il Mullah divenne il più influente difensore di bin Laden. Quando i pachistani informarono il principe Turki che dietro gli attentati alle ambasciate c'era bin Laden, Arabia Saudita e Pakistan iniziarono una campagna di convincimento per persuadere i talebani a consegnare Osama, ma durante un colloquio tra il Mullah Omar e il principe Turki, conclusosi male, apparve chiaro che i talebani non lo avrebbero mai consegnato. Riferendosi a lui il Mullah Omar disse che era un uomo d'onore che voleva solo cacciare gli infedeli fuori dall'Arabia Saudita, definendola paese occupato.
Verso l'11 settembre: il Millennium Plot
Nonostante la grave minaccia che Osama rappresentava, egli venne inserito nella lista dei maggiori ricercati dell'FBI solo nel giugno 1999. La Casa Bianca ripeteva in continuazione che al-Qaeda non costituiva un pericolo imminente per il paese. Gli avvenimenti successivi smentirono queste certezze. Con il nuovo millennio al-Qaeda era pronta a fare un ulteriore passo in avanti nella lotta contro gli Stati Uniti. Nel dicembre 1999, la polizia giordana arrestò sedici terroristi sospettati di voler colpire il Radisson Hotel di Amman e una serie di luoghi turistici frequentati da occidentali (obiettivi religiosi cristiani e l'aeroporto). Uno dei pianificatori dell'attentato, Abu Mussab al-Zarqawi, riuscì a fuggire. La polizia giordana scoprì anche un CD-ROM contenente un manuale di addestramento di al-Qaeda in sei volumi. Nella retata furono catturati Hijazi e Hoshar, che gia dal 1998, stavano accumulando materiale per preparare un ordigno.
Acido solforico e acido nitrico, furono nascosti nel seminterrato, scavato nei mesi precedenti, di una casa presa in affitto dai cospiratori. La cellula giordana smantellata faceva probabilmente parte di un piano più ampio che prevedeva una vasta serie di attacchi previsti per il nuovo millennio, con l'impiego di armi chimiche. La cellula giordana era affiliata ad al-Qaeda, addestrata in Afghanistan e uno dei suoi elementi chiave aveva giurato fedeltà ad Osama bin Laden, ma il piano e la preparazione dell'attentato furono autonomi.
Il 14 dicembre fu arrestato a Washington, Ahmed Ressam, un algerino che aveva nella sua macchina quattro timer e degli agenti chimici: urea e solfato. Il piano di Ressam era quello di colpire l'aeroporto internazionale di Los Angeles il 1 gennaio del 2000. Ressam, che non faceva parte di al-Qaeda sebbene fosse stato addestrato in uno dei suoi campi in Afghanistan, può essere considerato un freelance.
Un piano
Il 14 dicembre fu arrestato a Washington, Ahmed Ressam, un algerino che aveva nella sua macchina quattro timer e degli agenti chimici: urea e solfato |
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direttamente preparato da al-Qaeda prevedeva di attaccare una nave vicino allo Yemen. Il 3 gennaio, fu fatto un tentativo con la nave americana The Sullivans, ormeggiata nel porto di Aden, che fallì quando la piccola barca, sovraccarica di esplosivo, saltò in aria prima di raggiungere il suo obiettivo. Il 12 ottobre del 2000, sempre nel porto di Aden, un secondo attentato venne questa volta portato a termine con successo dai militanti di al-Qaeda, contro la nave da guerra americana Cole. Osama festeggiò la riuscita dell'attentato, dove persero la vita diciassette marinai, diffondendo un video registrato in occasione del matrimonio di suo figlio, nel gennaio 2001. Diversamente da quanto accadde nel 1998, quando gli Stati Uniti risposero lanciando missili Cruise in Afghanistan, questa volta furono intraprese operazioni coperte della CIA, finalizzate alla cattura o all'assassinio di Osama, del suo tenente e degli altri componenti dell'organizzazione, ma senza successo.
Per quanto spettacolari e micidiali, questi attentati colpirono militari e diplomatici o cittadini africani, non attirarono l'attenzione occidentale. Non riuscirono, in pratica, a scatenare il vero shock traumatico che sarà provocato dall'11 settembre. Per di più, essi furono privi di qualsiasi conseguenza politica immediata che potesse favorire la causa dell'islamismo radicale. È probabilmente per questa ragione che il loro carattere di avvertimento, di prova generale, non è stato preso sufficientemente sul serio dagli osservatori, che vi intravedevano soltanto l'incapacità di bin Laden e della sua rete di condurre azioni realmente capaci di mobilitare il consenso popolare che mancava loro. In realtà, gli attentati del 1998 e del 2000 rientrano in una strategia graduale, che non si proponeva di fare presa sulle masse in generale, quanto sugli aspiranti martiri.
L'11 Settembre 2001
L'11 settembre 2001, 19 terroristi dirottarono quattro aerei di linea appena dopo il loro decollo dagli aeroporti di Boston, Newark, New Jersey e Washington D.C. Due aeroplani vennero fatti schiantare sulle Twin Towers del World Trade Center di New York, che crollarono pochi minuti dopo. Il terzo aereo colpì il Pentagono, sede del ministero della difesa americano, distruggendo la facciata sud occidentale dell'edificio. Il quarto si schiantò in un campo in Pennsylvania, ma il suo vero obiettivo era forse la Casa Bianca o il quartiere generale della CIA. Tremila persone persero la vita nell'attentato. Ciò che accadde fu diffuso immediatamente in tutto il mondo attraverso le reti satellitari delle agenzie internazionali come al-Jazira e la CNN.
La scelta dell'obiettivo risale al 1999, quando bin Laden, Khalid Sheikh Mohammed e Abu Hafs si riunirono a Kandahar. In questa fase iniziale, i tre uomini erano gli unici coinvolti. Il loro obiettivo non era quello di infliggere un danno simbolico agli Stati Uniti, ma di sferrare un attacco che li avrebbe distrutti. In seguito Osama dichiarerà: "America is a great power possessed of a tremendous military might and a wide-ranging economy, but all this is built upon an unstable foundation which can be targeted, with special attention to its obvious weak spots. If it is hit in one hundredth of these spots, God willing, it will stumble, wither away and relinquish world leadership."
Inevitabilmente, secondo bin Laden, la confederazione di stati che compone gli Stati Uniti, si sarebbe dissolta. Il suo scopo era di abbattere i regimi apostati che governavano i musulmani in Medioriente nel tentativo di restaurare il Califfato mondiale. Per farlo doveva colpire la potenza che garantiva la loro esistenza, gli Stati Uniti, infliggendole il massimo danno e costringendola ad intraprendere una molteplicità di guerre nel mondo islamico che l'avrebbe sottoposta ad altri attentati e tensioni.
Nella lista dei possibili obiettivi apparivano la Casa Bianca, la capitale degli Stati Uniti ed il Pentagono. Khalid Sheikh Mohammed citò, oltre al World Trade Center, la Sears Tower di Chicago e la Library Tower di Los Angeles, ma bin Laden decise che la costa occidentale avrebbe dovuto aspettare. Inizialmente, quando il piano prevedeva di far saltare in aria gli aerei durante il volo, non si ritenne necessario addestrare dei piloti, ma quando l'idea si sviluppò, divenne chiaro che l'operazione richiedeva una squadra disciplinata con delle abilità che richiedevano tempo per essere sviluppate.
Gli attentatori
Quando bin Laden affidò la missione a Mohammed Atta, Ziad Jarrah e Marwan al-Shehhi e Hani Hanjour, i futuri piloti, nessuno di loro sapeva pilotare un aereo, nessuno parlava inglese, né avevano esperienze di vita in occidente. Khalid Sheikh Mohammed insegnò loro alcune frasi di inglese e raccolse brochure di scuole di volo negli Stati Uniti. Essi fecero pratica di volo con simulatori al computer e guardarono film americani sugli attentati. Progressivamente, il vuoto tra le abilità degli uomini coinvolti e la grandezza della missione andava colmandosi.
Dopo questa fase iniziale, la pianificazione dell'operazione e i metodi di attacco possono essere sintetizzati con la formula "centralizzazione della decisione e decentralizzazione dell'esecuzione". In base a tale regola, bin Laden decise quelli che erano gli obiettivi, selezionò i capi e provvide a procurare i finanziamenti necessari. Questo approccio, usato per l'attentato alle ambasciate del 1998, fu caratteristico anche dell'11 settembre.
Il successo dell' 11 settembre è dipeso essenzialmente dalla volontà dei diciannove attentatori di suicidarsi. Nessuno di loro era stato convinto a partecipare all'attentato e ad uccidersi, poiché essi erano già fermamente convinti di voler far parte di un'operazione suicida. Le persone coinvolte nel complotto si possono dividere in tre gruppi separati: due comprendono i dirottatori che, se a prima vista possono apparire un'entità omogenea, in realtà sono divisibili in due unità separate con caratteristiche diverse. Il terzo gruppo comprendeva il nocciolo duro, gli elementi di al-Qaeda che si trovavano in Afghanistan e che mantenevano il controllo dell'intera operazione. Svariati altri individui, in Europa, in estremo Oriente e nel Golfo Persico, contribuirono alla formazione e all'esecuzione del piano.
Il gruppo del nocciolo duro comprendeva i principali collaboratori di bin Laden, coinvolti nell'esecuzione degli attacchi dalla loro base in Afghanistan e Khalid al-Midhar e Nawaf al-Hazmi, due giovani sauditi che fecero schiantare il loro aereo sul Pentagono.
Dei dirottatori, il gruppo principale era costituito dalla cellula di Amburgo e comprendeva i quattro piloti: Mohammed Atta, Ziad Jarrah e Marwan al Shehhi, Hani Hanjour.
Atta, capo degli attentatori, è nato nel 1968 a Kafr al-Sheik, in Egitto. Per ciò che riguarda la sua infanzia, non ci sono elementi che mostrino un particolare attivismo politico o religioso. Iniziò a studiare architettura all'università del Cairo, successivamente nel 1992, dopo aver conseguito la laurea di primo livello, giunse in Germania per iscriversi al politecnico di Amburgo dove studiò urbanistica. Soltanto in questo periodo cominciò a seguire un'interpretazione più rigida dell'Islam, pregando regolarmente ed evitando i contatti con i cani e le donne. I suoi compagni lo ricordano come una persona isolata, meticolosa e diligente, ma anche incontentabile, prepotente ed associale. Fece ritorno in Egitto, ma rimase profondamente deluso, probabilmente frustrato per non riuscire a trovare lavoro, discriminato per la barba che nel frattempo si era fatto crescere. Non sono però le questioni religiose ad infiammarlo di più, si concentrò, piuttosto, su temi politici comuni tra gli attivisti di tutte le ideologie in tutti i paesi in via di sviluppo, in particolare quelli sociali che lo portarono a criticare aspramente il governo egiziano. Al suo ritorno in Germania, riprese a frequentare la moschea di al-Quds di Steindamm. Nel 1996 fece testamento, che mise in evidenza che, nonostante il suo forte interesse nei confronti della religione, le sue conoscenze dell'Islam salafita erano molto inferiori di quelle dei tanti attivisti con i quali era in contatto.
Durante il soggiorno ad Amburgo, Atta incontrerò Marwan al-Shehhi arrivato in Germania nel 1996 con una borsa di studio del governo militare ottenuta dal governo degli Emirati Arabi Uniti. Era originario del Ras al-Khaimah, uno degli emirati più poveri e conservatori. Marwan, che era un ragazzo molto religioso, cominciò a frequentare la moschea di al-Quds alla metà del 1997.
Ziad Jarrah proveviva da una famiglia libanese, laica e benestante. Nel 1996 si trasferì a Greriswald, in Germania, dove entrò in contatto con dei religiosi radicali del luogo. Da questo momento in poi iniziò a diventare particolarmente devoto. Nel 1997 si trasferì ad Amburgo, dove incontrò Atta.
Hani Hanjour era originario di Ta'if, Arabia Sudita. Giunse per la prima volta negli Stati Uniti nel 1991. Era un musulmano rigoroso, che negli anni Ottanta partecipò, ancora adolescente, al jihad antisovietico in Afghanistan. Una volta finita la guerra, si trattenne nel paese e lavorò in un ente di beneficenza. Nel 1996, fece ritorno negli Stati Uniti. Negli anni seguenti viaggiò molto tra gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita e, nel 1997, ottenne la licenza da pilota. Nel 2000 arrivò nel campo di al-Qaeda di al-Faruk, in Afghanistan, dove, notato da bin Laden, iniziò l'addestramento.
I dirottatori arrivarono in Germania separatamente, tra il 1992 e il 1996, e giunsero nel campo di Khaldan, in Afghanistan, nel novembre 1999 per ricevere un addestramento di base.
Il terzo gruppo dei dirottatori era costituito dal muscolo e comprendeva i dirottatori che avevano il compito specifico di assaltare la cabina di comando e controllare i passeggeri, mentre i piloti addestrati conducevano gli aerei contro i loro bersagli. Quest'ultimo gruppo fu selezionato, a partire dall'estate del 2000, da bin Laden in Afghanistan. Dodici dei tredici attentatori erano di nazionalità saudita: Satan al Suqami, Wail al Shehri, Waleed al Shehri, Abdul Aziz al Omari, Ahmed al Ghamdi, Mohand al Shehri, Majed Moqed, Salem al Hazmi, Saeed al Ghamdi, Ahmad al Haznawi e Ahmed al Nami. Il tredicesimo, Fayez Banihammad, era originario degli Emirati Arabi Uniti. Avevano un'età compresa tra i 20 ed i 28 anni, molti erano disoccupati con appena il titolo della scuola secondaria e nessuno di loro era sposato. Furono reclutati fuori dall'Afghanistan, forse nella stessa Arabia Saudita, nelle università locali e nelle moschee. Le qualità richieste erano la vocazione al martirio e la
I dirottatori arrivarono in Germania separatamente, tra il 1992 e il 1996, e giunsero in Afghanistan, nel novembre 1999 per ricevere un addestramento di base |
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pazienza. Fecero un primo addestramento di base simile a quello delle altre reclute, dove impararono ad usare le armi da fuoco, le armi pesanti e gli esplosivi. Impararono la disciplina e la vita militare, furono sottoposti a situazioni volutamente stressanti per valutare l'idoneità psicologica e l'impegno per il jihad. Tutti i dirottatori si trovavano nei campi vicino alla postazione di bin Laden e degli altri capi di al-Qaeda. Bin Laden stesso partecipò al loro addestramento, viaggiando tra i campi, distribuendo letture e incontrandoli personalmente.
Dopo essere stati selezionati ed aver ricevuto l'addestramento base, gli attentatori ritornarono in Arabia Saudita per procurarsi il visto per gli Stati Uniti. Quattordici di loro ottennero dei nuovi passaporti. Probabilmente, alcuni di questi furono falsificati per aggiungere o togliere viaggi al fine di creare false piste. Dopo aver ottenuto il passaporto, essi fecero ritorno in Afghanistan per la seconda fase dell'addestramento. In questo periodo, impararono ad usare coltelli, macellando pecore e cammelli, a prendere subito d'assalto la cabina di comando e in un secondo momento a tenere sotto controllo il resto dell'aereo. Ma furono addestrati anche ad altri tipi di attacchi, in modo tale che, se fossero stati catturati non avrebbero potuto rivelare la vera natura dell'operazione, poiché non erano a conoscenza di tutti dettagli.
Dopo l'addestramento, soggiornarono temporaneamente a Karachi prima di giungere negli Stati Uniti, passando per gli Emirati Arabi Uniti. Prima di lasciare il Pakistan ciascuno di loro ricevette 10.000 dollari. Giunsero negli Stati Uniti alla fine di aprile del 2001 entrando nel paese in coppia con dei visti turistici. Erano provvisti di contanti ed assegni di viaggio acquistati negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita. Tutti aprirono dei conti a loro nome, usando gli stessi passaporti e i documenti di identità di cui disponevano. Non ci sono prove, infatti, che abbiano usato documenti falsi, nulla di quello che fecero sollevò il dubbio delle banche riguardo ai loro propositi criminali.
All'inizio dell'estate del 2001, Atta coordinò l'arrivo della maggior parte dei dirottatori in Florida, prendendoli all'aeroporto, trovando loro una sistemazione e aiutandoli a stabilirsi negli Stati Uniti. Nei mesi prima l'attentato, i dirottatori condussero una vita normale aprendo conti bancari, acquistando caselle di posta e noleggiando automobili. Alloggiarono in hotel o motel, ma nella metà di giugno si trasferirono in appartamenti vicini l'uno all'altro e, soprattutto, vicini ad Atta.
I mesi prima essi fecero dei viaggi di controllo sugli stessi aerei che avrebbero pilotato l'11 settembre. Due di loro, Jarrah e Hanjours ricevettero ulteriore addestramento e fecero pratica di volo all'inizio dell'estate. Atta e Shehhi non ricevettero ulteriori lezioni di volo essendo più probabilmente occupati ad organizzare l'arrivo degli altri dirottatori.
Gli attentatori discutevano tra loro dell'attentato con un linguaggio in codice, immaginando di essere studenti che discutevano delle loro materie di studio. Così quando parlavano di "architettura" si riferivano al World Trade Center, di "arte" per il Pentagono, di "legge" per il Campidoglio" e di "politica" per la Casa Bianca. Nel mese di agosto, furono impegnati con l'addestramento fisico e col pilotare gli aerei, facendo molta pratica di volo o affittando essi stessi dei piccoli aerei. L'acquisto dei biglietti aerei per l'11 settembre fu scaglionato tra il 25 agosto ed il 5 settembre.
Disaccordi all'interno della leadership di al-Qaeda
Mentre i preparativi per l'attacco andavano completandosi, l'intera questione fu messa in discussione dagli stessi vertici dell'organizzazione. Secondo bin Laden ed Atef, quest'operazione rappresentava il primo tassello, seppure il più importante, dei progetti previsti per l'anno seguente. La priorità di bin Laden consisteva nel lanciare l'attacco agli Stati Uniti il prima possibile. Bin Laden avrebbe voluto che fosse addirittura anticipato: nel 2000, per esempio, fece pressione perché esso avvenisse nel mezzo della controversia tra israeliani e palestinesi, dopo che Ariel Sharon visitò la spianata delle moschee di Gerusalemme. Ugualmente, nel 2001, bin Laden voleva che l'operazione fosse portata a compimento il 12 maggio, sette mesi dopo l'attacco alla nave da guerra americana Cole, o nel giugno del 2001 quando, si suppone, che avesse appreso dai media che Sharon doveva fare visita alla Casa Bianca. In tutti questi casi, le pressioni di Osama furono contenute da Khalid, che sosteneva che gli attentatori non erano ancora pronti.
Bin Laden dovette far fronte alle reticenze dei talebani che non condividevano la sua stessa scala di priorità. Questi ultimi, infatti, mettevano al primo posto la definitiva sconfitta dell'Alleanza del Nord. Per i talebani, un attacco agli Stati Uniti, sarebbe stato controproducente, in quanto avrebbe riversato l'ira statunitense contro di loro. Il Mullah Omar, oltre al timore della rappresaglia americana, sosteneva che si sarebbero dovuti preferire obiettivi israeliani e non necessariamente americani. Egli si faceva, infatti, portavoce anche degli interessi pachistani, che cercavano di scoraggiare l'impegno di al-Qaeda fuori dai confini afgani. Gli stessi dubbi erano presenti all'interno della leadership di al-Qaeda. Alcuni esponenti dell'organizzazione sostennero il Mullah Omar, tra questi, Abu Hafs il mauritano, lo sceicco Saeed al-Masri (capo della commissione finanziaria) e Sayf al-Adl. Atef, Sulayman Abu Ghayth e Khalid appoggiavano bin Laden. Per loro, l'attacco agli Stati Uniti avrebbe portato solo dei benefici all'organizzazione attraendo nuove reclute, ampliando le donazioni e aumentando il numero dei simpatizzanti che avrebbero offerto assistenza logistica all'organizzazione.
Alla fine di agosto, quando ormai le operazioni di preparazione dell'attentato di stavano concludendo, bin Laden notificò formalmente la shura majlis che l'attacco agli Stati Uniti si sarebbe svolto nelle settimane successive.
L'attentato dell'11 settembre fu anticipato da due eventi importanti: la formazione nel giugno del 2001 di al-Qaedat al-Jihad e l'assassinio di Massoud, capo dell'Alleanza del Nord.
Osama bin Laden consolidò la sua influenza sul jihad globale incorporando l'organizzazione di al-Zawahiri, il Jihad islamico egiziano, in una nuova entità chiamata al-Qaedat al-Jihad, nel giugno 2001. Il 9 settembre, due membri di al-Qaeda, con passaporti belgi e con una lettera di presentazione del Centro di Osservazione islamico, fingendosi giornalisti incontrarono Ahmed Shah Massoud, simbolo della resistenza ai talebani. Durante l'intervista i due finti giornalisti si fecero saltare in aria uccidendolo. L'assassinio di Massoud è un dono che bin Laden fece ai talebani, eliminando la minaccia più significativa in Afghanistan.
Le conseguenze dell'attentato
L'attentato è stato relativamente poco costoso. Al-Qaeda avrebbe speso tra i 400.000 ed i 500.000 dollari per finanziare l'operazione. Gli effetti per l'economia statunitense e per quella globale e le ingenti spese che, ovunque nel mondo sono state affrontate per aumentare la sicurezza, sono stati, in confronto, immensi. Lo stesso bin Laden lodò quelli che sono stati i costi effettivi per l'economia statunitense, in un video messaggio diffuso il 29 ottobre 2004, alla vigilia delle elezioni presidenziali: "al-Qaeda a dépensé 500.000 dollars pour l'opération du 11 septembre, alors que l'Amérique a perdu dans l'événement et ses répercussions, au bas mot, 500 milliards de dollars, c'est à dire que chaque dollar d'al-Qaeda a vaincu 1 million de dollars, grâce a Dieu tout-puissant."
Bin Laden continuò affermando che l'attentato contribuì ad aumentare il deficit economico degli Stati Uniti che raggiunse la cifra record di un trilione di dollari.
Ma non ci furono solo conseguenze economiche. L'11 settembre, per la sua dimensione e forza distruttiva, ebbe un forte impatto psicologico. Frantumò il senso di invulnerabilità degli americani che derivava dal loro status di superpotenza senza rivali e dal relativo isolamento geografico, in quanto separata dal resto del mondo da due oceani. Dimostrò, inoltre, che sebbene l'esercito americano fosse in grado di difendersi, non poteva proteggere la popolazione americana da azioni terroristiche impreviste. l'11 settembre confermò ciò che bin Laden aveva sempre sostenuto e cioè che gli Stati Uniti erano una "tigre di carta", pericolosamente vulnerabile. All'indomani dell'attentato, una serie di dichiarazioni di importanti esponenti di al-Qaeda non fecero altro che risvegliare le paure degli americani sul loro futuro. Meno di un mese dopo 11 settembre, il portavoce di al-Qaeda, Suleimain Abu Ghaith, richiamò la possibilità di inesorabili attacchi futuri negli Stati Uniti: "The Americans must know that the storm of airplanes will not stop, God willing [.] there are thousands of young people who are as keen about death as Americans are about life."
Un anno dopo al-Zawahiri rinnovò questo timore dichiarando che l'ondata di attacchi suicidi non era ancora terminata: "it is the love of the death in the path pf Allah that is the weapon that will annihilate this evil empire of America by the permission of Allah. The mujahid youth will complete with each other to die in the path of Allah, to destroy the myth of "great" America, by the permission of Allah."
Gli altri elementi che caratterizzarono l'11 settembre furono la letalità e la distruzione. Bin Laden era consapevole di ciò che sarebbe accaduto. In un messaggio ritrovato dall'esercito USA a Kandahar, in Afghanistan, egli affermava: "I was thinking that the fire from the gas in the plane would melt the iron structure of the building and collapse the area where the plane hit and all the floors above it only. This is all that we had hoped for."
Inoltre, gli attentati dell'11 settembre misero in luce che le principali basi delle operazioni, dal punto finanziario e logistico, non si trovano in Afghanistan o in Sudan, bensì in Europa occidentale ed in America del Nord.
Infine, al-Qaeda distrusse i tre elementi fondamentali sui quali si basa la strategia di difesa degli Stati Uniti: "early warning, pre emptive strike and the principles of deterrence". L'incapacità di prevedere un attacco del genere era dovuta alla flessibilità dell'organizzazione e al fatto che non avesse delle basi stabili e permanenti.
Le rivendicazioni di al-Qaeda
Alla fine di settembre era ormai evidente che l'attacco americano al regime talebano in Afghanistan, responsabile di non aver consegnato bin Laden, era imminente. Il 7 ottobre, gli Stati Uniti, con il supporto della Francia e della Gran Bretagna, lanciarono un massiccio bombardamento. Pochi giorni prima, fu consegnato al corrispondente di al-Jazira, Taysir Alluni, agli uffici di Kabul, un video contenente un messaggio di Osama bin Laden. Fu disposto che venisse trasmesso immediatamente dopo l'inizio delle ostilità e fu trasmesso la prima notte di guerra, poche ore dopo il discorso di Bush e Blair alle rispettive nazioni.
Ancora una volta Osama, pur non ammettendo nessuna responsabilità per l'attentato, lo celebrò come la "divine retribution for American-backed atrocities". Le atrocità cui faceva riferimento erano la morte degli iracheni a causa delle sanzioni imposte dall'ONU, le sofferenze dei palestinesi inferte dagli israeliani (indicando precisamente quali città della West Bank e della Striscia di Gaza erano state oggetto della repressione israeliana sin dall'inizio della seconda Intifada, nel settembre 2000). Egli evidenziò la disparità tra il silenzio del mondo nei confronti di questi crimini (inclusa la distruzione delle città non musulmane nel 1945 a causa dell'arma atomica) e l'attenzione internazionale ogni qualvolta un americano era ucciso. Terminò il suo discorso affermando che l'11 settembre aveva diviso il mondo in due campi: quello della fede e quello dei non credenti. Ogni musulmano deve fare ciò che può per aiutare la sua religione.
La seconda settimana di bombardamenti in Afghanistan, quando ancora i talebani tenevano sotto il loro controllo la maggior arte del paese, Taysir Alluni, intervistò bin Laden in una località segreta a sud di Kabul. L'intervista, rilasciata il 20 ottobre 2001, fu diffusa solo tre mesi dopo, il 31 gennaio 2002.
Nell'intervista, Alluni pressò bin Laden perché spiegasse le motivazioni che lo indussero a ricorrere al terrorismo, riferendosi soprattutto agli attentati dell'11 settembre. Bin Laden spiegò che per secoli gli americani si intromettevano e aggredivano il Medioriente e i musulmani ora si stanno solo difendendo. Molti civili, in Palestina, Iraq e altrove erano morti a causa della politica statunitense. Secondo lui, paesi come gli Stati Uniti ed Israele praticavano continuamente il terrorismo, mentre le operazioni erano finalizzate a fermare gli atti criminali e i soprusi nei loro confronti. Aggiunse che gli attacchi dell'11 settembre non avevano coinvolto scuole o quartieri residenziali, ma le istituzioni militari e finanziarie. Inoltre, l'immenso danno finanziario causato agli Stati Uniti avrebbe costretto l'Occidente a non ignorare più la questione palestinese. Infine, esortò i musulmani a combattere il jihad difensivo non solo in Medioriente, ma anche nel sud est asiatico e nel Subcontinente fino in Mauritania. Gli Stati Uniti sono un nemico più facile da combattere rispetto all'Unione Sovietica, poiché già in Somalia avevano dato prova della loro incapacità.
Bin Laden non si spinse oltre la sua ammirazione per ciò che era accaduto l'11 settembre, e non rivendicò ancora l'attentato, piuttosto riaffermò il suo ruolo di incitatore negli anni.
Solo nel dicembre 2001, in Afghanistan fu rinvenuta una videocassetta in cui era ripreso Bin Laden che discuteva con altre persone sui risultati dell'attacco e su come l'aveva organizzato. Inizialmente, di questo video è stata fatta circolare una versione a bassa qualità, che ha alimentato dubbi sulla sua autenticità. È stata diffusa anche la versione in qualità originale, nella quale Bin Laden è chiaramente riconoscibile.
In un videotape, mandato in onda da al-Jazira il 30 ottobre 2004, Bin Laden dichiarò di avere concepito gli attentati "alle Torri" come risposta agli attacchi israeliani alla popolazione araba in Palestina e in Libano, a partire dall'invasione israeliana del Libano nel 1982. Nonché per la successiva invasione dell'Iraq, con l'uccisione di migliaia di innocenti, ad opera di Bush Sr. Nuovamente il 19 gennaio 2006, al-Qaeda, in persona del suo leader Osama Bin Laden, ribadì la rivendicazione degli attentati con un video consegnato all'emittente al-Jazira.
(3 - Continua)
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BIBLIOGRAFIA
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The looming Tower, Al Qaeda and the road to 9/11, di L. Wright - Alfred A. Knopf, New York 2006.
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