Dalla connotazione antifascista negli anni Venti a quella anticomunista durante la Guerra Fredda, la definizione di "totalitarismo" è cambiata nel corso del XX secolo. Resta il significato scientifico del termine: il controllo totalizzante della società da parte del potere consolidato.
Il totalitarismo, storia di un concetto camaleontico
(Prima Parte)
di FRANCESCO PAOLO LEONARDO
Nel vocabolario politico dell'ultimo secolo poche altre nozioni sono state così controverse e dibattute quanto quella di "totalitarismo". Nato per denunciare gli eccessi dei regimi fascisti comparsi dopo la prima guerra mondiale, il termine ha assunto nel tempo sfaccettature diverse, presentandosi persino come un'arma politica di delegittimazione dell'Occidente nei confronti del regime comunista sovietico.
La nascita del concetto risale, tuttavia, a molti anni prima della guerra fredda e ha luogo in Italia, quando, nei primi anni Venti, all'interno degli ambienti liberali, democratici, socialisti e cattolici, intellettuali opposti al regime fascista descrivono la nuova realtà politica con l'aggettivo "totalitario". Fu Giovanni Amendola il primo che il 12 maggio e il 28 giugno 1923 nel quotidiano Il Mondo parlò del fascismo come di un «sistema totalitario», cioè come di una «promessa del dominio assoluto e dello spadroneggiamento completo ed incontrollato nel campo della vita politica ed amministrativa». Nell'articolo Amendola denuncia lo scandalo delle elezioni amministrative in cui il partito di Mussolini si era presentato all'elettorato tanto con una lista di maggioranza, quanto con una di minoranza, non prima di aver ostacolato con la forza la formazione di una lista di opposizione. Amendola non poteva sapere allora di aver introdotto un termine destinato a caratterizzare l'excursus storico che segnerà il Novecento: nei mesi successivi il politico salernitano arricchirà il concetto lanciando l'allarme per la sfida inaudita che la «reazione totalitaria» aveva lanciato alle basi su cui si era fondata fino ad allora la politica europea.

Il sostantivo "totalitarismo" compare per la prima volta il 2 gennaio 1925, quando, in un
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Giovanni Amendola
articolo pubblicato su La Rivoluzione Liberale, Lelio Basso in riferimento al fascismo scrive: «tutti gli organi statuali, la corona, il parlamento, la magistratura, che nella teoria tradizionale incarnano i tre poteri e la forza armata che ne attua la volontà, diventano strumenti di un solo partito che si fa interprete dell'unanime volere, del totalitarismo indistinto». Lo stesso Benito Mussolini, pochi mesi dopo, parlerà di «feroce volontà totalitaria» del fascismo, conferendo una cadenza apprezzativa alla parola in una minaccia neanche tanto velata rivolta all'opposizione. Nel 1928 il filosofo ufficiale del regime, Giovanni Gentile, riprende il concetto in un suo elaborato pubblicato dalla rivista nordamericana Foreign Affairs e successivamente nel 1932 nel capitolo dal titolo "Fascismo" dell'Enciclopedia italiana: stravolgendo la visione hegeliana, l'interpretazione gentiliana del totalitarismo si fondava sulla convinzione che tutto ciò che riguardava l'individuo e la società rientrasse nell'ambito dello Stato, considerato non solo un'entità morale e spirituale capace di rappresentare la nazione, ma soprattutto una roccaforte politica in grado di assimilare totalmente le diverse ramificazioni della società civile. L'intenzione dello Stato totalitario di attentare all'esistenza delle diverse componenti della società (economia, cultura, media) era ben presente anche in Antonio Gramsci, mentre Mussolini si limitò a una visione più pragmatica del fenomeno, preferendo uno Stato militarista e guerriero, all'altezza dei suoi programmi espansionistici, guidato da un Duce, vera e propria icona dell'unità nazionale.

In polemica con le più importanti personalità politiche dell'epoca, il 18 settembre 1930, il pontefice Pio XI affermò che «se c'è un regime totalitario - totalitario di fatto e di diritto - è il regime della Chiesa, dato che l'uomo appartiene alla Chiesa». Negli anni Trenta, tuttavia, il regime fascista aveva messo salde radici e pochi erano ormai gli intellettuali che ignoravano la pervasività totalizzante che stava assumendo la dimensione pubblica. In realtà, negli anni successivi, diversi illustri storici porranno dei seri (e in gran parte fondati) dubbi sulla natura totalitaria del regime fascista, che anche nei suoi momenti di maggiore influenza non riuscirà a sbarazzarsi della monarchia, scenderà a patti con la Chiesa cattolica e tollererà le intrusioni del grande capitale finanziario, mai sottomesso totalmente alla sfera politica. Ciò nonostante, la radicalità dei cambiamenti intercorsi e la formazione di un nuovo ordine non poterono passare inosservati. Troppo presente era ancora l'eredità della Grande guerra, che rappresenta senza dubbio il contesto storico nel quale ha avuto origine l'idea di totalitarismo. Ben prima dell'avvento al potere di Mussolini e Hitler, il primo conflitto mondiale aveva rivoluzionato la mentalità e le culture dei paesi in Europa, aveva segnato una cesura storica che aveva fatto da preludio ai massacri della seconda guerra mondiale e ad Auschwitz. L'uomo aveva così assistito all'immane spettacolo funebre della guerra di annientamento propria della società di massa, assistendo a quell'imbarbarimento della politica che avrebbe influito profondamente sui valori e sull'immaginario della successiva generazione. Per caratterizzare lo spirito della nuova epoca non bastava richiamarsi alle tradizionali categorizzazioni della scienza politica, bisognava trovare dei neologismi: il concetto di "totalitarismo" si adattava alla perfezione di fronte alla percezione di trovarsi di fronte a un fenomeno inedito, dagli obiettivi e dalle conseguenze totali.

Il primo riferimento al regime comunista si può individuare nel novembre del 1929, quando in un articolo pubblicato dal quotidiano The Times si parla di una sorta di reazione,
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Giovanni Gentile
operata contemporaneamente da fascismo e comunismo, contro il sistema parlamentare in favore di uno Stato «totalitario e unitario». Nel 1934 alla voce "Stato" dell'Encyclopedia of the Social Sciences George Sabine etichetta come totalitari i sistemi politici a partito unico, inclusa l'Unione Sovietica. La minaccia rappresentata dalla Germania hitleriana contribuì a intensificare gli studi sul fenomeno, anche se siamo ancora in una stagione pionieristica del concetto, contraddistinta soprattutto dai contributi che arrivano dagli esuli e dagli antifascisti. Fra i primi a operare delle comparazioni tra il fascismo italiano, il nazionalsocialismo tedesco e il bolscevismo russo si pone Luigi Sturzo. Costretto anche lui all'esilio per la sua opposizione ai dettami mussoliniani, il prete italiano riconosceva il carattere della modernità al nuovo tipo di regime, individuando le origini nell'epoca della Riforma con Machiavelli e Lutero. Sturzo criticò aspramente la «divinizzazione dello Stato», l'estrema centralizzazione amministrativa, la militarizzazione della società, il dirigismo economico, nonché il controllo politico sull'educazione giovanile e sui mezzi di comunicazione, tutti elementi imprescindibili in un regime totalitario. Nel 1938 anche il cattolico Eric Voegelin accenna a una forma moderna di «religione pagana di Stato»: in un saggio sulle «religioni politiche» il filosofo austriaco presenta il nazionalsocialismo come il risultato perverso del processo di secolarizzazione della vita, come il compimento di una promessa escatologica in vista dell'instaurazione di un Reich millenario.

Nel 1934 Herbert Marcuse pubblicò sulla rivista della Scuola di Francoforte, la Zeitschrift für Sozialforschung, un saggio in cui la nuova forma di dittatura moderna era teorizzata in termini marxisti: secondo l'ex allievo di Heidegger, rifugiatosi negli Stati Uniti in seguito all'ascesa al potere di Hitler, il totalitarismo era un prodotto delle trasformazioni del capitalismo moderno, anzi era una nuova versione del capitalismo monopolistico di Stato, a cui il liberalismo non aveva saputo porre rimedio. Per Marcuse il campo semantico del concetto non interessa semplicemente un'organizzazione politica terroristica della società, ma include anche una struttura organizzativa economica e tecnica che manipola i bisogni alla luce di interessi costituiti. Il sistema di produzione e di distribuzione che ne deriva scongiura così il pericolo di un'opposizione efficace al regime. Fra i contributi forniti dai "Francofortesi" degno di nota è anche il saggio del 1942 di Max Horkheimer sullo Stato autoritario: in esso il filosofo non soltanto fa riferimento alla rivoluzione francese come a quella cesura storica in cui individuare le origini del totalitarismo, ma si preoccupa anche di stigmatizzare il «capitalismo di stato nazista», oltre che il «socialismo di stato stalinista». Rimarrà una delle rarissime allusioni fatte da un componente della Scuola di Francoforte allo stalinismo, dato che nei loro scritti il totalitarismo sarà associato principalmente ai regimi fascisti. Dalla Dialettica dell'illuminismo emerge una visione apocalittica della nuova sconvolgente realtà politica: il totalitarismo (in particolare il nazionalsocialismo) non era più soltanto il luogo del dominio borghese, del capitalismo monopolistico nella società di massa, ma diventava la conseguenza inevitabile del declino della razionalità occidentale, tanto da indurre Adorno e lo stesso Horkheimer a definire «totalitaria» la stessa ragione.

Negli anni Trenta molti intellettuali antifascisti evitarono, almeno inizialmente, di accostare al concetto di totalitarismo il bolscevismo sovietico, salvo poi comparire dopo il 1933 anche tra gli oppositori di sinistra dello stalinismo. In questo periodo la Francia e soprattutto Parigi diventano un centro teorico e politico importante nell'elaborazione del fenomeno. In questo contesto lo storico liberale Élie Halévy abbandonava la critica marxista interpretando il Novecento come il secolo delle tirannie: frutto dell'onnicomprensività della politica, il totalitarismo moderno aveva avuto la sua causa scatenante nel primo conflitto mondiale e nel socialismo, da sempre considerato esempio di irreggimentazione. Alla vigilia della seconda guerra mondiale Raymond Aron raccolse l'eredità di Halévy elaborando una critica al totalitarismo non ancora onnicomprensiva, ma che fungerà da punto di riferimento per la riflessione liberale sull'argomento: Aron parla di «machiavellismo moderno», ovvero di una sorta di razionalismo amorale che punta alla distruzione delle democrazie liberali. I regimi totalitari annullano così la distinzione tra Stato e società, annientano ogni forma di pluralismo, si organizzano attorno a delle ideologie, delle vere e proprie "religioni secolari", utili non soltanto a delineare i contorni di un orizzonte salvifico, ma anche a far accettare la repressione più violenta e i crimini più efferati. Aron intuì che l'appello totalitario sarebbe stato tanto più temibile quanto più grave si sarebbe rivelata la crisi del tempo, mettendo in guarda le democrazie di fronte allo stato di esaltazione collettiva che le masse disperate avrebbero potuto avere di fronte alle ideologie totalizzanti portatrici di una promessa di realizzazione terrena collettiva.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale il termine "totalitarismo" era ormai
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Pio XI
definitivamente entrato a far parte del vocabolario politico dell'epoca. Non c'è da stupirsi che molti storici e politologi ne abbiano fatto la nozione-chiave per spiegare la crisi mondiale sfociata nella guerra. Il primo convegno di studi sul totalitarismo ha luogo nel 1939 a Philadelphia, organizzato dallo storico americano Carlton H. J. Hayes. Cominciò a farsi largo l'idea, poi magistralmente trattata da Hannah Arendt, del totalitarismo come rivolta contro la tradizione della civiltà storica occidentale. In questi termini il germe totalitario non doveva intendersi come una specificità tedesca o come l'espressione di una barbarie slava, quanto come un frutto della modernità: ne La rivoluzione del nichilismo Hermann Rauschning inaugura la riflessione filosofica sull'argomento mostrando come, per la prima volta nella storia dell'umanità, un'idea, ispiratrice di un'ideologia, si è fatta prassi. Rauschning punta il dito contro i processi morali e intellettuali che hanno consentito alla rivoluzione nazionalsocialista di distruggere ogni legge e ogni valore del passato. Con Hitler tutte le norme etiche tradizionali sono state spazzate via, così come qualsiasi forma di morale, di giustizia, di senso dell'onore. Agli alti valori dello Stato, dell'Ordine e della Nazione è stata sostituita una prassi irrazionale senza scrupoli, capace di fagocitare con la violenza l'eredità intellettuale e storica della civiltà europea. Il dominio per il dominio, dunque, questa la tesi di Rauschning.
Ben più articolata e ancorata ai fatti risulta la riflessione di Ernst Fraenkel: ne Il doppio Stato il giurista tedesco denunciava il ripudio totale del diritto naturale operato dal nazismo. A suo parere la principale conseguenza della rivoluzione nazionalsocialista sarebbe stata la formazione di uno «Stato discrezionale» (Massnahmenstaat), rimettendo alla sola volontà del Führer il riconoscimento di ciò che è giusto o ingiusto. Attraverso l'analisi della struttura politico-giuridica della Germania nazista, Fraenkel individua la compresenza di due logiche statali concorrenti: accanto a uno Stato normativo che si occupa della normale attività legislativa convive la logica del Führerprinzip, ovvero quell'ordinamento onnipotente, mutevole e arbitrario, capace di contraddire i provvedimenti presi precedentemente. Ogni vincolo legale e costituzionale viene così abolito e si assiste all'inclusione nella sfera politica di tutte le articolazioni della società civile in una situazione di stato d'assedio permanente.

L'immagine dello Stato totalitario come blocco monolitico compatto viene ulteriormente sconfessata dagli studi di Franz e Sigmund Neumann: entrambi mostrano come, lungi dal garantire un ordine rigoroso, questa moderna forma di regime si concretizzi nell'esaltazione del disordine e della moltiplicazione dei centri di potere. Partito, burocrazia, esercito, industria e altre istanze finiscono per ottenere le stesse mansioni in una sorta di caos organizzato che pone al centro di tutto il Führer. Nel titolo della sua opera Behemoth, Franz Neumann si ricollega all'escatologia ebraica per descrivere le caratteristiche di quella creatura leggendaria biblica (il non-Stato nazista) responsabile della guerra civile, dell'illegalità e dell'anarchia che soffocano i diritti e la dignità dell'uomo. In Permanent Revolution Sigmund Neumann puntualizza che lo stato di guerra è all'origine dei regimi totalitari, che se ne servono successivamente anche per istituzionalizzare il loro predominio sulla società, dando vita a una rivoluzione permanente. Quest'ultima è la caratteristica peculiare della dittatura totalitaria, il quid novi che la distingue dalle forme di tirannia del passato. Il leader totalitario è anch'egli un prodotto della guerra e si identifica solitamente con quel capo carismatico che, approfittando del tramonto delle tradizionali distinzioni di classe e della scomparsa di ogni forma di solidarietà sociale, fonde l'insieme degli uomini-massa in una collettività disponibile alla manipolazione e all'indottrinamento.

Altri significativi contributi arrivano dalla tradizione liberale grazie a Friedrich von Hayek e Karl Popper: il primo, illustre economista, nell'opera Verso la schiavitù del 1944, sostiene che la tradizione del totalitarismo era già stata istituzionalizzata in Europa dai socialisti. L'ostilità nei confronti del mercato e la volontà di controllo statale dell'economia spianerebbero la strada al totalitarismo, inteso come antitesi della società libera. L'elemento di novità della nuova forma di dittatura risiede, così, proprio nella distruzione della libertà economica che si accompagna al controllo collettivistico e alla pianificazione centralizzata di tutti gli strumenti significativi della produzione. Per Hayek il mantenimento della proprietà privata è un tassello fondamentale per tenersi alla larga dalle tentazioni del totalitarismo. Sempre nel 1944 Karl Popper ne La società aperta e i suoi nemici rintraccia nell'antichità classica le origini intellettuali del totalitarismo: quest'ultimo è visto come il riflesso della razionalità ideologica tipica delle società chiuse, tribali, propense a idolatrare il potere, orientate verso la guerra e verso un modello utopistico di società ideale. Nella sua analisi Popper mantenne sempre in primo piano l'importanza della «società aperta», di quella forma di democrazia moderna capace di difendere il pluralismo politico, il confronto delle idee, l'individualismo e la libertà personale. Celebri rimarranno le sue critiche a Platone, colpevole di aver tratteggiato ne La Repubblica il primo modello di Stato totalitario, a Hegel, considerato il padre del nazionalismo moderno e l'ideologo di uno Stato amorale e guerriero, e a Marx, condannato per il suo socialismo «scientifico» che avrebbe facilitato l'avvento di una società senza classi.
(1 - Continua)
 
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BIBLIOGRAFIA
  • Le origini del totalitarismo, di H. Arendt - Einaudi, Torino 2004.
  • Totalitarismo, di D. Fisichella - Carocci, Roma 2002.
  • Il totalitarismo, di S. Forti - Laterza, Roma-Bari, 2004.
  • Forme contemporanee di totalitarismo, a cura di M. Recalcati - Bollati Boringhieri, Torino 2007.
  • Il totalitarismo, di E. Traverso - Mondadori, Milano 2002.