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A metà del XIX secolo i destini dei due popoli si intrecciarono profondamente in seguito alla incontenibile diffusione del principio di nazionalità. In Regno di Sardegna giocò un ruolo determinante nella nascita di una Romania unita e indipendente, cambiando per sempre il paesaggio geopolitico della penisola balcanica. Un altro brillante prodotto del genio diplomatico del conte di Cavour.
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Fratelli d'Italia,
fratelli di Romania
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Oggi i rapporti tra Italia e Romania non sono dei migliori, anche per via della massiccia presenza di immigrati clandestini di quel paese sul nostro territorio. Tale problema ha generato un pesante clima di diffidenza tra le due nazioni, scandito da polemiche diplomatiche e reciproci scambi d'accuse. Eppure italiani e romeni sono sempre stati legati da un profondo vincolo storico, dovuto alla comune eredità romana presente nella lingua e nella cultura di entrambe le nazioni. Già nel Rinascimento umanisti e mercanti veneziani studiarono con grande interesse le tradizioni della regione moldo-valacca, riportandone vivide impressioni nella loro corrispondenza con la madrepatria; due secoli più tardi, intellettuali romeni come Dimitrie Cantemir si recarono spesso in Italia per perfezionare la loro conoscenza dell'antichità classica. Fu però solo nel XIX secolo che i destini dei due popoli si intrecciarono profondamente a causa della diffusione dell'idea nazionale in ogni angolo d'Europa: in quel determinato frangente, infatti, il Regno di Sardegna giocò un ruolo determinante nella nascita di una Romania unita e indipendente, cambiando per sempre il paesaggio geopolitico della penisola balcanica. E tutto ciò fu l'ennesimo prodotto del genio diplomatico del conte di Cavour, autentico protagonista della scena internazionale in quegli anni travagliati.
Nei primi decenni dell'Ottocento anche moldavi e valacchi furono investiti dalla febbre nazionalista seguita alle guerre napoleoniche. A dispetto della lunga dominazione ottomana, le due popolazioni assorbirono in fretta i nuovi concetti politici provenienti da Occidente, cercando costantemente una maggiore autonomia dal rigido controllo della Sublime Porta. La posizione dei patrioti danubiani era però estremamente precaria, anche per via delle secolari mire russe sullo stretto dei Dardanelli: nel 1812 San Pietroburgo si era brutalmente annessa la Bessarabia, intensificando la propria pressione politico-militare sulla corte di Costantinopoli. I turchi, quindi, potevano concedere ben poco ai loro soggetti balcanici, incoraggiandone de facto le tendenze indipendentistiche. Nel 1821 una prima rivolta guidata da Tudor Vladimirescu fallì miseramente, provocando un vasto flusso di esiliati verso Francia e Italia, dove la causa romena trovò grandi simpatie presso l'opinione pubblica di entrambi i paesi. Un nuovo moto rivoluzionario nel 1848 accrebbe la diaspora esterna, intensificando i legami della causa romena con quelli degli altri movimenti nazionali europei. In Italia questa operazione fu principalmente condotta dallo storico Nicolae Balcescu, che ebbe molteplici contatti con la Giovine Italia di Mazzini. Morto a Palermo nel novembre 1852, Balcescu impressionò gli intellettuali italiani per il suo stile acuto e brillante, espresso in numerosi articoli pubblicati sui principali quotidiani lombardi e piemontesi. Probabilmente fu questa limpidezza retorica a guadagnare l'appoggio di Cesare Correnti alla causa romena: dal 1855 lo scrittore milanese si dedicò infatti con straordinaria passione a denunciare il calvario dei popoli danubiani, incrementando il favore popolare nei loro confronti.
Ad onor del vero, non fu solo l'opera degli intellettuali a sostenere la simpatia degli italiani verso i patrioti moldo-valacchi. Approfittando della guerra di Crimea, infatti, l'Austria aveva occupato militarmente i principati romeni per garantire la propria influenza nei Balcani a scapito di quella russa. Un simile rafforzamento di Vienna era inaccettabile sia per i nazionalisti italiani sia per il Regno di Sardegna, intenzionato a impadronirsi del Lombardo-Veneto con l'appoggio della Francia di Napoleone III. Da qui si sviluppò una strategia politica volta al contenimento delle ambizioni asburgiche. Una strategia che trovò il suo compimento nell'opera concreta del conte di Cavour, deciso a costituire una Romania libera e unita, completamente indipendente dagli appetiti austriaci e russi.
Il progetto del ministro piemontese trovò presto il sostegno del governo francese, deciso a ristabilire un equilibrio nell'area del Mar Nero. Al Congresso di Parigi, nel 1856, Francia e Regno di Sardegna fecero dunque fronte comune a favore dell'indipendentismo romeno, proponendo l'unione di moldavi e valacchi in unico stato ancora soggetto formalmente all'autorità ottomana. La Russia appoggiò la proposta, con il chiaro intento di indebolire ulteriormente la posizione di Austria e Turchia nei Balcani; Inghilterra e Prussia invece si mostrarono scettiche sull'argomento, preferendo rimandare la questione a una nuova conferenza delle grandi potenze. Tuttavia, il trattato finale del congresso mostrò evidenti segni di simpatia nei confronti della causa romena: pur rimanendo sotto il controllo di Costantinopoli, i principati danubiani ottennero infatti una lunga serie di privilegi e immunità, garantiti formalmente da una commissione speciale delle potenze contraenti. La Turchia era inoltre obbligata a convocare delle assemblee consultive nella regione per deciderne la definitiva organizzazione. Battuta diplomaticamente, l'Austria fu costretta a ritirare le proprie truppe dai principati, pur tra mille tentativi di ostruzionismo politico e militare.
Insoddisfatto dei risultati della conferenza, Cavour si mise presto all'opera per migliorare le varie disposizioni del trattato, sostenuto apertamente da Francia e Russia. Anzitutto cominciò a fare pressioni sul governo britannico per accelerare i tempi dell'unione moldo-valacca, sottolineando la necessità di stabilizzare l'area balcanica per evitare futuri conflitti tra le potenze maggiori. Inizialmente Londra rifiutò i suggerimenti piemontesi, perché timorosa di indebolire eccessivamente la Turchia nei confronti della Russia; ma la persistente ambiguità ottomana cominciò lentamente a modificare la sua strategia politica conservatrice.
Costantinopoli infatti aveva sì ottemperato alle disposizioni del trattato parigino, convocando assemblee locali per dibattere del futuro delle terre romene; ma ne aveva accuratamente diluito l'efficacia, riempiendo tali consessi di elementi politico-sociali a lei fedeli. Inevitabilmente le deliberazioni delle assemblee furono quindi contrarie all'istanza indipendentista, suscitando l'oltraggio dei patrioti romeni in tutta Europa. Ma il bluff turco fu di breve durata: nel gennaio 1857 la conferenza degli ambasciatori a Costantinopoli respinse a larga maggioranza le conclusioni portate dal governo ottomano, imponendo nuove consultazioni popolari sulla questione dell'indipendenza romena. La riunione fu particolarmente tempestosa per via della feroce contestazione austriaca alle proposte del fronte franco-sardo-russo; tuttavia l'impegno energico del legato piemontese Giacomo Durando convinse anche i titubanti inglesi a votare favorevolmente la delibera finale della conferenza. I risultati incoraggianti del mini-congresso entusiasmarono il parlamento di Torino, che tributò numerosi apprezzamenti nei confronti della linea politica di Cavour.
Tuttavia Vienna non era disposta a cedere il campo senza combattere. Grazie agli intrighi della propria diplomazia, essa riuscì nuovamente a influenzare le consultazioni popolari locali a sfavore del fronte indipendentista, sostenendo pure le successive misure repressive turche nella regione. Ma l'azione personale di Napoleone III annullò gli effetti della manovra asburgica: nell'agosto 1857 l'imperatore francese si recò in visita ufficiale in Inghilterra, e qui riuscì a convincere il governo di Londra ad appoggiare una terza tornata consultiva nei principati danubiani. Questa volta il fronte indipendentista ottenne il controllo di tutte le assemblee convocate, approvando l'unione di Moldavia e Valacchia in un unico stato autonomo a larghissima maggioranza. Fu decisa anche l'elezione di un principe straniero come guida del paese e garante della sua neutralità nelle controversie internazionali. Una nuova conferenza diplomatica venne convocata a Parigi per dibattere e mettere in pratica tali deliberazioni. Cavour inviò al congresso il marchese di Villamarina, ambasciatore sardo presso la corte di Napoleone III, dandogli istruzioni dettagliate sulla linea da seguire: di concerto con la Francia, il Piemonte doveva sostenere l'indipendenza romena, ma usando toni concilianti in modo da guadagnarsi il favore delle potenze neutrali (Inghilterra e Prussia). Il Villamarina interpretò al meglio questi suggerimenti, inviando costantemente rapporti dettagliati a Torino sulla sua condotta e su quella dei suoi avversari.
Riunitasi nel marzo 1858, la conferenza vide l'accanita opposizione del rappresentante austriaco Hübner ai disegni franco-piemontesi; nel suo abile ostruzionismo, il legato asburgico trovò spesso il tacito appoggio del collega inglese Cowley, dimostrando per l'ennesima volta le incertezze di Londra sulla questione romena. Dal canto suo, Villamarina si batté strenuamente per il riconoscimento del diritto all'autodeterminazione dei moldo-valacchi, perorando anche la loro unione sotto un'unica corona. Dopo oltre quattro mesi di furiose battaglie verbali e lunghe sospensioni tattiche, si giunse finalmente a un compromesso: Moldavia e Valacchia sarebbero diventate indipendenti, pur mantenendo una blanda subordinazione formale nei confronti della Turchia. Le due regioni sarebbero però rimaste separate, affidate all'autorità di due differenti ospodari (alti funzionari ottomani). I modesti risultati della conferenza delusero profondamente i patrioti romeni, suscitando persino l'indignazione di Cavour. Egli infatti espresse con queste parole il proprio disappunto al Villamarina: "Nell'affare dei Principati tutte le potenze hanno fatto una brutta figura, e anzi che stabilire la tranquillità vi hanno seminato la discordia [...] aspettiamo con desiderio che suoni l'ora del risveglio delle nazionalità oppresse."
L'augurio del ministro sardo doveva presto realizzarsi. Infatti, nell'arco di un paio d'anni, la questione romena trovava finalmente soluzione, rovesciando in toto i fragili accordi del concerto europeo. A ciò contribuì fortemente il contemporaneo processo d'unificazione italiano, che diede coraggio e determinazione ai patrioti danubiani, spingendoli a sfidare audacemente la prepotenza austro-turca. Fu davvero il "risveglio delle nazionalità oppresse", in tutta la sua imprevedibile energia e vivacità.
Subito dopo la chiusura della conferenza di Parigi, i nazionalisti romeni si misero subito all'opera per aggirare le restrizioni imposte arbitrariamente dalle grandi potenze. Grazie all'impegno di leader carismatici come Joan Manu e Stefan Catargiu, moldavi e valacchi elessero infatti un unico ospodaro per entrambe le loro terre, infrangendo esplicitamente il dettato stabilito dalla diplomazia internazionale. Il prescelto fu il colonnello Alexander Cuza, eroe della rivoluzione fallita di dieci anni prima ed esponente di spicco dell'assemblea valacca. Liberale tutto d'un pezzo, Cuza odiava gli austriaci, di cui era stato prigioniero dopo i moti quarantottini, e godeva del pieno appoggio inglese per via della sua moderazione politica. Fu un colpo da maestro, che mise definitivamente fuorigioco il governo di Vienna.
Nonostante le accese proteste, infatti, Francesco Giuseppe non riuscì ad invalidare l'elezione di Cuza, che ottenne invece il pieno riconoscimento di Francia, Russia e Regno di Sardegna. Dal canto suo, il neo-eletto usò toni estremamente cauti, curando con intelligenza la propria relazione personale con Napoleone III, vero e proprio motore della politica europea di quegli anni. Nel frattempo spedì il poeta Vasile Alecsandri come ambasciatore in giro per l'Europa, cercando di convincere i vari stati a dare il loro appoggio alla causa romena. A Torino l'improvvisato diplomatico ebbe un incontro assai
piacevole con Cavour e Vittorio Emanuele II, che assicurarono il loro pieno sostegno al governo di Cuza.
E in effetti, pur impegnato nei preparativi per l'imminente conflitto con l'Austria, il governo piemontese continuò a fornire aiuto prezioso ai patrioti danubiani. Già nel febbraio 1859, Cavour presentò un progetto di legge per istituire un consolato generale a Bucarest, riconoscendo ufficialmente l'indipendenza politica romena; tale disposizione fu approvata a tempo di record sia dalla Camera che dal Senato, coronando così una paziente strategia diplomatica durata quasi tre anni. In estate, mentre infuriava la guerra in Lombardia, fu inviato in Valacchia come rappresentante diplomatico Annibale Strambio, che giocò un ruolo cruciale nella pacificazione tra romeni e turchi. Le autorità di Costantinopoli erano infatti furiose per l'atteggiamento ribelle di Cuza, che rifiutava di presentarsi al Sultano come semplice vassallo, pretendendo invece gli onori abitualmente concessi agli altri sovrani d'Europa. Insieme ai colleghi inglese e francese, Strambio convinse il governo turco della futilità delle proprie lamentele, rimarcando il grave isolamento internazionale in cui si trovava la Sublime Porta. La contemporanea sconfitta dell'Austria in Italia convinse il Sultano della necessità di far buon viso a cattivo gioco; nell'autunno 1860 Cuza fu ricevuto a Costantinopoli su un piano di completa parità, ricevendo apprezzamenti lusinghieri dalle massime cariche dello stato ottomano. La Romania era ormai de facto uno stato unito e indipendente. Il 24 gennaio 1862 Cuza ufficializzò definitivamente la cosa con un proclama formale: "Rumeni, l'unione è già fatta. La nazione rumena è fondata. Quest'atto grandioso che le passate generazioni avevano desiderato, acclamato dall'Assemblea legislativa, invocato da noi, fu riconosciuto dalla Sublime Porta e dalle Potenze garanti e sta ora scritto nei diritti delle genti [...] Amate dunque la vostra patria e sappiatela consolidare. Evviva la Romania!"
Si chiudeva così una lotta nazionale durata oltre tre decenni, sostenuta dal sacrificio sincero di tanti patrioti e rivoluzionari. Ma anche dall'attiva collaborazione del Regno di Sardegna, che aveva giocato un ruolo fondamentale nel processo di unificazione romeno. Non a caso, Cuza fu uno dei primi monarchi a congratularsi con Vittorio Emanuele II per la sua proclamazione a re d'Italia nel marzo 1861, affermando la solenne fratellanza tra italiani e romeni. E questa dichiarazione non fu solo una piaggeria diplomatica: negli anni successivi, infatti, i rapporti tra i due regni rimasero estremamente cordiali e produttivi, soprattutto sul piano culturale. Diversi studiosi italiani contribuirono all'istituzione dell'Università di Bucarest, mentre studenti e ufficiali romeni rifinivano la loro preparazione nelle accademie del nostro paese. Il tutto in un'atmosfera di genuino rispetto e amichevole confronto.
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BIBLIOGRAFIA
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L'Italia e la Romania nella realizzazione della loro unità nazionale, di G. J. Bratianu - Bucarest 1940.
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Europa e Italia nel 1855-1856, di E. Di Nolfo - Roma 1967.
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Nicola Balcescu e il risorgimento nazionale in Romania, di M. Leporatti - Roma 1971.
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Diario 1858-1860 sull'azione politica di Cavour, di G. Massari - Bologna 1931.
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Il contributo della diplomazia e del governo piemontese alla causa dell'unità rumena, di C. Santonocito - Napoli 1960.
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Cavour e i Balcani, di A. Tamborra - Torino 1958
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