Nel corso della storia il veleno è stato complice di cospirazioni, congiure e omicidi. Ma pur essendo uno strumento di morte, dominato, si è rivelato un importante supporto per la medicina.
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Da sempre il veleno convive con gli esseri umani: resiste ai tempi e ai cambiamenti delle grandi civilizzazioni, è parte delle più folli procedure politiche, così come delle più efferate vendette. La storia, la politica, la vita, sono ricche di episodi in cui il ricorso al veleno ha rappresentato la soluzione "ottimale": col veleno si procura una morte invisibile, pulita, molte volte impunita. Il veleno è, dunque, "l'arma di chi agisce nell'ombra e vuole nascondere la propria responsabilità".
Il carattere poco nobile dell'utilizzo del veleno per risolvere una causa ingiustificabile rende l'impiego di una sostanza tossica uno dei crimini più odiosi e severamente condannati in tutte le civiltà. Una legge romana, risalente all'imperatore Antonino Pio, enuncia chiaramente: «Plus est hominem extinguere veneno, quam occidere gladio» ("È più grave uccidere un uomo con il veleno che con la spada").
Veleno (o "veneno" come era voce comune all'epoca di Dante) viene direttamente dal latino venènum, dagli etimologisti messo in connessione con Venus, Venere, dea della bellezza e dell'amore. Venus è collegato a sua volta anche a uenenum, la "pozione magica" e, per successiva estensione, al "filtro d'amore". Il venènum in origine era quindi "ogni materia specialmente liquida, capace per la sua forza penetrante di mutare la proprietà naturale di una cosa". I latini aggiungevano malum, cattivo, per designare un "succo nocivo" e per distinguerlo da quello buono che poteva in qualche modo curare.
Nel Digesto, la raccolta di decisioni e pareri di giuristi romani, fatta redigere dall'imperatore Giustiniano nel VI secolo, si legge infatti: «qui venenum dicit, adicere debet, utrum malum an bonum: nam et medicamenta venena sunt, quia eo nomine omne continetur, quod adhibitum naturam eius, cui adhibitum esset, mutat», ossia "Chi dice veleno deve aggiungere cattivo o buono; invero anche i medicamenti son veleni, poiché con tal nome si comprende tutto quello che, applicato, modifica la natura di ciò cui lo si applica".
Lo diceva anche Teofrasto Paracelso (1493-1541), l'alchimista, astrologo e medico svizzero: «Nulla è di per sé veleno, tutto è di per sé veleno, è la dose che fa il veleno». In greco antico, poi, la parola "veleno" era espressa addirittura con la medesima combinazione alfabetica utilizzata per dire "rimedio": pharmakon, ossia quella materia di per sé capace di guarire e donare salute oppure distruggere ed elargire morte.
Tito Lucrezio nel suo poema filosofico-scientifico De rerum natura era andato oltre, sostenendo empiricamente che gli effetti dipendono anche dalla reazione del soggetto, poiché «ciò che per uno è cibo, per altri è un amaro veleno».
Gli esseri umani, a differenza di molti animali, non sono stati dotati dalla natura dell'arma del veleno. Molti animali possiedono ghiandole del veleno che secernono sostanze di cui si servono per paralizzare o uccidere le prede prima di cibarsene o per difesa contro i predatori (scorpioni, ragni, api, vespe, centopiedi, serpenti, ma anche alcune specie di formiche, farfalle, cantaridi e numerosi animali marini). La specie umana, sprovvista di quest'arma naturale, si è quindi ingegnata a ricostruire per sé ciò che la natura gli ha rifiutato.
Sappiamo che sin dalla preistoria gli esseri umani hanno utilizzato il veleno per la caccia, anche se difficilmente si potrà conoscere quando precisamente sia cominciato l'impiego di queste sostanze.
Le prime tracce dell'utilizzo del veleno da parte dell'uomo risalgono a oltre 10.000 anni fa. È stato provato infatti che, dal XIV a metà del X millenario (siamo nel cosiddetto Magdaleniano, l'ultima fase del Paleolitico superiore europeo), le colonie di cacciatori che popolavano il continente europeo usavano il veleno per cacciare. Il primo ad avanzare tale ipotesi, successivamente largamente condivisa, fu il paleontologo Alfred Fontan. Nel 1858, lo studioso rinvenne durante scavi presso la grotta inferiore di Massat, nell'Ariége (regione del Midi-Pirenei), in un presunto insediamento di cacciatori della civiltà magdaleniana, fra i resti ossei di grossi mammiferi e manufatti, alcuni resti di frecce, ricavate dall'osso o dall'avorio degli animali abbattuti, sulle cui punte erano presenti delle strane scanalature. In una relazione inviata all'Accademia delle Scienze francese, Fontan spiegò che l'unico ammissibile fine rappresentato da quelle scanalature era quello di trattenere tossici vegetali o animali.
Tale uso si è conservato anche in altri periodi storici: scanalature assolutamente simili comparivano sulle punte di frecce utilizzate da alcune tribù in Africa, Asia e ancora oggi in alcune zone dell'Amazonia. A conferma di questo, basti pensare che lo stesso termine "tossico" deriva dall'uso di avvelenare le frecce: il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani spiega che "tossico" ha origine o dal greco Tòx-on (freccia), quindi Tox-ikòs (che attiene all'arco, alla freccia), o deriverebbe da Tàxicum da Tàsso, specie d'albero a cui gli antichi attribuivano qualità mortifere e, quindi, destinato ad avvelenare le frecce che si facevano proprio di legno di tasso.
La pratica di avvelenare le frecce si mantenne anche nel mondo antico. Celti, Galli, Daci, Dalmati, Soani del Caucaso, Sciiti e molti altri popoli hanno utilizzato veleno per cacciare. La maggior parte di questi veleni erano di origine vegetale, come l'elleboro bianco usato dai Galli o il succo del Ficus toxicaria utilizzato dai Celti, ma molto utilizzato fu anche il siero di serpenti velenosi, come la vipera.
Ben presto, però, la pratica di utilizzare il veleno passò dagli animali alle persone. Il veneficio, ossia l'omicidio mediante avvelenamento, non fu molto praticato nell'antichità, poiché le sostanze tossiche erano spesso instabili e frequentemente inefficaci. Tra questi veleni c'erano quelli di provenienza vegetale (cicuta, aconito, belladonna, assenzio) e quelli di provenienza animale (cantaridina, sangue fermentato di toro, polveri ricavate da crostacei e salamandre). La scoperta dell'arsenico, però, rivoluzionò la pratica del veneficio, facendola diventare più "efficace" e "sicura".
L'arsenico, già conosciuto dai Romani, è una sostanza altamente letale dotata di una caratteristica che la rende favorevole al veneficio: somministrato in piccole e continue dosi determina un progressivo stato di debilitazione che lentamente conduce alla morte. Così, in assenza di una indagine tossicologica, tale debilitazione fisica può essere interpretata come il decorso di una malattia incurabile ad esito mortale. In ogni caso, comunque, l'arsenico provoca la morte senza un quadro clinico caratteristico.
Solo nel 1836, il chimico britannico James Marsh ideò il famoso "test di Marsh", un esame che fornisce un semplice metodo per determinare tracce di arsenico anche piccolissime che potrebbero sfuggire ad analisi comuni.
Quando l'arsenico divenne raro e prezioso (era importato dall'India a peso d'oro), si ritornò ai veleni di origine vegetale e animale.
Nell'antichità, le limitate conoscenze mediche dell'epoca non sempre permettevano di identificare con certezza le cause dei decessi, così molte morti furono erroneamente imputate alla micidiale sostanze. Nell'antichità era facile attribuire al veleno una morte dettata, invece che provocata da qualcuno degli innumerevoli morbi che affliggevano le città: in quel tempo ammalarsi e morire era cosa da poco.
Col beneficio del dubbio, quindi, possiamo considerare come veneficio la morte dell'imperatore Augusto, avvelenato dalla moglie Livia, o quella del figlio di Catilina, ucciso dal padre. Probabili venefici furono ancora quello dell'imperatore Claudio avvelenato dalla moglie Agrippina con un piatto di funghi e una piuma intrisa di una pozione letale, come anche la morte di Britannico per mano di Nerone. In entrambe le morti gli storici latini assegnano alla maga Locuste la responsabilità della preparazione della sostanza letale.
Poiché i potenti avevano altri mezzi per eliminare avversari scomodi, tra cui la guerra privata, anche nel Medioevo i casi di venefici furono rari.
Nel Medioevo, famoso per l'uso spregiudicato dell'arma del veleno, è stato "Carlo il Cattivo", re di Navarra e conte d'Évreux, dal 1349 al 1387, anno della sua morte.
Con la nascita e, poi, il rafforzamento degli Stati nazionali, il diritto privò i potenti della guerra privata: chi voleva sbarazzarsi dell'avversario scomodo non poteva che far ricorso a mezzi illegali e nascosti, quali il veneficio.
Così, a partire dal Quattrocento, nelle corti europee dominate da intrighi e rivalità, l'avvelenamento diventò una diffusa pratica per sgombrare impunemente il proprio campo dai nemici politici o dai rivali d'amore. La nascita della Chimica, poi, impresse uno slancio alla pratica del veneficio, grazie alla scoperta o alla creazione di nuovi e più pericolosi veleni.
Gli italiani furono i più solerti nell'utilizzare questi filtri tossici, tanto che un metodo di avvelenamento prese il nome proprio dal nostro Paese: "la camicia all'italiana". Si prendeva un indumento che doveva stare a stretto contatto con la pelle (una camicia, una maglia) e lo si strofinava a lungo con sapone all'arsenico. A quei tempi una camicia era indossata anche per moltissimi giorni, se non mesi, così la vittima, senza il minimo sospetto, lentamente ma fatalmente moriva.
In questo periodo la pratica del veneficio fu così diffusa che nelle corti si diffuse l'usanza dell'assaggiatore, un figura che serviva a preservare il signore dalle congiure di palazzo. Tuttavia, nonostante la presenza di assaggiatori, si ricorse ai più svariati stratagemmi per avvelenare un rivale. È il caso dell'avvelenamento di re Ladislao I di Napoli, detto il Magnanimo, morto a trentotto anni nel 1414. Ufficialmente morì a seguito di una malattia contratta nell'espugnare Perugia, ma un autore napoletano dell'epoca cita un'altra versione, piuttosto colorita. Non potendolo uccidere in campo aperto, perché inavvicinabile, né eliminarlo col veleno nelle pietanze, e dato che il re faceva assaggiare prima tutto quello che ingeriva, si ricorse ad un espediente piuttosto bizzarro: fu infettato l'unica cosa che non faceva assaggiare a nessuno, l'organo sessuale femminile. Il re, infatti, era famoso per la sua "collezione" di amanti e proprio una di esse firmò definitivamente il suo destino. Un medico, padre di una sua amante di Perugia, spalmò sull'organo genitale della figlia un veleno facendole credere che la pomata servisse ad attrarre il suo regale amante. Il re, durante un incontro con la donna rimase ovviamente intossicato dalla sostanza. Al suo rientro a Napoli, morì.
Tra le porzioni tossiche più famose del Rinascimento, che consegnarono persone illustri e semplici individui alla morte, ricordiamo fra tutti la ricetta mortale di Giambattista Della Porta, la cantarella dei Borgia, l'acquetta di Perugia forse importata in Italia dagli Angiò e molto in "voga" negli ambienti ecclesiastici di Roma, i prelibati piatti a base di funghi velenosi offerti da Lucrezia Borgia ai suoi sudditi, la terribile acqua Tofana della omonima fattucchiera siciliana.
Giambattista Della Porta (1535-1615), filosofo, alchimista e commediografo campano, mise per iscritto una ricetta di una porzione velenosa di sua invenzione molto utilizzata a Napoli e dintorni: calce viva, vetro filato, aconito, arsenico giallo e mandorle amare con miele.
La cantarella, invece, è il filtro che rese famosa la famiglia Borgia di Roma. È una porzione velenosa ottenuta facendo evaporare urina in un contenitore di rame e mescolando i sali così ottenuti con arsenico. L'alcalinizzazione e la trasformazione in sale dell'arsenico, attraverso l'ammoniaca contenuta nell'urina, conferisce a questo minerale una elevatissima tossicità.
Molte furono le vittime di questo miscuglio mortale, uno per tutti papa Clemente XIV, morto nel 1774 vittima, si dice, dei Gesuiti (o dei loro fautori) di cui aveva soppresso la Compagnia. Più tardi il veleno, di cui le monache di Santa Petronilla di Roma avrebbero avuto il deposito, fu ribattezzato con il leggiadro nome di "vin dei Borgia", in onore di questa nobile famiglia di Pontefici.
Proprio alle monache di Santa Petronilla di Roma, una cronaca di Giovanni Villani collega la morte di papa Benedetto XI, morto ufficialmente nel 1304 per indigestione di fichi, ma forse avvelenato con questi frutti infetti con la terribile acquetta di Perugia, una sostanza che si otteneva dalla polverizzazione di una carcassa secca di un maiale impregnata precedentemente di arsenico.
I funghi furono invece la sostanza preferita da Lucrezia Borgia (1480-1519) per disfarsi di sudditi scomodi. La qualità era la Cortinarius Orellanus, tanto che questi miceti sono chiamati anche "funghi di Lucrezia". La capacità di questo fungo è quella di dare una sintomatologia tossica mortale molto tardiva, eventualmente non correlabile con la sua assunzione.
Si dice che Lucrezia, sorella di Cesare e figlia di Rodrigo Borgia, divenuto papa con il nome di Alessandro VI, anch'egli poi morto per avvelenamento, non solo facesse servire questi funghi ai banchetti che offriva ai propri sudditi, ma avesse anche un anello cavo in cui deponeva la polvere di Cortinarius orellanus.
Lucrezia pare avvelenasse i sudditi e i cortigiani cui aveva fatto dono di terre e possedimenti. In questo modo, con la loro morte, rientrava in possesso dei beni che aveva regalato.
Altro storico veleno del Rinascimento è l'acqua Tofana (o Toffana), composta da una soluzione di anidride arseniosa addizionata con un alcoolato di cantaridina. Il filtro mortale ha preso il nome da colei che è ritenuta l'inventrice: Giulia Tofana.
Giulia Tofana (o Toffana) era una cortigiana della corte di Filippo IV di Spagna, ma era anche (e soprattutto) una fattucchiera. Visse nei primi del Seicento dapprima a Palermo, dove una relazione con un farmacista le permise di aver facile accesso ai veleni più comuni, poi a Napoli ed infine a Roma. Con ogni probabilità Giulia era imparentata (se non ne era addirittura la figlia) con tale Thofania d'Adamo, giustiziata a Palermo il 12 luglio 1633 per aver fatto morire «cum veneno propinato» suo marito Francesco e per aver venduto una sostanza velenosa che aveva causato altri decessi.
Secondo alcune fonti, l'acqua tofana fu inventata proprio da Thofania d'Adamo. Dopo la sua esecuzione avvenuta nel 1633, sua figlia (?) Giulia si limitò ad allargare il mercato, vendendo il veleno non solo a Palermo, ma anche a Napoli e Roma. I maggiori acquirenti furono quelle persone che volevano "diventare vedovi", in un'epoca in cui il divorzio non era ancora ammesso dalla legge.
Il filtro mortale si "fabbricava" facendo bollire in acqua, in una pentola sigillata, una miscela di anidride arseniosa, limatura di piombo e antimonio. Dopo filtrazione quindi si otteneva una soluzione incolore priva di particolari odori e sapori, contenente un sale di arsenico, sostanza dotata di altissima tossicità, insieme a sali di piombo e di antimonio anch'essi altamente tossici. Era stato quindi scoperto il veleno ideale che poteva essere facilmente aggiunto alle bevande o ai cibi senza che nessuno potesse accorgersene. Il veleno procurava anche una morte lenta, priva di sintomi e quindi il suo utilizzo scongiurava il pericolo di sospetti.
La cortigiana Tofana iniziò a questa "arte" anche la figliastra Giroloma Spera. Denunciata da un marito scampato alla morte, fu giustiziata nel 1659 a Roma presso il Campo dei Fiori. Prima di morire, "Giulia l'avvelenatrice" confessò di aver venduto oltre seicento dosi del suo veleno.
Nel 1661 il fisico irlandese Robert Boyle pubblicò il libro The sceptical chymist (Il chimico scettico) che è stato, forse, il primo libro di chimica. Nasce l'analisi chimica che porterà ben presto alla identificazione dei veleni. L'analisi chimica conduce quindi alla "tossicologia analitica" e, dai primi metodi e apparecchiature rudimentali e talvolta poco affidabili, si giunge infine alla "tossicologia forense".
La "tossicologia analitica" è la disciplina che riesce a riconoscere l'agente che sostiene l'intossicazione e che può causare un avvelenamento, nonché la sua determinazione quantitativa, in qualsivoglia materiale contenuto (biologico e non biologico). La "tossicologia forense", invece, si occupa delle indagini della tossicologia analitica con finalità legale.
Ora affidarsi al veleno per liberarsi di rivali diventa più difficile. Nonostante tutto si continua a morire intossicati. Non solo, la moderna scienza si prodiga finanche nella utilizzazione criminale del veleno in guerra (mi permetto di rinviare sull'argomento al mio: Le armi non convenzionali: l'uomo verso l'autodistruzione, numero 123 di questa rivista, http://www.storiain.net/arret/num123/artic5.asp).
Tra i veleni maggiormente utilizzati nel nostro tempo, il cianuro resta il padrone assoluto della storia. Il cianuro uccide col legarsi al ferro presente nell'emoglobina, bloccando quindi l'assunzione di ossigeno da parte del sangue. La morte sopraggiunge per anossia cerebrale e collasso cardiovascolare. Insomma, si soffoca fino a diventare, appunto, "cianotici".
Al cianuro andavano le famigerate "camere a gas" dei campi di sterminio nazisti (precisamente si utilizzava il Zyklon B o Zyclon B, nome commerciale dell'acido cianidrico), con una capsula di cianuro si suicidarono molti gerarchi del partito nazista (Hermann Göring, Heinrich Himmler, Erwin Rommel, Joseph Goebbels), lo stesso Hitler, prima di suicidarsi con la sua compagna Eva Braun, avvelenò con il cianuro il suo amato pastore tedesco Blondi.
Il più grande suicidio di massa finora documentato, il cosiddetto "massacro di Jonestown" del 1978, attuato da novecentoquattordici persone della setta "Tempio del popolo", fu portato a termine proprio con il cianuro.
Col cianuro morì anche Gaspare Pisciotta (il luogotenente del bandito Giuliano). Un caffè corretto al cianuro mise fine pure all'esistenza del banchiere Michele Sindona, mentre una bella spruzzatina in faccia portò all'altro mondo il nazionalista ed esule ucraino Stefan Bandera (ucciso in questo modo, si dice, dal KGB).
In alcuni Stati degli USA le camere a gas delle prigioni funzionano a cianuro. Si introduce il veleno nella stanza tramite un tubo che finisce sotto la sedia del condannato in un recipiente che contiene acido solforico. Qui il cianuro di sodio comincia la reazione chimica che porta alla formazione del gas che poi ucciderà il condannato.
Ancora più recentemente si sono ipotizzate altre morti eccellenti causate proprio dal veleno. Tra queste quella di Yasser Arafat, leader nell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), morto l'11 novembre 2004 nel reparto di ematologia dell'Hospital d'Instruction des armées Percy alla periferia di Parigi.
Anche la morte di Papa Giovanni Paolo I è tuttora avvolta dal mistero. Papa Luciani fu ritrovato morto nel suo letto la mattina del 29 settembre 1978. Secondo il bollettino ufficiale, la causa del decesso fu un infarto acuto al miocardio, tuttavia molti lati oscuri (dalla sparizione degli occhiali e delle ciabatte del pontefice, alla posizione in cui fu ritrovato) portano a pensare ad una morte per avvelenamento (su questa sorprendente morte mi permetto, ancora una volta, di rinviare al mio La strana morte di Papa Luciani: un decesso all'italiana?, numero 97 di questa rivista, http://www.storiain.net/arret/num97/artic4.asp).
Per restare dalle nostre parti, come non ricordare la storia delle bottiglie d'acqua minerale contaminate con iniezioni di varechina o altri prodotti tossici. La storia, iniziata nel 2003, produsse una psicosi collettiva e molte persone finirono in ospedale con sintomi d'avvelenamento. Il misterioso sabotatore non è ma stato individuato.
È storia d'oggi anche l'avvelenamento del principale candidato alle elezioni presidenziali dell'ottobre-novembre 2004 dell'Ucraina, Viktor Andrijovyc Juscenko. Il politico, nel corso della sua campagna elettorale si ammalò di una strana malattia che iniziò a deturpargli il volto. Ricoverato nella clinica Rudolfinerhaus di Vienna gli fu diagnosticata una pancreatite acuta, accompagnata da mutamenti edematici interstiziali causati da una grave infezione virale e da sostanze chimiche che però non si trovano abitualmente nei cibi. La sindrome dermatologica facciale che si sviluppa su Juscenko, tuttavia, ricorda il cloracne, la classica alterazione cutanea causata da alcune diossine. Il politico ucraino è riuscito a salvarsi, ma il suo viso è rimasto irrimediabilmente deturpato.
Restando nell'ex Unione Sovietica, scalpore ha fatto la notizia della morte dell'ex agente del KGB e dissidente russo Alexander Litvinenko. Anche se semanticamente è improprio definire "avvelenamento" quello di Litvinenko, perché non si è avuta un'interazione "chimica" tra sostanza e organismo come nel classico avvelenamento, l'ex agente morì il 23 novembre 2006 di malattia dopo aver ingerito contro la sua volontà cibo infetto da Polonio-210, un micidiale isotopo radioattivo.
Il "veneficio individuale" è stato, dunque, per molto tempo l'arma di chi voleva sbarazzarsi dei rivali, restando impunito. Oggi l'uomo, con il suo comportamento irresponsabile, sta praticando invece un "venefico di massa" attraverso l'alterazione dell'ambiente. Non dimentichiamoci che tutto ciò che altera in maniera significativa le caratteristiche fisico-chimiche dell'acqua, del suolo e dell'aria, tale da cambiare la struttura e l'abbondanza delle associazioni dei viventi o dei flussi di energia, è veleno per il nostro corpo. Se tutto questo non è compensato da una reazione antropica adeguata, che ne annulli gli effetti negativi del nostro inquinamento, il nostro avvelenamento sarà totale.
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BIBLIOGRAFIA
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Teatro di Giustizia, di G. Garofalo - Pironti, Napoli, 1996
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La congiura e il veleno. Letture di Storici antichi, di A. De Vivo - Loffredo, Napoli, 1997
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Veleni. Intrighi e delitti nei secoli, di E. Bertol e F. Mari - Le Lettere, Firenze, 2001
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Il pugnale e il veleno. L'assassinio politico in Europa (1400-1800), di G. Minois - UTET, Torino, 2005
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I veleni del Cremlino. Gli omicidi politici in Russia da Lenin a Putin, di A. Vaksberg - Guerrini e Associati, Milano, 2007
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Storia dei veleni. Da Socrate ai giorni nostri, di J. De Maleissye - Odoya, Bologna, 2008
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I misteri dei veleni. Dall'antichità a oggi, di P. Pons Palao - De Vecchi, Milano, 2009
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