I reparti speciali di ebrei addetti alla cremazione dei cadaveri furono vittime o complici della "soluzione finale"? I suoi membri erano guardati con sospetto sia dai nazisti sia dagli internati.
I corvi del crematorio
di RENZO PATERNOSTER
>«Quelli di cui sappiamo, i miserabili manovali della strage, sono dunque gli altri, quelli che di volta in volta preferirono qualche settimana in più di vita (quale vita!) alla morte immediata, ma che in nessun caso si indussero, o furono indotti, ad uccidere di propria mano. Ripeto: credo che nessuno sia autorizzato a giudicarli, non chi ha conosciuto l'esperienza del Lager, tanto meno chi non l'ha conosciuta. Vorrei invitare chiunque osi tentare un giudizio a compiere su se stesso, con sincerità, un esperimento concettuale: immagini, se può, di aver trascorso mesi o anni in un ghetto, tormentato dalla fame cronica, dalla fatica, dalla promiscuità e dall'umiliazione; di aver visto morire intorno a sé, ad uno ad uno, i propri cari; di essere tagliato fuori dal mondo, senza poter ricevere né trasmettere notizie; di essere infine caricato su un treno, ottanta o cento per vagone merci; di viaggiare verso l'ignoto, alla cieca, per giorni e notti insonni; e di trovarsi infine scagliato fra le mura di un inferno indecifrabile. Qui gli viene offerta la sopravvivenza, e gli viene proposto, anzi imposto, un compito truce ma imprecisato». Così Primo Levi ha descritto ne I sommersi e i salvati gli uomini del Sonderkommando, definendoli con il nome di "corvi neri del crematorio".
Danuta Czech, ricercatrice del Museo statale di Auschwitz, spiega l'origine e il significato del termine Sonderkommando partendo da due documenti in particolare, il Dienstplan für Dienstag del 18 luglio 1944 (datato 17 luglio) e il Kommandanturbefehl n. 8/43 del 20 aprile 1943. Scrive la ricercatrice: «Il campo di stermino creò anche un altro gruppo di persone -
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Corpi che aspettano di entrare nei forni a Dachau
quelle che erano costrette a lavorare nei crematori e nelle camere a gas - le sventurate persone assegnate al lavoro nel Sonderkommando ("commando speciale"). Le SS avevano bisogno di parole cifrate quando parlavano dello sterminio in massa degli "indegni di vivere". Esse si riferivano allo sterminio in massa e ai trasporti designati per la selezione come "trattamento speciale" (Sonderbehandlung, spesso abbreviato in SB). Donde anche il termine Sonderkommando».
Secondo la Czezh, poiché nei crematori si applicava un "trattamento speciale" per i reclusi del campo, condotta indicata dal "criptonimo" Sonderbehandlung, il personale che vi lavorava non poteva essere che un Sonderkommando e, ovviamente, di tutti i kommandos che esistevano ad Auschwitz, questo doveva essere l'unico a meritare la qualifica di sonder, per evitare che il termine sonder perdesse la specifica connotazione criminale che gli viene attribuita dalla storiografia ufficiale.
Secondo Carlo Mattogno, considerato il principale esponente del revisionismo in Italia, il termine Sonderkommando, in relazione ai crematori, non è attestato da alcun documento. Nei documenti in cui è esplicitamente menzionato, il personale dei crematori viene invece chiamato Krematoriumspersonal, o viene indicato con il relativo numero di kommando, ad esempio Kommando 206-B Heizer Krematorium I u.II oppure Kommando 207-B Heizer Krematorium III u IV ("206 B Fuochisti crematorio I e II" e "207 B Fuochisti crematorio III e IV"). I Sonderkommando, secondo Mattogno, erano gruppi di persone addetti a tutt'altro (ad esempio alla disinfestazione, alla cernita del vestiario o all'immagazzinamento degli effetti personale dei reclusi).
La polemica su come si chiamavano le formazioni composte da deportati obbligati a collaborare con le autorità naziste all'interno dei campi di sterminio è irrilevante ai fini del nostro discorso, pertanto si continuerà ad usare il termine Sonderkommando per indicare questo gruppo di lavoratori forzati. Compito principale dei Sonderkommando era quello della raccolta dei corpi dalle camere a gas e della successiva incinerazione nei forni crematori. Un lavoro infame dunque, che costò a questi uomini l'odio da parte degli stessi internati.
La storia dei Sonderkommando si inserisce, dunque, in quel piano criminale che i nazisti chiamarono "soluzione finale", ossia l'eliminazione fisica di ebrei, zingari, omosessuali, disabili, Testimoni di Geova e oppositori politici. «Aver concepito e organizzato le squadre speciali è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo», scrisse Primo Levi, «Si rimane attoniti davanti a questo parossismo di perfidia e di odio: dovevano essere gli ebrei a mettere nei forni gli ebrei, si doveva dimostrare che gli ebrei [.] si piegano ad ogni umiliazione, perfino a distruggere se stessi».

L'antisemitismo è una vecchia malattia che tristemente ha accompagnato tutta la storia del popolo ebraico. Il termine fu coniato dal nazionalista Wilhelm Marr, che nel 1880 pubblicò un saggio dal titolo Antisemitische Hefte, come eufemismo di Judenhass («odio degli ebrei»).
A sua volta l'aggettivo semitisch, coniato nel 1781 dallo storico tedesco August Ludwig von Schlözer, indica il gruppo delle lingue (siriaco, aramaico, arabo, ebraico, fenicio) parlate da quelle popolazioni che un passo biblico (Gen. 10, 21-31) fa discendere da Sem, figlio di Noè.
Nonostante l'etimologia, il termine "antisemitismo" è riferito erroneamente solo all'odio e alla discriminazione nei confronti degli ebrei anziché all'avversione nei confronti di tutti i popoli semiti (cioè quelli che parlano lingue appartenenti al gruppo semitico, inclusi l'arabo, l'ebraico, l'aramaico e l'amarico).
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Forni cematori di Mauthausen
Storicamente si possono individuare un antisemitismo di carattere religioso (antigiudaismo), espresso soprattutto nelle altre religioni monoteiste (Cristianesimo e Islam), e un antisemitismo di carattere razziale e culturale (come quello della dottrina nazi-fascista).
Alla base dell'ideologia nazionalista c'era il "mito del sangue", cioè la convinzione che solo la razza indoeuropea, o ariana, di cui il popolo tedesco sarebbe stata la più pura espressione, fosse in grado di tramandare la civiltà e, quindi, avesse il diritto di guidare i destini dei popoli. Una tematica, tuttavia, che non era nata con Hitler ma che si era diffusa fin dall'Ottocento.
I fini supremi del movimento nazionalsocialista erano essenzialmente due: liberare il popolo tedesco dalla "congiura ebraica" e dare uno "spazio vitale" (Lebensraum) alla razza dominatrice. Con una deriva criminale, i nazisti lavorarono per attuate questi fini supremi (sull'odio per gli ebrei mi permetto di rimandare al mio "L'antisemitismo: quando, dove, come e perché nacque", in Storia in Network, numero 111, gennaio 2006, http://www.storiain.net/arret/num111/artic1.asp).

Non è noto il momento esatto
in cui i leader della Germania nazista decisero, in via definitiva, di mettere in atto la "soluzione finale" per risolvere la cosiddetta judenfrage (la "questione giudaica"). Si iniziò con l'emigrazione volontaria e forzata, per poi passare alla segregazione, alla deportazione e alla soppressione finale.
Nel 1933 il razzismo di Stato nazista concepì una legislazione antiebraica, aggravata dal boicottaggio economico e dalla violenza gratuita scatenata durante i pogrom della cosiddetta "Notte dei cristalli" (Reichskristallnacht o Kristallnacht) condotti dai nazisti nella notte tra il 9 e 10 novembre 1938 in Germania, Austria e Cecoslovacchia.
Pogrom è un termine di origine russa che significa letteralmente "demolire con atti violenti, devastare". La connotazione storica del termine si riferisce alle violente aggressioni contro gli ebrei da parte delle popolazioni locali, avvenute nell'Impero Russo. La prima grande "devastazione" a essere chiamata pogrom è stata il tumulto scoppiato contro gli ebrei a Odessa nel 1821. In seguito, il termine pogrom divenne d'uso comune per designare i numerosi disordini antiebraici che scossero l'Ucraina e la Russia meridionale tra il 1881 e il 1884, a seguito dell'assassinio dello zar Alessandro II. Il termine ha poi assunto il valore di "persecuzione sanguinosa di una minoranza" in maniera decontestualizzata, nel tempo e nello spazio.
Dopo l'invasione della Polonia da parte della Germania, nel 1939, le politiche antiebraiche furono intensificate. Si iniziò con la costruzione dei ghetti (quartieri dove deportare, isolare e controllare gli ebrei) nella zona polacca retta dal "Governatorato Generale per le aree occupate della Polonia" (Generalgouvernement für die besetzten polnischen Gebiete) e nel Reichsgau Wartheland (un'area della Polonia occidentale annessa alla Germania). Il governo nazista, in particolare, riprese in mano l'idea dello studioso Paul de Lagarde che sin dal 1885 aveva proposto di deportare tutti gli ebrei europei in Madagascar.
Nell'autunno del 1941 le SS e la polizia politica introdussero l'uso di camere a gas mobili, montate su autocarri. Un sistema di scappamento dei gas di scarico dei veicoli pompava monossido di carbonio direttamente dentro i cassoni degli autocarri, opportunamente sigillati. Le fucilazioni di massa completarono il quadro criminale.
Nella Conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942, incontro al quale parteciparono quindici alti ufficiali nazisti per decidere come attuare la "Soluzione finale della questione ebraica" (Endlösung der Judenfrage), verificata l'impossibilità pratica di trasportare gli ebrei nel Madagascar (o nelle zone occupate dai tedeschi) a causa dell'andamento negativo della guerra, si decise di compiere una vera e propria pulizia etnica, uno sterminio totale degli ebrei dall'Europa.
Il cosiddetto "protocollo di Wannsee" ordinava infatti: «Nel corso della soluzione finale gli ebrei saranno instradati, sotto appropriata sorveglianza, verso l'Est, al fine di utilizzare il loro lavoro. Saranno separati in base al sesso. Quelli in grado di lavorare saranno condotti in grosse colonne nelle regioni di grandi lavori per costruire strade, e senza dubbio un grande numero morirà per selezione naturale. Coloro che resteranno, che certo saranno gli elementi più forti, dovranno essere trattati di conseguenza, perché rappresentano una selezione naturale, la cui liberazione dovrà essere considerata come la cellula germinale di un nuovo sviluppo ebraico».
Il 31 luglio 1941, il Maresciallo del Reich Hermann Göering autorizzò Reinhard Heydrich, capo del servizio di sicurezza delle SS, aveva iniziato i preparativi per la messa in atto della "completa soluzione del problema ebraico".
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Forni crematori a Dachau
Nell'autunno del 1941, il comandante delle SS Heinrich Himmler assegnò al generale tedesco Odilo Globocnik (capo delle SS e della polizia del Distretto di Lublino, poi soprannominato "il boia di Lublino") l'incarico di attuare il progetto di eliminazione sistematica degli ebrei residenti nei territori del Governatorato Generale per le aree occupate della Polonia. Il nome in codice dato a tale piano fu "Operazione Reinhard", dal nome di battesimo di Heydrich.
Furono subito creati tre centri per l'eliminazione di massa degli ebrei: Belzec, Sobibor e Treblinka (conosciuti anche come "Campi dell'Operazione Reinhard"). Tuttavia, esisteva già un campo di concentramento e sterminio a Chelmno, nella parte della Polonia annessa alla Gemania (Warthegau), il primo ad essere dotato di camere a gas. Durante la guerra altri campi di sterminio furono costruiti nelle zone occupate dai tedeschi.
I campi di sterminio erano gestiti dalle SS, che usavano speciali gruppi di deportati, i Sonderkommando, quasi tutti di origine ebraica, obbligandoli a collaborare nel processo di sterminio di prigionieri della loro stessa etnia,

Tutti i campi di sterminio avevano al loro interno una unità di Sonderkommando: i più attivi furono quelli di Auschwitz-Birkenau, Sobibor, Treblinka, Majdanek e Belzec.
Il "peso della colpa", come lo ha chiamato Primo Levi, è stato talmente grande da spingere queste persone nell'oblio, tra senso di colpa e vergogna. I sentimenti d'odio degli stessi internati e dei sopravvissuti verso questa categoria di lavoratori forzati, tuttavia, non rendono giustizia a questi uomini, come si può evince dalla testimonianza di uno di loro, Salmen Lewental: «Perché fai un lavoro così esecrabile, perché vivi, a quale scopo vivi, che cosa ti aspetti, dove vuoi arrivare con una vita così. Qui sta il punto cruciale del nostro Kommando, che non ho affatto intenzione di difendere nella sua totalità. A questo punto devo dire la verità, che alcuni di questo gruppo si sono talmente lasciati andare con il passare del tempo che ce ne vergognammo. Hanno semplicemente dimenticato che cosa stessero facendo e col tempo si sono abituati a tal punto, [da] farci disperare per il fatto che uomini così normali, comuni, semplici, modesti, volenti o no, si siano a tal punto assuefatti a tutto, da non provare più alcuna emozione per quanto accadeva. Ogni giorno assistono alla morte di decine di migliaia di uomini e [non provano] niente. [...] Non si aveva mai a che fare con uomini vivi. Questo aveva un forte [effetto] psicologico nel limitare l'impressione della tragedia [...]. Ma vi fu anche qualcuno, che in nessun modo sottostette al corso degli eventi tanto da abituarsi».
Per i Sonderkommando venivano scelti i prigionieri più giovani e robusti, poiché avrebbero dovuto trasportare a braccia migliaia di cadaveri. E una volta prescelti non c'era modo di rifiutare l'incarico assegnato. Non c'era alcuna alternativa, se non la morte per aver rifiutato un ordine dei tedeschi. A costoro non era spiegato il compito che stava per essere loro affidato: in genere si trovavano bruscamente a contatto con il nuovo incarico, improvvisamente posti di fronte ad un cumulo di cadaveri da "trattare".
Tutti i cadaveri prelevati dalla camera a gas erano sottoposti ad una precisa. Alle donne, i barbieri tagliavano i capelli, che poi erano inviati alla conceria situata generalmente vicino a un campo base e infine spediti in Germania (dove erano utilizzati come fibre tessili per fabbricare tappeti o imbottiture). Tutti i corpi erano poi ispezionati alla ricerca di denti d'oro, che erano estratti da un'apposita squadra di dentisti. Infine, i cadaveri erano portati ai forni crematori dove una squadra procedeva alla cremazione. Un'altra squadra, invece, era incaricata di raccogliere le ceneri in appositi contenitori. Un'altra aveva il compito di recuperate qualsiasi oggetto di valore dagli indumenti negli spogliatoi.
Alcuni superstiti hanno raccontato che ai Sonderkommando erano riservati diversi privilegi: una razione in più di cibo, un'ora in più di riposo, un trattamento meno disumano, e, soprattutto, il prolungamento della vita, seppure a tempo determinato. I componenti dei Sonderkommando, infatti, venivano periodicamente eliminati (vi furono tuttavia delle eccezioni), sia per timore di rivolte sia per avere sempre "forze fresche".
Ad Auschwitz, il più grande campo di sterminio, si avvicendarono ben dodici di queste unità speciali, ognuna delle quali utilizzava da settecento a mille addetti.

Nonostante la stretta sorveglianza, i membri dei Sonderkommando cercarono, ove possibile, di organizzare forme di resistenza, seppure in moltissimi casi passiva.
Alcuni membri nascosero diari e documenti che comprovavano i meccanismi dello sterminio. La maggior parte dei manoscritti fu seppellita in contenitori metallici nei dintorni dei crematori e molti di essi sono stati ritrovati dopo decenni. Leggendo questi documenti traspare uno stato d'animo fatto d'angoscia e di morte nello spirito per il lavoro che questi uomini erano obbligati a svolgere. In un manoscritto rivolto alla famiglia, Haim Herman, scrive: «leggerete non poche opere che saranno state scritte a proposito del Sonderkommando. Ma io vi prego di non giudicarmi mai negativamente. Se tra noi c'erano buoni e cattivi, io sicuramente non sono stato tra questi ultimi. Senza paura del rischio e del pericolo, ho fatto in questo periodo tutto quello che era in mio potere per mitigare il destino degli infelici».
Nel
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Foto scattata di nascosto in una baracca di Auschwitz
manoscritto di Salmen Lewental, invece, si legge una sorta di giustificazione: «L'unica cosa che non distingue gli uomini è il fatto che ciascuno nel suo subconscio è dominato dalla volontà interiore di vivere, dal desiderio di vivere e sopravvivere. L'uomo si ripete di continuo che non si tratta della sua vita, che non si tratta della sua persona, ma solo del bene di tutti. Vuole sopravvivere per un motivo o per l'altro, per una ragione o per un'altra, e a questo scopo trova centinaia di scuse. La verità è che si vuole vivere a ogni costo, si vuole vivere perché si vive, perché tutto il mondo vive. E tutto ciò che si desidera, tutto ciò a cui si è legati almeno un pò - si è legati innanzituttto alla vita, senza la vita - questa è la pura verità».
Di fronte alla prospettiva della sopravvivenza personale, l'iniziale sentimento di solidarietà collettiva dapprima si incrinò e poi si dissolse. Questo fu probabilmente il meccanismo psicologico che entrò in gioco nei campi della morte nazisti. Questo è plausibilmente il motivo per cui migliaia di uomini destinati a svolgere un lavoro sporco decisero di reagire con l'apatia all'orrore del loro macabro compito.

Se molti decisero di tacere e pochi scelsero di testimoniare, pochissimi si ribellarono. L'episodio di resistenza più importante (e forse più conosciuto) dei Sonderkommando avvenne il 7 ottobre 1944 ad Auschwitz. Era passato mezzogiorno e nel Crematorio IV si teneva una riunione del gruppo dirigente che, dopo l'eliminazione di circa duecento uomini del Sonderkommando avvenuta il 23 settembre 1944, aveva deciso di tentare una rivolta. La decisione fu presa poiché il gruppo pensava che il calo dell'afflusso dei deportati li avrebbe destinati sicuramente alla morte.
All'improvviso entrò un detenuto tedesco (un criminale comune), che minacciò di denunciare il complotto alle SS. L'uomo fu immediatamente ucciso. Intorno alle 13,30 cominciarono ad affluire intorno al crematorio gruppi di nazisti armati. Il gruppo aveva costruito quattro rudimentali granate con un po' di esplosivo che quattro ebree polacche impiegate nella fabbrica di munizioni Union erano riuscite a far uscire. Non appena i nazisti si avvicinarono al Crematorio IV, gli uomini del Sonderkommando si ribellarono, danneggiando seriamente il forno. Gli spari dei nazisti spinsero all'azione anche i Sonderkommando del Crematorio II, mentre quelli delle altre due strutture (Crematorio III e V) furono bloccati dall'intervento delle SS. Nelle fasi concitate della rivolta, un gruppo di duecentocinquanta detenuti riuscì a fuggire e a raggiungere il vicino villaggio di Rajsko (più tardi furono ritrovati dai nazisti e trucidati in un granaio dove avevano trovato rifugio).
La rivolta costò la vita a tre soldati nazisti, mentre quindici furono i feriti. Placata la rivolta, duecento detenuti del Sonderkommando furono immediatamente fucilati. Il 26 novembre 1944 fu effettuata un'ulteriore selezione tra gli ultimi duecento membri del Sonderkommando superstiti e circa un centinaio fu fucilato nel bosco vicino al campo di Birkenau. Il 6 gennaio 1945 furono impiccate Ròza Robota, Ella Garner, Estera Wajcblum e Regina Safirsztajn, le quattro ebree polacche che erano riuscite a introdurre la polvere da sparo all'interno del campo.
Questo è l'unico episodio a nostra conoscenza di rivolta da parte di uomini del Sonderkommando. Un altro episodio di resistenza, peraltro confermato da pochissime fonti, riguarda il suicidio di massa di quattrocento ebrei di Corfù che, rifiutando di prestare servizio nella squadra speciale, il 21 luglio 1944 si fecero ammazzare dai nazisti scegliendo spontaneamente di scendere nelle camere a gas. Probabilmente altri casi accaddero all'interno dei campi di sterminio nazisti, ma i pochissimi superstiti hanno preferito il silenzio.
La maggior parte dei membri del Sonderkommando, infatti, erano già destinati alla morte, poiché testimoni della terribile realtà della "soluzione finale". Il loro destino era segnato, proprio come i costruttori delle piramidi erano fatti sparire all'interno del monumento con tutti i loro segreti (il paragone fu fatto dal pianificatore dell'Olocausto, Heinrich Heydrich).

Questi, dunque, sono stati i "sommersi" dei campi della morte nazisti, per usare la terminologia di Primo Levi. "Sommersi" nel senso che, discesi fino all'ultimo gradino dell'inferno, non avrebbero mai potuto rivelare nulla. Diversi, in ciò dai "salvati", come li definisce lo stesso Levi, ai quali almeno è stato concesso il privilegio di continuare a vivere, o meglio a sopravvivere con la morte nel cuore, dopo la loro liberazione e di raccontare gli orrori vissuti.
Pochi furono i "sommersi" che si salvarono dall'inferno e di questi quasi tutti hanno preferito il silenzio, tra senso di peccato, vergogna e orrore.
Uno di loro, Shlomo Venezia, ebreo di Salonicco di nazionalità italiana, sopravvissuto ad Auschwitz-Birkenau, ha invece avuto il coraggio di raccontare attraverso un libro (Sonderkommando Auschwitz) la sua terribile esperienza in quel mondo complesso e impossibile da giudicare. Shlomo Venezia riuscì a salvarsi perché al momento dell'avanzata sovietica era in attività e riuscì a sottrarsi alla morte perché si mescolò ai prigionieri delle cosiddette "marce della morte" imposte dalle SS ai deportati per evacuare i campi di sterminio.
Toccanti sono le sue parole, parole pesanti come macigni che descrivono la violenza psicologica subita e le ferite all'anima che non si sono mai rimarginate: «Tutto mi riporta al campo. Qualunque cosa faccia, qualunque cosa veda, il mio spirito torna sempre nello stesso posto. Non si esce mai, per davvero, dal Crematorio».
(2 - Fine)
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BIBLIOGRAFIA
  • I sommersi e i salvati, di Levi P. - Einaudi, Torino, 1986
  • Uomini ad Auschwitz. Storia del più famigerato campo di sterminio nazista, di Langbein H. - Mursia, Milano, 1992
  • La voce dei sommersi. Manoscritti ritrovati di membri del Sonderkommando di Auschwitz, a cura di Saletti C. - Marsilio, Milano, 1999
  • "Sonderbehandlung" ad Auschwitz. Genesi e significato, di Mattogno C. - Edizioni di Ar, Padova, 2000
  • Sonderkommando. Diario di un crematorio di Auschwitz, 1944, di Gradowski S. - Marsilio, Venezia, 2002
  • Testimoni della catastrofe. Deposizioni di prigionieri del Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), a cura di Saletti C. - Ombre Corte, Verona, 2004
  • Kalendarium. Gli avvenimenti nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau 1939-1945, di Czech D. - Mimesis, Sesto San Giovanni (Milano), 2007
  • Sonderkommando, di Petruccioli D. - Zona, Civitella in Val di Chiana (Arezzo), 2007
  • Sonderkommando Auschwitz. La verità sulle camere a gas. Una testimonianza unica, di Venezia S. - Rizzoli, Milano, 2007