Numero 175 - Maggio 2011
I FASCISTI ALL'ASSALTO delle organizzazioni operaie democratiche. Incendi
e violenze. Poi Mussolini creò, nel 1922, una Confederazione in linea con il Pnf
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IL SINDACATO IN CAMICIA NERA
di MASSIMILIANO TENCONI
La prima grande novità, dopo la fine della Prima guerra mondiale, fu la progressiva massificazione della vita politica e sindacale. La Confederazione generale del lavoro, che nel 1913 contava 327 mila iscritti, alla fine del 1920 aveva più di 2 milioni d'associati. Il balzo compiuto dai sindacati cattolici fu ancora più rilevante: la Confederazione italiana dei lavoratori, nata due anni prima, contava nello stesso periodo 1 milione e 200 mila
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Sede sindacale distrutta a Roma
aderenti contro i 114 mila del periodo antebellico. Nel 1920 la Cgl e la Cil erano senza alcun dubbio le due principali centrali sindacali, ma non vanno dimenticate altre strutture quali l'Unione Sindacale Italiana d'ispirazione anarchica, i sindacati ferrovieri, la Federterra e l'Unione Italiana del Lavoro.
Quest'ultima organizzazione fu costituita il 9 giugno del 1918 da sindacalisti rivoluzionari che, per via del loro interventismo, erano fuoriusciti dall'Usi. Nel congresso di fondazione, svoltosi in piazza San Sepolcro a Milano dove intervennero un centinaio di delegati in rappresentanza di 120 mila organizzati, a prevalere furono le tesi d'Edmondo Rossoni che fu nominato segretario della nuova struttura sindacale. Rossoni, proveniente da una lunga esperienza di sindacalista rivoluzionario, nell'occasione sottolineò l'esigenza di ottenere l'unità sindacale, ribadì i valori dell'interventismo e sostenne l'idea dell'apoliticità del sindacato il cui compito avrebbe dovuto essere quello di svuotare progressivamente tutte le funzioni economiche e politiche dello Stato per avocarle a sé. Questa posizione fu sintetizzata nel corso dell'anno dallo stesso segretario della Uil nel motto "dalla dittatura del proletariato al Governo dei sindacati".

All'esperimento dell'Unione Italiana del Lavoro guardò con grande interesse Mussolini il quale considerava la nuova organizzazione la più congeniale al suo orientamento politico. Dalle colonne del "Popolo d'Italia" era già intervenuto sulla questione sindacale sostenendo l'idea del sindacalismo nazionale, la cui impostazione prevedeva la collaborazione fra datori di lavoro e prestatori d'opera al fine di accrescere la produzione della nazione. Sul "Popolo d'Italia" del 17 novembre 1918 Mussolini, osservando l'evoluzione del sindacalismo nazionale francese, scrisse:
"Niente rivoluzione politica, niente estremismo, niente espropriazione e nemmeno lotta di classe, se i capi delle imprese saranno intelligenti. Collaborazione intensa, armonica degli industriali e degli operai, nella produzione; soddisfazione delle 'giuste rivendicazioni del lavoro organizzato".
Erano queste le basi del sindacalismo nazionale, momento creativo del sindacalismo che si contrapponeva al socialismo politico "eminentemente distruttivo". L'idea del sindacalismo nazionale fu ribadita anche il 23 marzo del 1919 nel discorso pronunciato in occasione della nascita dei Fasci di combattimento. In precedenza, nei suoi interventi, aveva inoltre esaltato il produttore come nuova figura del processo economico che, ai suoi occhi, appariva come la sintesi del braccio e della mente, nonché l'espressione della fusione degli interessi borghesi e del proletariato posti al servizio della grandezza nazionale.

L'appoggio di Mussolini all'organismo rossoniano, basato su una serie di princìpi che affondavano le loro radici nel patrimonio ideale del sindacalismo rivoluzionario, ebbe il suo momento più esplicito in occasione dello sciopero operaio scoppiato nel 1919 a Dalmine. Qui, circa 2.000 operai e impiegati della Franchi - Gregorini e aderenti alla Unione Italiana del Lavoro, presentarono a febbraio le loro richieste per l'adozione delle otto ore di lavoro, per adeguamenti salariali e per l'introduzione del cosiddetto "sabato inglese". Fu chiesto inoltre il riconoscimento dei rappresentanti sindacali e la retribuzione al 100 percento delle ore straordinarie. Di fronte all'opposizione degli industriali, che avevano minacciato la serrata, il 16 marzo gli operai occuparono lo stabilimento e decisero di proseguire la produzione nell'intento di mostrare la maturità del proletariato italiano e di provare come in 44 ore lavorative "motivate" fosse possibile conseguire una produzione pari a quella di 64 ore. Per la prima volta gli operai, in modo del tutto autonomo, procedevano all'occupazione di una fabbrica e ancora più sorprendentemente optavano per il proseguimento della produzione. L'esperimento ebbe breve durata giacché, nella notte fra il 17 e il 18, la forza pubblica costrinse gli scioperanti a lasciare la fabbrica. Poco dopo la fine dell'agitazione, il direttore del "Popolo d'Italia" si recò in visita degli stabilimenti e lodò il comportamento operaio, meritevole, a suo avviso, d'aver avviato una nuova strategia di lotta economica:

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Lavoratori della Fiat in assemblea
"Voi vi siete mossi sul terreno della classe ma non avete dimenticato la nazione. [.] Non siete voi i poveri, gli umili, i reietti, secondo la vecchia retorica del socialismo letterario, voi siete i produttori, ed è in questa vostra rivendicata qualità che voi rivendicate il diritto di trattare da pari con gli industriali ".
Le posizioni fra l'Unione italiana del lavoro e il fascismo andarono nel corso dei mesi successivi deteriorandosi per via del rafforzamento all'interno dell'organizzazione sindacale della posizione capeggiata da Rossoni, sostenitore di una linea d'indipendenza del sindacato dai movimenti politici. Tale distacco portò la Uil ad una decisa presa di posizione antifascista espressa nel corso del suo IV congresso nazionale, svoltosi nel 1921 a Roma. La crescente indipendenza della Uil fece sì che il fascismo spostasse la sua attenzione sui nuovi organismi sindacali autonomi che rigettavano l'idea di sciopero politico e accettavano una visione di stampo produttivistico. L'apoliticità, il rifiuto dello sciopero, la tutela dell'interesse dei lavoratori non disgiunto da quello della nazione, erano le peculiarità di queste nuove organizzazioni.
Una scelta definitiva in favore di tali organismi, però, fu compiuta solo alla fine del 1919 come conseguenza della sconfitta subita dai fasci nel corso delle elezioni di novembre. A quel punto, chiuso ogni spazio a sinistra e deluso dallo scarso appoggio avuto dalle classi popolari, Mussolini comprese che l'unica strada da percorrere era quella di rivolgersi a destra e assunse un deciso orientamento antioperaio. In ambito sindacale questa scelta lo spinse dunque ad appoggiarsi alle strutture sindacali economiche sorte nei mesi precedenti e che, anche se si definivano apolitiche, accettavano e facevano proprio il piano economico-sociale elaborato dai fasci.

Le prime strutture di questa natura erano nate a Milano nel 1919 come risposta allo sciopero internazionale indetto dalla Confederazione Generale del Lavoro per protestare contro la presenza di truppe dell'intesa in Russia ed Ungheria. Contrari ad interrompere la propria attività, un gruppo di postelegrafonici diede vita al Fascio Postelegrafonico destinato a diventare prima Sindacato Nazionale Postelegrafonici Fascisti e poi l'Associazione Nazionale Fascista Postelegrafonica. I cosiddetti sindacati economici ebbero il loro sviluppo soprattutto nel corso dell'anno seguente come conseguenza della ripresa degli scioperi e rappresentarono la risposta fornita da parte dei ceti medi al riacutizzarsi delle problematiche sociali. Ha scritto in proposito Ferdinando Cordova:
"Premuti da vicino, e non cointeressati in alcun modo, per miopia di partito ai problemi dei lavoratori, era fatale che passassero ben presto al contrattacco: avevano solamente bisogno di qualcuno che li organizzasse. Questo qualcuno fu il fascismo, che, persa, con le elezioni del 1919, ogni velleità operaia, trovò, nella difesa dei ceti medi, il proprio spazio politico senza confondersi e disperdersi con le tante ed anonime associazioni di destra già esistenti".
La componente piccolo borghese raccolta nei sindacati economici fu il primo nucleo delle future Corporazioni le quali, però, videro confluire al loro interno altre strutture cresciute e sviluppatesi con il dilagare dello squadrismo. Contemporaneamente alla nascita dei sindacati economici, infatti, nuovi e in parte diversi sindacati fascisti erano sorti nella Venezia Giulia con il preciso compito di riorganizzare le masse lavoratici i cui organismi di rappresentanza, sottoposti alle violenze scatenate contro di loro dal fascio di Trieste, conoscevano una vera e propria emorragia d'aderenti. Fu proprio grazie ai successi ottenuti in questa zona che tutti i fasci furono invitati a sviluppare in ogni località un movimento sindacale autonomo che avrebbe dovuto agire contro i partiti e spezzare il fronte socialista. A tal fine fu creata la Confederazione Italiana Sindacati Economici che avrebbe dovuto coordinare lo sviluppo dei sindacati regionali. A dare spessore ai sindacati fascisti fu però, soprattutto, la reazione agraria. La risposta degli agrari nelle campagne segnò, dopo che il movimento dei lavoratori negli anni precedenti era riuscito a migliorare le proprie condizioni di vita, la riscossa dei grandi proprietari terrieri e andò ad investire non solo le correnti avversarie massimaliste, ma tutto ciò che in qualche modo limitava il potere dei proprietari vincolandoli a regole precise e sminuendone il potere arbitrario.

L'ondata di violenza che investì l'intero paese fece ovunque un'ecatombe di leghe, di cooperative, d'istituzioni operaie. Ciò che appare necessario sottolineare, è Angelo Tasca a ricordarlo nel suo Nascita e avvento del fascismo, è che ovunque la distruzioni si accompagnarono alla fondazione di nuove strutture che dovevano accogliere gli aderenti delle vecchie leghe:
"La concentrazione delle squadre in una località [era] sempre seguita dalla distruzione delle Camere del lavoro e delle altre sedi sindacali, dall'assassinio o dall'allontanamento forzato dei capi sindacali locali; questa razzia costitui[va] l'atto preliminare necessario per la fondazione di una corporazione fascista, alla quale si fa[cevano] iscrivere gli aderenti dell'organizzazione distrutta".
I nuovi sindacati fascisti assorbirono così gli iscritti delle organizzazioni presenti sul territorio gonfiando sempre più le proprie fila. Sottoposti ad una violenza ininterrotta, che vanificò in pochi mesi un operato ormai ventennale, una gran massa di lavoratori fu costretta ad abbandonare le proprie organizzazioni tradizionali per confluire in quelle fasciste. Il crollo della Confederazione generale del lavoro fu verticale: alla fine del 1921 gli iscritti rispetto l'anno precedente si dimezzarono e nell'anno successivo la crisi che la colpì si fece ancora più pesante. L'ingrossamento delle organizzazioni fasciste e le tensioni che si aprirono in seno al fascismo tra squadristi emiliani e Mussolini per via del patto di pacificazione da lui voluto nell'estate del 1921, accelerarono la costituzione di una Confederazione sindacale fascista.

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Gruppo di picchiatori fascisti
Il 24 gennaio del 1922, a Bologna, fu inaugurato il convegno sindacale promosso dal neocostituito Partito Nazionale Fascista da cui sarebbe scaturita la nascita della Confederazione Nazionale delle Corporazioni Sindacali che riunì tutti quegli organismi sindacali che in qualche misura erano legati al fascismo. Fra le diverse posizioni che emersero nel convegno prevalse la tesi di un organismo sindacale autonomo di nome, ma che, di fatto, doveva essere legato al Pnf. A guidare la Confederazione delle Corporazioni fu chiamato il già noto Edmondo Rossoni che, una volta abbandonata l'Uil, aveva assunto la guida della Camera del Lavoro di Ferrara ed era diventato il referente dei sindacalisti emiliani.
Accettando la segreteria delle Corporazioni egli veniva meno a quella impostazione autonomista che aveva caratterizzato le sue precedenti posizioni. Tale contraddizione fu da lui superata sostenendo sulle pagine de "Il lavoro d'Italia", il giornale fondato per diffondere i principi delle Corporazioni, che i comuni riferimenti all'interesse nazionale avevano permesso il superamento della pregiudiziale antipartitica. La base teorica del nuovo sindacato avrebbe dovuto fondarsi sulla mai sopita idea del sindacalismo nazionale che, espressione autentica dello spirito italiano, avrebbe permesso il superamento dell'antagonismo di classe tra proletariato e borghesia per giungere alla realizzazione di una nuova organica classe nazionale.

Tali posizioni furono ribadite in occasione del primo congresso delle Corporazioni, svoltosi il 4 giugno del 1922, dove Rossoni espose le linee guida del nuovo istituto sindacale. Le Corporazioni, a detta del suo segretario, non intendevano inoltre contestare l'assetto economico capitalistico vigente, ma essere funzionali ad esso e promuovere il libero gioco delle forze economiche sviluppando procedure conciliative anziché conflittuali. L'apporto delle Corporazioni fasciste nelle giornate della marcia su Roma fu pressoché ininfluente. Dopo la presa del potere, però, il fascismo rafforzò ulteriormente i suoi legami con i sindacati tanto che, all'inizio del 1923, una risoluzione del Partito proclamò l'incompatibilità fra la qualità di fascista e l'appartenenza ad altre organizzazioni sindacali non inquadrate nelle Corporazioni.
I princìpi fondamentali del sindacalismo fascista furono presto destinati a scontrarsi con una realtà segnata da una profonda crisi economico-sociale le cui conseguenze provocavano il sorgere d'agitazioni che, di fatto, sconfessavano le sue aspirazioni conciliative. I propositi del sindacalismo fascista furono costretti a confrontarsi con un duplice orientamento. Da un lato, infatti, le organizzazioni padronali, che grazie al fascismo avevano riconquistato una considerevole libertà di movimento, non intendevano sacrificare in favore delle Corporazioni fasciste quanto avevano ottenuto di recente.

Dall'altro lato il peggioramento delle condizioni economiche delle grandi masse lavoratrici aprì una serie di vertenze che sfociarono in scioperi spesso diretti dalle stesse Corporazioni. I sindacati fascisti si trovarono così a guidare le proteste nel tentativo di non essere scavalcati dalle masse e nella speranza di mantenere o rafforzare i rapporti con esse. Alla diminuzione dei salari e ai problemi legati al carovita, si aggiunga poi che in molti casi i contratti siglati dalle stesse Corporazioni erano palesemente violati da parte dei datori di lavoro. Fu in questo contesto che Rossoni lanciò la parola d'ordine del sindacalismo integrale il cui fine doveva essere l'inquadramento del leghismo autonomo delle classi padronali in un'unica organizzazione ove sarebbero state presenti anche le organizzazioni dei lavoratori. Il progetto rossoniano sollevò le riserve sia degli industriali sia dei proprietari terrieri dando il via ad una serie d'acute polemiche, dai toni assai minacciosi, soprattutto provenienti dai settori del sindacalismo più oltranzista. In un'assemblea dei segretari provinciali e delle sezioni svoltasi a Torino, ad esempio, Domenico Bagnasco attaccò duramente il mondo industriale:
"Il malanimo della classe industriale si manifesta in tutti i modi, come lo provano le falcidie operate nelle paghe operaie, l'abolizione dell'indennità caroviveri e i licenziamenti fittizi operati al solo fine di poter fare nuove ammissioni a condizioni inferiori di paghe e di stipendi".

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Sede operaia dopo un'incursione
Per il sindacalista era ormai necessario "agire non più col sentimento, ma con la forza, che sola può far sottomettere tutti gli avversari alla disciplina nazionale". Nonostante le insistenze di Rossoni, sia gli industriali sia la Confederazione dell'agricoltura riuscirono a mantenere la propria autonomia sottraendosi così al progetto d'assorbimento portato avanti da una parte delle Corporazioni. I progetti rossoniani furono chiaramente sconfitti con l'accordo siglato nel dicembre del 1923 e noto come patto di Palazzo Chigi.
In tale occasione fu stabilito che tra le due organizzazioni si sarebbe realizzata una collaborazione particolare ma, allo stesso tempo, la Confindustria vide riaffermata la sua indipendenza. Questo risultato, del resto, era la conclusione auspicata da Mussolini il quale, in vista delle future elezioni politiche, cercava di guadagnare l'appoggio del mondo delle imprese. Una linea che si rilevò vincente poiché, nella campagna elettorale del 1924, la Confindustria si schierò apertamente con il Governo. A due giorni dalle elezioni il suo rappresentante, l'onorevole Benni, in un discorso al teatro Lirico di Milano esaltò la politica economica e sociale attuata fino allora dal fascismo e non mancò di sottolineare i meriti dello stesso sindacato fascista, "benemerito delle classi lavoratrici," in quanto aveva riconciliato gli operai alla patria e contribuito all'abbandono di progetti utopici.
Per ciò che riguarda invece la Confederazione dell'agricoltura, la questione seguì un evolversi particolare che comunque ribadì il ruolo autonomo degli agrari. Dopo la firma degli accordi di Palazzo Chigi, la polemica con gli agricoltori continuò per qualche mese poi, il 20 febbraio del 1924, la Confagricoltura decise di fondersi con la Fisa - Federazione Italiana Sindacati Agricoltori sorta nel novembre del 1922 e che accettava le linee del sindacalismo integrale - confidando sul fatto che, grazie all'esperienza dei propri uomini, avrebbe riconquistato una posizione di dominio all'interno del nuovo organismo svincolandosi così da ogni possibile controllo.

Benché l'accordo di Palazzo Chigi avesse sconfessato il principio del sindacalismo integrale, i suoi fautori continuarono a teorizzarne il modello anche se, preso atto della situazione che si era venuta a creare, puntarono ad ottenere per lo meno il monopolio della rappresentanza operaia. Per comprendere pienamente questa fase, destinata a sfociare negli accordi di Palazzo Vidoni, è necessario sempre tenere presente la difficile condizione delle masse che determinarono, sia nel corso del 1924 sia nell'anno successivo, il riaccendersi della lotta sociale.
Oltre che suonare come un condanna ai princìpi formulati dai sindacati fascisti, la ripresa di scioperi e agitazioni rischiava di tradursi in una fuga degli associati dalle Corporazioni verso i tradizionali referenti sindacali che, per altro, avevano continuato a riscuotere la maggioranza dei consensi sia presso i lavoratori sia presso i datori di lavoro ben consapevoli, questi ultimi, delle reali capacità rappresentative dei sindacati fascisti. Le agitazioni e gli scioperi che ebbero luogo nel biennio mostrarono tutti i limiti del sindacalismo fascista. Non solo con la loro azione alimentarono la contraddizione tra una teoria conciliativa e una prassi antagonista, ma non furono mai in grado di far valere le richieste dei propri rappresentati. Le vertenze, infatti, erano generalmente chiuse con accordi ben lontani dalle richieste avanzate mentre in altre occasioni, nell'impossibilità di vincere l'intransigenza padronale, potevano essere chiuse solo grazie al diretto intervento del Governo che imponeva la propria soluzione. Si aveva così un sindacato incapace di far valere le proprie ragioni e subalterno sia del mondo padronale sia del Governo.
La debolezza dei sindacati fascisti e la loro scarsa penetrazione nella realtà operaia, emerge in tutta la sua eloquenza qualora si prenda in esame la dinamica delle elezioni per le Commissioni interne e gli avvenimenti del grande sciopero dei metallurgici del marzo del 1925. Nel corso dei primi mesi del 1924 le elezioni svoltesi nelle fabbriche di Torino sancirono il netto consenso della Fiom, che ottenne l'81 per cento delle preferenze, contro un modesto 15 per cento raccolto dalle Corporazioni. Una posizione assai fragile che escludeva le stesse organizzazioni padronali a stipulare con le Corporazioni accordi di carattere generale che avrebbero corso il rischio di essere violati dalla maggioranza dei propri dipendenti.

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A Milano (1922) i fascisti forzano
lo sciopero sostituendo i tramvieri
Affinché accordi di tale fatta acquistassero un significato diverso era necessaria la presenza d'altri elementi esterni alla normale dialettica tra confederazioni sindacali. Elemento che si manifestò in tutta la sua reale portata con lo scoppio dell'agitazione dei metallurgici lombardi. Lo sciopero dei metallurgici lombardi vide affiancate nella lotta le Corporazioni fasciste alla Fiom cui erano associati, attraverso il comitato intersindacale, l'Usi, di ispirazione anarchica, e lo Snom, di matrice cattolica. La controversia ebbe origine in seguito alle richieste di revisione salariale avanzate dai sindacati fascisti per la categoria. Paradossalmente, queste revisioni avrebbero dovuto modificare gli accordi firmati dalle stesse Corporazioni fasciste nell'autunno precedente ed allora ritenute una vera e propria vittoria nonostante nel referendum indetto dalla Fiom negli stabilimenti, subito dopo l'accordo, il concordato fosse stato decisamente sconfessato dalle maestranze: contro di esso, infatti, si espressero ben 11.366 operai contro il parere favorevole di un'esigua minoranza rappresentata dal voto di 140 lavoratori. Ad inizio del febbraio 1925 la Fiom presentò la propria richiesta di revisione ma, mentre erano in corso le trattative con gli industriali, le Corporazioni fasciste di Brescia diedero inizio all'agitazione che in breve tempo raccolse l'adesione di ben ottomila operai.
Le posizioni intransigenti delle due parti spinse le Corporazioni all'allargamento della vertenza permettendo così l'inserimento delle organizzazioni sindacali non fasciste nella lotta. Queste, riunite in un Comitato intersindacale comprendente socialisti, anarchici e cattolici, proclamarono a loro volta lo sciopero rendendolo a tutti gli effetti generale. Spinti dal timore di un risorgere della lotta di classe gli industriali si mossero in favore delle Corporazioni altrettanto desiderose di trovare un accordo che avrebbe permesso loro di chiudere la vertenza prima che lo sciopero gli fosse sfuggito di mano e, in secondo luogo, decise a ottenere un concordato che avrebbe nuovamente escluso le organizzazioni concorrenti. Riconoscendo questo interesse comune presente nelle due parti, Mussolini e Federzoni capirono che se fossero riusciti a superare i contrasti avrebbero legato al regime sia i sindacati fascisti sia gli industriali, trasformando lo Stato fascista in arbitro di ogni eventuale e futuro nuovo equilibrio. La trattativa conclusiva della vertenza si svolse a Milano nel pomeriggio del 15 marzo presso l'Hotel Corso in un clima teso e con le parti rigidamente arroccate sulle proprie posizioni. Il diretto intervento del presidente del Consiglio, per mezzo del segretario del Partito Farinacci e del prefetto Lanfranconi, accelerò le discussioni inducendo sia gli industriali sia i rappresentanti dei sindacati fascisti ad ammorbidire i propri atteggiamenti.

Si giunse così alla firma del concordato che prevedeva l'aumento dell'assegno straordinario giornaliero con decorrenza dal 1° di marzo. Era inoltre stabilito che l'accordo non avrebbe comportato la revisione di migliori condizioni precedentemente pattuite in altre imprese e che sarebbe stato riveduto, a cadenza trimestrale, dietro richiesta di una delle due parti contraenti e modificato in base alle variazioni del costo della vita. Dal momento in cui gli organizzatori fascisti avevano lasciato intendere la possibilità di più cospicui miglioramenti, il risultato ottenuto deluse gli stessi aderenti alle Corporazioni. Contemporaneamente la Confederazione socialista giudicò l'accordo un vero e proprio sopruso a cui non poteva che fare seguito la protesta operaia, una presa di posizione a cui si associarono anche le altre rappresentanze non fasciste. Appena ricevuta la notizia della firma del concordato la Fiom invitò tutti i suoi aderenti a proseguire la lotta. Nonostante le grandi difficoltà, si verificarono diversi arresti e fu proibito tenere comizi, nella prima giornata di sciopero contro il concordato l'astensione dal lavoro fu quasi totale: nella città di Milano su 35 mila operai solo 6 mila si presentarono regolarmente al lavoro. Nella giornata del 17 marzo, in contemporanea allo sciopero degli operai milanesi, l'agitazione metallurgica, diretta dalla Fiom, fu proclamata anche a Torino coinvolgendo 60 mila operai ed esteso anche ai cantieri di Trieste, a Genova e Napoli.

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Le squadre di Mussolini dirette
a Roma per la famosa marcia
A Milano, mentre i comunisti svolgevano una frenetica azione nel tentativo di allargare il più possibile lo sciopero per dargli uno sbocco insurrezionale antifascista, la Fiom, in accordo con le altre organizzazioni del Comitato intersindacale, pur decidendo di mantenere lo sciopero per tutta la giornata, ritenne di avere ormai raggiunto l'unico risultato conseguibile. Questo risultato era semplicemente l'aver dimostrato che la stragrande maggioranza degli operai seguiva le sue direttive e quelle delle organizzazioni confederate. Il Comitato intersindacale, come è riportato dal quotidiano milanese "L'Italia", pensava che due giorni di sciopero di protesta contro il concordato delle Corporazioni fossero sufficienti ad "ammonire i responsabili che la libertà e l'autonomia sindacale non si sopprimono". L'agitazione metallurgica, avviata per impulso dai capi delle Corporazioni, aveva mostrato la sterilità del sindacalismo fascista che, non essendo appoggiato dalle masse operaie, era riuscito a piegare l'intransigenza padronale solo godendo dell'appoggio e della mediazione del Governo il quale, a sua volta, aveva utilizzato la vertenza per intervenire in modo da legare a sé il mondo dell'impresa e le Corporazioni. D'altro canto le organizzazioni sindacali libere, riunite e guidate dalla Fiom, non erano riuscite ad andare oltre ad una pura azione dimostrativa senza nulla ottenere sul piano pratico. Lo sciopero indetto dalle organizzazioni sindacali libere e condotto in perfetta legalità secondo i criteri aventiniani della protesta morale, nulla poteva né contro le Corporazioni decise a raggiungere il monopolio ad ogni costo, né contro gli industriali pronti a siglare un accordo con i sindacati fascisti per poi prontamente chiedere al Governo la relativa contropartita.

Nonostante tutti i limiti evidenziati, ma galvanizzati dalla svolta compiuta da Mussolini il 3 gennaio che aveva dato il via alla dittatura a viso aperto, al termine dell'agitazione i sindacati fascisti ripresero ad avanzare la loro proposta per il riconoscimento di un unico sindacato. Pur consapevole della loro debolezza, il Governo ne assecondò l'orientamento con il fine di porre termine ad ogni dialettica sindacale e di agganciare al proprio carro politico sia gli industriali sia i sindacati fascisti.
La situazione ebbe così il suo epilogo negli accordi di Palazzo Vidoni, siglati il 2 ottobre del 1925, grazie al quale le rappresentanze padronali e le Corporazioni sottoscrissero un patto mediante il quale si riconoscevano reciprocamente come le rappresentanze esclusive delle maestranze lavoratrici e degli industriali. Era inoltre stabilita l'abolizione delle Commissioni interne le cui funzioni sarebbero state esercitate dal sindacato locale che, a sua volta, le avrebbe esercitate nei confronti della corrispondente organizzazione industriale. A causa di quest'ultimo provvedimento il nuovo sindacalismo era escluso da qualsiasi rapporto organico con le fabbriche e perdeva tutto il suo potere all'interno delle aziende sancendo così la struttura autoritaria dell'impresa.
Dopo l'accordo di Palazzo Vidoni, il Gran Consiglio del fascismo affrontò il problema del riconoscimento giuridico dei sindacati e quello dell'istituzione della magistratura del lavoro, nella sessione del 6 ottobre. Il principio fondamentale fissato dal Gran Consiglio stabilì che il fenomeno sindacale dovesse essere controllato ed inquadrato dallo Stato. Nella riunione fu stabilito che sarebbe stato riconosciuto un unico sindacato per categoria e che le organizzazioni che godevano di tale riconoscimento avrebbero potuto stipulare contratti collettivi di lavoro validi per tutti i lavoratori.

I sindacati non riconosciuti avrebbero invece continuato ad operare come associazioni di fatto, perdendo però ogni possibilità di rappresentare il movimento dei lavoratori in sede di contrattazione. Il compito di far osservare i contratti collettivi stipulati era riservato alla magistratura del lavoro, la quale diventava l'arbitro di ogni eventuale disaccordo che sarebbe sorto tra capitale e lavoro dato che, dove essa era attiva, non erano ammessi né lo sciopero né la serrata. Quest'ultimo divieto era poi reso totale per tutti i dipendenti dello Stato e per gli impiegati degli enti pubblici. Le risoluzioni della seduta del Gran Consiglio del 6 ottobre furono trasformate in disegno di legge e presentate alla Camera il 18 novembre.
In tale progetto furono stabiliti i princìpi che avrebbero dovuto regolare il riconoscimento giuridico. Sarebbero potuti essere investiti di personalità giuridica quei sindacati che fossero stati in grado di rappresentare almeno il decimo di lavoratori di una categoria; che avessero abbinato, allo scopo di difesa degli interessi economici, la promozione assistenziale e educativa e per concludere che fossero stati diretti da uomini di alta capacità, moralità e di sicura fede nazionale, ossia fascisti. Il progetto fu in seguito approvato e trasformato in legge dello Stato il 3 aprile 1926. L'approvazione della legge segnò la fine dei sindacati non fascisti e le Corporazioni rimasero le uniche strutture che i lavoratori avrebbero potuto utilizzare al fine della loro difesa. Il provvedimento legislativo prevedeva inoltre la creazione delle corporazioni, che dovevano fungere da organi amministrativi dello Stato, aventi il compito di collegare fra loro le organizzazioni sindacali per un determinato ramo della produzione o per una serie di categorie d'imprese.

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Mussolini passa in rivista
un gruppo di operai
Con la loro creazione, con il riconoscimento giuridico dei sindacati e la realizzazione della magistratura del lavoro, erano state poste le premesse per l'organizzazione della società in classi giuridicamente riconosciute, dando così inizio al processo di costruzione dello Stato corporativo; dopo il varo della legge sindacale era perciò necessario stabilire il ruolo che avrebbe dovuto essere assunto dalle Corporazioni nel nuovo quadro corporativo che cominciava a delinearsi. Questa sistemazione teorica avvenne non senza contrasti e si svolse avendo sullo sfondo le difficoltà economiche che mettevano in discussione i tanto decantati princìpi della collaborazione fra le classi. In conseguenza della politica deflazionista, avviata e poi sostenuta fortemente per motivi principalmente politici da Mussolini, si assistette ad un forte calo della produzione che causò un ingente aumento della disoccupazione, considerevoli tagli salariali e una ripresa da parte del sindacalismo fascista di toni duri e minacciosi. Il peggioramento delle condizioni di vita delle classi meno agiate è testimoniato da numerosi fattori. Si assistette ad una rarefazione della piccola proprietà e a un aumento degli abbandoni infantili; i consumi di carne e di bevande diminuirono o, quando si mantennero costanti, peggiorarono qualitativamente. Altri aspetti del disagio delle masse furono il calo degli indici di natalità e di nuzialità, la crescita da parte delle famiglie delle domande di sussidio rivolte ai Comuni, l'aumento dell'occupazione minorile.

Sul versante contrattuale, inoltre, i contratti collettivi nazionali furono quasi sempre stipulati con grandi ritardi e le leggi di tutela sui posti di lavoro, specialmente nelle piccole e medie imprese, rimasero largamente disattese. Alla Carta del lavoro, la quale stabiliva norme di massima, non fecero seguito decreti precisi sulla regolamentazione dei contratti collettivi. In pratica i princìpi proclamati non furono tradotti in termini di diritto, sicché la conclusione dei contratti risultava difficile e i lavoratori si trovarono costretti ad affrontare lunghe contese per ottenere ciò che in linea teorica era loro riconosciuto. La crisi economica, infine, favorì il diffondersi della cosiddetta "serrata elastica", cioè licenziamenti seguiti da nuove assunzioni a salari inferiori, e vide una ripresa dei conflitti di fabbrica che ebbero luogo soprattutto nel nord del paese costringendo i sindacati fascisti a svolgervi un ruolo attivo onde stabilire un rapporto più stretto con le masse operaie, presso le quali non erano riusciti ancora a raccogliere risultati soddisfacenti. In questo contesto Edmondo Rossoni continuò a nutrire la speranza di ottenere il controllo della Confindustria e rilanciò il vecchio cavallo di battaglia del sindacalismo integrale riproposto per l'occasione sotto la denominazione di corporativismo integrale. Secondo la sua visione era necessario raggruppare ogni branca dell'attività produttiva in un'unica corporazione nazionale.
Le corporazioni così costituite avrebbero formato una singola Confederazione che, come egli stesso ebbe a dire, sarebbe stata "l'espressione sintetica e formidabile dell'economia italiana". Il sistema prevedeva una certa autonomia delle categorie e delle classi che però avrebbero dovuto sottostare ad un'unica gerarchia superiore, necessaria al fine di realizzare in modo compiuto il principio della collaborazione. Il progetto di Rossoni, oltre che a investirlo di un potere che sarebbe stato secondo solo a quello di Mussolini, avrebbe, è stato notato da Francesco Perfetti, "trasformato la Confederazione delle corporazioni in un vero e proprio Stato all'interno dello Stato". Tali propositi, pertanto, non poterono che allarmare sia la Confindustria sia i vertici del fascismo. La centralità che il sindacato doveva rivestire secondo la visione di Rossoni, era messa invece in discussione da quei settori del fascismo che ritenevano necessario superare la fase strettamente sindacale, per avviare definitivamente il nuovo percorso corporativo. Durante il secondo semestre del 1927 e i primi mesi dell'anno successivo si assistette perciò ad una sottile polemica a sfondo antisindacale che culminò nell'intervento di Mussolini in occasione del III° congresso delle Corporazioni fasciste. In tale circostanza il capo del fascismo sottolineò la necessità di "perfezionare l'ordinamento sindacale, perfezionarlo nel suo inquadramento, nella sua costituzione organica".

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Il Duce arringa la folla inserito
nella scenografia che gli è propria
Il discorso fu la premessa per un'offensiva contro l'organismo capitanato da Rossoni divenuto ormai scomodo a un'ampia componente del fascismo: il potere della Confederazione doveva a tutti i costi essere ridimensionato in favore del Partito. Il 21 novembre del 1928 si giunse così allo "sbloccamento", ossia allo smembramento della Confederazione fascista: tutte le federazioni provinciali che la componevano furono trasformate in altrettante confederazioni e unioni provinciali completamente autonome le une dalle altre. Nel suo insieme la nuova struttura sindacale risultava composta da 13 Confederazioni nazionali, sei dei lavoratori, altrettante dei datori di lavoro ed una dei liberi professionisti.
L'operazione di sbloccamento, come ha sottolineato Francesco Perfetti, "significò di fatto la fine del sindacalismo, privato del suo potere contrattuale e ridotto alla mercé del Governo e del Partito". La sconfitta del sindacalismo fascista fu ulteriormente aggravata l'anno successivo quando il Comitato intersindacale centrale bocciò la proposta di riconoscere giuridicamente il fiduciario di fabbrica, cioè di quella figura che avrebbe dovuto trattare i rapporti sindacali interni alle fabbriche e mantenere i contatti con le stesse. Per le grandi masse entrambi i colpi furono durissimi. Nel primo caso avevano perso come referente un organismo che, per la sua influenza, poteva comunque agire in funzione dei loro interessi o per lo meno cercare di limitare i danni delle politiche economiche che le colpivano pesantemente.

Lo sbloccamento, inoltre, significò il venir meno dell'unica struttura che ancora poteva tenere vivi i sentimenti di solidarietà e di coscienza di classe del mondo operaio. Il mancato riconoscimento giuridico del fiduciario di fabbrica pose fine a qualsiasi illusione di ristabilire un collegamento con le imprese, dato che, quanti assumevano questo ruolo o qualsiasi altro impegno sindacale, erano esposti alle ritorsioni degli imprenditori. Frammentato in una serie di federazioni impossibilitate a comunicare tra loro e su cui gravavano pesanti costi di gestione, il sindacato fascista fu messo nelle condizioni di non poter costruire una politica alternativa capace di contrapporsi adeguatamente agli indirizzi padronali e che si tradusse, per la classi lavoratrici, in un peggioramento generalizzato delle proprie condizioni.
Se, senza alcun dubbio, il sindacato poté vantare alcune realizzazioni importanti - fra le quali l'introduzione delle ferie pagate, gli assegni familiari, la diffusione delle casse mutue malattia, l'indennità di licenziamento - queste furono compensate oltre che dai tagli salariali, dalla disoccupazione diffusa, da un aumento complessivo dei carichi di lavoro, da una riorganizzazione del personale in categorie dequalificate o inferiori che permettevano di apportare tagli salariali legali e incrinavano nello stesso tempo il già precario rapporto di fiducia che intercorreva tra sindacati e i propri associati.

Gli uomini del sindacato, infatti, d'estrazione piccolo borghese e formati dalle scuole sindacali del regime, riuscirono raramente a stabilire un proficuo rapporto con la propria base anche perché, nominati dall'alto dovevano rispondere del loro operato non ai lavoratori ma al potere politico. Data questa posizione d'inferiorità, da parte del sindacato fascista non poteva che essere portata avanti una politica di carattere difensivo che si protrasse fino a metà degli anni trenta. A partire dal '35 l'azione sindacale, invece, conobbe una considerevole ripresa accompagnata da una riorganizzazione dell'intera struttura sindacale che, senza giungere al tanto desiderato "ribloccamento", acquistò un carattere maggiormente unitario.
Il sindacato si vide riconosciuto il controllo degli uffici di collocamento, riuscì a sindacalizzare il settore bancario e impiegatizio, strappò al Partito il controllo dell'Opera nazionale dopolavoro e, nel 1939, vide approvate le sue richieste per l'istituzione dei fiduciari di fabbrica. Più che di conquiste, però, si trattò di un recupero di prerogative che gli erano state strappate nel corso degli anni e che, comunque, maturarono all'interno degli indirizzi del sistema fascista sempre più spinto in direzione di una dura polemica antiborghese. La vittoria più importante fu certamente quella ottenuta sul tema dei fiduciari.

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Con le giovani forze destinate
ad essere il fascismo di domani
Gli industriali furono costretti ad accettare questa figura in tutte le imprese con almeno cento dipendenti e nella proporzione di un fiduciario per ogni duecento operai o frazione di essi. Era una vittoria che però, giungendo nel 1939, perdeva in pratica ogni suo significato dato che, come ha scritto Aquarone, "il fascismo, e con esso, naturalmente, tutta la sua organizzazione sindacale era ormai avviato verso la sua agonia". Una volta esploso il conflitto mondiale il sindacato fascista fu costretto a confrontarsi con i problemi ad esso connessi. Malgrado i suoi interventi per calmierare i prezzi, controllare l'inflazione e migliorare le condizioni delle masse con provvedimenti mirati ad introdurre adeguati incentivi materiali, i risultati ottenuti furono alquanto deludenti e il malessere sfociò in tutta la sua drammaticità negli scioperi operai del marzo 1943.
Nato come reazione dei ceti medi al disagio e ai turbamenti del primo dopoguerra, il sindacalismo fascista poté affermarsi solo grazie alla reazione violenta dello squadrismo. La distruzione delle organizzazioni concorrenti, sia socialiste sia cattoliche, e l'assorbimento dei loro aderenti accrebbe le fila dei nuovi organi che comunque, all'interno del mondo del lavoro, rimasero sempre in netta minoranza. Questo dato segnò la storia delle Corporazioni fino al momento del varo della legge sindacale del 3 aprile 1926. Una volta ottenuto il monopolio della rappresentanza delle classi lavoratrici, la Confederazione delle corporazioni si dovette scontrare con il potere politico che ne ridimensionò dimensione e progetti e le affidò un definitivo ruolo di subalternità sia verso lo Stato sia nei confronti del mondo delle imprese.

Il sindacalismo, da strumento per l'affermazione del fascismo fu assunto perciò a mezzo per il controllo delle masse e utilizzato come struttura il cui compito principale, più che la tutela dei propri rappresentati, doveva essere finalizzato al contenimento delle tensioni sociali e al rafforzamento del regime nel mondo del lavoro.
BIBLIOGRAFIA
  • La politica sindacale del fascismo, di A. Aquarone, in 'Il Nuovo Osservatore' 44/45, 1965.
  • Le origini dei sindacati fascisti. 1918-1926, di F. Cordova - Laterza, Roma-Bari 1974.
  • La nascita del sindacato fascista. L'esperienza di Milano, di I. Granata - De Donato, Bari 1981.
  • Il sindacalismo fascista. Dalla grande crisi alla caduta del regime. 1930-1943, di G. Parlato - Bonacci, Roma 1989.
  • Il sindacalismo fascista. Dalle origini alla vigilia dello Stato corporativo.1919-1930, di F. Perfetti - Bonacci, Roma 1988.
  • Economia e istituzioni nello Stato fascista, di D. Preti - Editori Riuniti, Roma 1980.
  • Per la storia del sindacalismo fascista: tra controllo sociale e conflitto di classe, di G. Sapelli, in Studi storici