Il dissenso dell'intellighenzia durante il dominio dell'Unione sovietica. L'ultima
puntata di una inchiesta che racconta la conclusiva, inaspettata persecuzione
KRUSCIOV NEGLI ANNI SESSANTA:
GUERRA TOTALE ALLA RELIGIONE
di FERRUCCIO GATTUSO
Gli anni Sessanta furono anni di spietata repressione del dissenso religioso. Dietro il sorriso a denti larghi di Krusciov, cosmeticamente tradotto in Occidente come lo specchio di un uomo vulcanico e genuino, vi era la durezza di un uomo abituato a reprimere. Tra tutti i segretari del PCUS, il "simpatico" Nikita fu il più deciso nel cercare di cancellare letteralmente la religione, soprattutto quella cristiana, dalla faccia della terra sovietica.
Tra il 1958 e il 1968 vi fu, in effetti, un risveglio cristiano che preoccupò il regime: autori
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Mosca: il tempio di San Basilio,
simbolo della Chiesa Ortodossa
come Sergej Fudel' e religiosi come padre Vsevolod Spiller (celebre per le sue contagiose prediche nella chiesa di San Nicola dei Fabbri a Mosca) contribuirono a stimolare numerose riflessioni sul senso del cristianesimo in una società come quella sovietica, nonché a convertire numerosi neofiti. Non va dimenticato che, dopo il periodo buio staliniano, tra i rilasciati dal Gulag vi erano anche diversi sacerdoti e monaci: un piccolo esercito di teste pensanti che facevano ritorno a casa. Negli ambienti intellettuali il cristianesimo divenne materia di discussione (nel 1962, addirittura la figlia di Stalin, Svetlana, si era fatta battezzare). Krusciov era stato chiaro: il regime doveva implacabilmente procedere alla repressione, con aggravi fiscali per le curie diocesane e i monasteri, la chiusura delle chiese (cinquemila tra il 1958 e il 1963!), l'allontanamento dei vescovi scomodi, la chiusura dei seminari, e lo svilimento della figura del sacerdote, che veniva trasformato in un dipendente dello Stato. Nelle scuole di tutta l'URSS, poi, venne introdotto l'ateismo scientifico come materia di studio. Nel 1965, la presa di posizione di due sacerdoti moscoviti - Nikolaj Esliman e Gleb Jakunin - attraverso due lettere aperte, una diretta alle più alte gerarchie ortodosse, l'altra alle autorità civili, portò alla naturale alleanza tra dissenso religioso e laico.

La Chiesa non doveva pensare al compromesso per salvarsi e le istituzioni dovevano conformarsi ai principi di libertà di coscienza, questo l'ammonimento dei due religiosi, che riscossero immediata popolarità, anche all'estero, ma che vennero immediatamente sospesi a divinis dal metropolita Pimen. Questo intervento aprì gli occhi a molti dissidenti rimasti serpe a debita distanza dalla Chiesa, giudicandola indifferente e sempre sulla difensiva. Altri religiosi seguirono la strada di Esliman e Jakunin, rimediando prigione (Talantov), lager (Levitin-Krasnov) e riposo forzato (arcivescovo Ermogen). Contemporaneamente, nasceva l'Unione social-cristiana, un gruppo clandestino che per tre anni - fino alle porte del 1968 - agì segretamente, sognando persino una rivolta armata, distribuendo guide pratiche alla cospirazione, pubblicando testi filosofici cristiani. Un tentativo assolutamente isolato, che però servì solo a far piombare i suoi sostenitori e attivisti nel lager e in carcere, con maxi condanne.
Con il decennio successivo, il dissenso attraversò una mutazione "sociale", dovuta anche al profondo impatto che aveva avuto, sull'opinione pubblica, la repressione in Cecoslovacchia nel 1968: dopo l'invasione del 21 agosto di quell'anno, figlia della teoria brezneviana della "sovranità limitata", molti dissidenti ritengono che sia venuto il momento di esporsi. Resterà nella storia del dissenso la manifestazione tenuta nella Piazza Rossa il 25 agosto 1968, a mezzogiorno, quando personaggi come Pavel Litvinov, Natal'ja Gorbanevskaja, Tanja Baeva, innalzarono cartelli in ceco inneggianti alla "Cecoslovacchia libera". Ci vollero pochi minuti prima che giungessero gli agenti del KGB a demolire tutto e a caricare i malcapitati sui furgoni. Ne seguirono condanne al lager e al manicomio, a volte dopo tortura.

Gli intellettuali rimasero i naturali "timonieri" della lotta per la libertà di coscienza in URSS ma - come il KGB andava rendendosi sempre più conto - il dissenso cominciava a fiorire anche tra gli operai. Nel 1976, il 40% dei cittadini arrestati per dissenso sarebbero stati operai e piccoli impiegati. Aleksandr Soljenitsin, con il suo appello scritto il 12 febbraio 1974, poche ore prima di essere arrestato, aveva tracciato la linea: "Vivere senza menzogna". Questo richiedeva un mutamento radicale di comportamento: rifiutare di adattarsi, di pensare in un modo e vivere in un altro. Una sorta di catarsi dall'ipocrisia che il regime chiedeva al cittadino. "Non siamo chiamati a scendere in piazza - ammoniva il grande scrittore russo - non siamo maturi per proclamare a gran voce la verità, per gridare ciò che pensiamo. Non è cosa per noi, ci fa paura. Ma rifiutiamo almeno di dire ciò che non pensiamo".
Un'altra arma insidiosa per il regime fu quella di rivolgersi direttamente all'opinione pubblica internazionale: si trattava di riuscire a far filtrare le notizie oltre confine e di farle tornare in URSS attraverso le radio occidentali come Radio Liberty e Voice Of America. Esempio illustre di questo "gioco di amplificazione" fu la lettera di Soljenitsin (1967) all'Unione degli scrittori sovietici, che guadagnò spazio e notorietà solo in seguito alla sua pubblicazione sul giornale francese "Le Monde". Un altro splendido esempio di dissenso fu la rivista "Cronaca degli avvenimenti correnti", che riuscì a pubblicare ben 65 numeri in quindici anni di attività, dal 1968 al 1983.

Il più importante periodico in forma di samizdat, la "Cronaca" raccoglieva informazioni e
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Alessio II, l'attuale patriarca
della capitale russa
cercava di proporre una selezione di notizie non addomesticata e naturalmente diversa rispetto a quella del regime. Sulle pagine della "Cronaca" si affrontarono temi come la persecuzione religiosa, dei tatari di Crimea, le repressioni in ucraina e in Lituania. Il KGB si mosse dopo qualche tempo: schiaffando in manicomio la poetessa e curatrice dei primi 10 numeri Natal'ja Gorbanevskaja, e poi procedendo ad arrestare redattori e collaboratori, che cambiavano sede e ruoli in continuazione. Nel gennaio 1972 perquisizioni a tappeto portarono alla cattura di alcuni dissidenti e alla scoperta dei nomi di numerosi collaboratori. La polizia segreta arrivò persino ad annunciare che - per ogni ulteriore numero pubblicato - si sarebbe proceduto ad arresti indiscriminati, ance di personaggi estranei alla "Cronaca". Due ex collaboratori - Petr Jakir e Viktor Krasin - furono costretti al "pentimento" e a rilanciare accuse contro la rivista, in una conferenza stampa trasmessa in tv. Negli stessi giorni, un altro grande dissidente, il fisico Andrej Sacharov era al centro di un attacco mediatico senza precedenti. La "Cronaca" resistette a tutte le pressioni, in una sequela di arresti impressionante: l'ultimo di questi colpì l'ultimo redattore, Jurij Sichanovic, rimasto come il soldato giapponese nella giungla. Era il 1983.
Con gli anni Settanta nacque quello che si definì il "movimento per i diritti dell'uomo": i dissidenti, chiamandolo così, intendevano porre l'attenzione sulla persona/individuo contrapposta alla collettività, vista dal socialismo come il beneficiario superiore degli sforzi "rivoluzionari".

Il movimento si articolò, negli anni, in svariate entità, come il Gruppo d'iniziativa in difesa dei diritti dell'uomo (1969), protagonista di appelli all'ONU, resistette in una sequela di arresti fino al 1979; il Comitato per i diritti dell'uomo (1970), che si illudeva di offrire consulenza in materia di diritti umani allo Stato (!), una sezione sovietica di Amnesty International (1973), che durò fino al 1983 quando l'ultimo esponente, lo scrittore Gerogij Vladimov, fu costretto all'esilio; il Gruppo d'aiuto all'applicazione degli Accordi di Helsinki in URSS (1976), detto poi Gruppo Helsinki, nel quale spiccavano personaggi come Jurij Orlov, Aleksandr Ginzburg e Anatolij Sharansky, che si appellò ai famosi accordi secondo cui l'URSS si impegnava formalmente a un timido rispetto dei diritti umani. Nell'agosto 1975, infatti, dopo due anni di lavori a Helsinki si era conclusa la Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE): la firma dei Capi di governo aveva impegnato questi ultimi sull'inviolabilità dei confini e la non ingerenza negli affari interni (cose a cui Mosca teneva particolarmente), ma anche sul rispetto delle libertà fondamentali. Altri gruppi furono la Commissione di studio sull'utilizzo della psichiatria a fini politici (1977) e il Gruppo per il diritto di emigrazione (1979).
Un capitolo a parte merita "Arcipelago Gulag" di Aleksandr Soljenitsin: il capolavoro dello scrittore russo, finito nei campi di prigionia stalinisti, fu uno shock per il mondo intero. Opera monumentale, "Arcipelago Gulag" raccoglieva le testimonianze di numerosi sopravvissuti all'incubo della deportazione, oltre a quelle personali dell'autore.

Il fenomeno dei lager sovietici era ancora sconosciuto ai più, tanto da scatenare in Occidente - dove il libro riuscì a giungere nel 1973 - un'ondata di polemiche. I comunisti
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Processione in una città ucraina
occidentali non credevano a ciò che leggevano, l'opera fu silenziata per quanto possibile, Soljenitsin trattato più o meno come un appestato dagli intellettuali che - nel decennio Settanta - vivevano giulivi il flirt con il comunismo. La stessa parola Gulag non era mai stata sentita nel mondo libero. Soljentisin, nelle pagine della sua denuncia, descriveva un sistema terrificante di detenzione che non era poi così dissimile, anzi ne era lo specchio, dalla società sovietica tout court. Il Gulag era filosoficamente visto come il marchio di fabbrica della realtà sovietica. Uscito dal lager, Soljenitisn cominciò a raccogliere testimonianze: l'opera doveva essere una denuncia ma anche una sorta di "manuale" sul funzionamento dei campi sovietici, sulla loro creazione, organizzazione. "Se di tutta la letteratura del Novecento potessimo salvare un solo libro - scrisse il teologo von Balthasar - salverei Arcipelago Gulag". L'analisi di Soljenitisin era profetica, spietata nel considerare l'ideologia la peste che aveva ammorbato il suo Paese. In un decennio imbevuto di ideologia (in Occidente, dove si delirava con slogan del tipo "anche il privato è politico"), la voce dello scrittore russo si alzava a condanna degli eccessi di questa forma di "religione atea". Il cancro ideologico, scriveva Soljentisin, partiva dalle radici: in Russia, partiva da Lenin, fino a quel tempo "salvato" dalle accuse, tutte concentrate sulla criminale figura di Stalin.

"Dedico questo libro - scriveva nell'introduzione all'opera Soljenitsin - a tutti coloro la cui vita non è bastata per raccontare. Mi perdonino se non ho veduto tutto, se non tutto ricordo, se non tutto ho intuito". Concepito nel 1958, "Arcipelago Gulag" vede la luce nei primi anni Settanta: l'autore riesce a farlo passare clandestinamente in Occidente sotto forma di microfilm, nel settembre 1973 il cerchio del KGB si stringe, l'anziana dattilografa di Soljenitsin viene interrogata e, sconvolta, torna a casa e si impicca. Quando la polizia segreta trova il manoscritto, a Soljentisin non resta che sperare nella sua pubblicazione all'estero. È la Francia a dare alle stampe l'opera. Il 13 febbraio 1974, lo scrittore russo è arrestato, privato della cittadinanza sovietica ed espulso. A nulla serve l'alzata di scudi di numerosi dissidenti - tra i quali Sacharov, sua moglie Elena Bonner, Anatolij Marcendo, Pavel Litvinov e tanti altri - che redigono la "Dichiarazione di Mosca" a sostegno di Soljentisin. La richiesta del gruppo è quasi comica: permettere la pubblicazione di "Arcipelago Gulag" in URSS. Dall'estero Soljentisin annuncia la creazione del "Fondo di aiuto ai detenuti politici e alle loro famiglie", retto in patria dal dissidente Aleksandr Ginzburg, al quale devolve tutti i diritti delle vendite di "Arcipelago Gulag". Fino al maggio 1994, Soljenitsin vivrà negli Stati Uniti, nel Vermont, senza poter tornare in Russia.
Il KGB accusò il colpo di "Arcipelago Gulag" e decise di affinare la politica repressiva: tra i sistemi più efficaci, l'uso della psichiatria come maglio da calare sui dissidenti. Molti di essi venivano giudicati pazzi on contumacia, rinchiusi in manicomio e sottoposti, da sani, a pesanti "cure" a base di psicofarmaci ed elettroshock.

Alcuni manicomi speciali divennero tristemente famosi, da Kazan' a Dnepropetrovsk a Balgovscensk. Nel Nuovo Codice Penale del 1960 era stato introdotto un capitolo specifico sulla psichiatria coatta. Negli anni Settanta i manicomi in URSS fiorivano, anche per la zelante spinta in questo senso da parte del capo indiscusso del KGB, Jurij Andropov. La tesi era semplice: se nella realtà socialista non esistono le cause sociali della criminalità, qualsiasi atto criminale è da considerarsi frutto di malattia psichica. I dissidenti venivano esaminati all'Istituto scientifico di psichiatria giudiziaria Serbskij di Mosca, nei cui corridoi si aggirava il famigerato professor Lunc, sempre in divisa da colonnello del KGB.
Un altro metodo - decisamente più indolore - era l'espulsione: molti dissidenti vissero drammaticamente l'addio alla propria patria, ma conservarono la vita e la propria salute mentale. Tra questi, oltre a Soljentisin, il musicista Mstislav Rostrpovic. Una via peggiore era quella della "morte civile": gli intellettuali dissidenti venivano espulsi dalla servizievole Unione degli Scrittori, non potevano più pubblicare alcunché, né partecipare ad alcuna riunione o manifestazione. Un altro metodo - ampiamente sperimentato negli anni Ottanta - fu lo scambio di dissidenti con spie al servizio dell'URSS: così nel 1976 Vladimir Bukovskij poté essere scambiato col segretario generale del PC cileno Luis Corvalan.

Gli anni Settanta furono occupati dal dibattito sulle ragioni del dissenso tra Soljenitsin e Sacharov: ovviamente, tale dibattito scorrere sulle pagine della sotterranea letteratura del samizdat.
Di impostazione religiosa cristiana e conservatrice il primo, di formazione scientifica laica e progressista il secondo: di Soljenitsin abbiamo detto sia a proposito di "Una giornata di
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Il Cremlino, per lungo tempo
sede del potere sovietico
Ivan Denisovic" (scorsa puntata) sia a proposito di "Arcipelago Gulag". Il contributo al dissenso di Andrei Sacharov comincia nel 1968 con l'articolo "Considerazioni sul progresso, la coesistenza pacifica e la libertà intellettuale". Scritto da un grande scienziato, eminente fisico tra i principali creatori della bomba all'idrogeno sovietica (tre volte Eroe del lavoro sovietico), questo articolo appare al regime come un autentico tradimento. Ovviamente, Sacharov viene allontanato dal programma segreto di ricerca. Presto, la casa dello scienziato si trasforma in un luogo di ospitalità per dissidenti, nel 1970 Sacharov fonda il Comitato per i diritti dell'uomo, nel 1973 viene linciato dalla stampa di regime, nel 1975 viene insignito del Nobel per la pace ma ovviamente non può recarsi a Stoccolma a ritirarlo. Nel 1980 lo scienziato viene esiliato a Gor'kij con la moglie Elena Bonner, dove resterà fino al 1986. Il famoso articolo succitato offriva alla riflessione intellettuale la considerazione che, nel mondo moderno, il bene supremo fosse la libertà intellettuale. In questo articolo già si parlava di glasnost e perestrojka, come uniche vie per rifondare il sistema socialista.

Pietra miliare del dissenso in URSS, le "Considerazioni" rispecchiavano la medesima illusione di cui fu vittima il futuro segretario del PCUS, Mikahil Gorbaciov: l'illusione, cioè, della riformabilità del comunismo e del regime sovietico. Una progressiva democratizzazione - secondo il "primo" Sacharov (il dissidente si sarebbe smentito amaramente dal 1973 in poi, con parole inequivocabili: il socialismo non ha portato a niente, né in teoria né in pratica, che permetta di edificare una società migliore") - avrebbe aperto l'URSS alla libertà intellettuale ed economica, e quindi anche al capitalismo. Col tempo, Sacharov si fece fautore della tesi secondo cui equilibrio internazionale e interno dell'URSS erano strettamente collegati, per cui la condizione dell'individuo in URSS non poteva essere soprasseduta nei rapporti internazionali. Si trattava, in definitiva, della posizione del Gruppo Helsinki.
Soljenitsin, invece, si fece interprete del dissenso di marca "slavofila", ben rappresentata nella "Lettera ai capi dell'Unione Sovietica" inviata dallo scrittore nel settembre 1973 e diffusa per samizdat l'anno seguente: in essa si ponevano in evidenza i due immani pericoli che l'URSS correva, e cioè la minaccia cinese e il disastro ecologico. La Russia necessitava, quindi, di una rinascita spirituale e di una ricostruzione incentrata sui valori nazionali. Soljenitisn era alquanto scettico su una veloce transizione alla democrazia del proprio Paese. Calare l'URSS nel mondo, o tuffarsi in un isolamento catartico? Oggi, questo scontro appare anacronistico: entrambi i grandi dissidenti difendevano il valore dell'individuo, della libertà intellettuale, e soprattutto sostenevano che il socialismo in sé era la via al fallimento.

Gli anni Ottanta - quelli dell'avvento di Gorbaciov al potere - segnarono la fine del dissenso e dello stesso regime sovietico. La recrudescenza repressiva che aveva assunto i volti granitici e incartapecoriti di Breznev, Andropov e Cernenko era, quindi, il canto del cigno di un sistema liberticida. La grande illusione di Gorbaciov avrebbe ricevuto un'amara lezione dalla storia, eppure fu fondamentale per il mutamento della situazione interna all'URSS e internazionale.
Il giovane segretario del PCUS, dal volto disteso e sorridente, restava un comunista, non accecato però dall'ideologia: e così, con estremo realismo, Gorbaciov si rese conto dello stato di bancarotta del sistema sovietico. L'URSS - era l'inevitabile constatazione - non poteva reggere il confronto con la sfida statunitense: alla Casa Bianca vi era un certo Ronald Reagan, uomo che dettava le regole del gioco tra le superpotenze e non accettava alcun ricatto. Come avrebbe detto il dissidente ebreo Anatolj Sharanskij, l'avvento di Reagan avrebbe dato straordinaria forza psicologica e materiale ai dissidenti in URSS: l'America, dopo i tentennamenti di Carter, guardava negli occhi l'orso sovietico.
Una dimostrazione di "buona volontà" da parte di Gorbaciov doveva necessariamente passare attraverso una distensiva politica verso i dissidenti: la mossa a sorpresa fu la liberazione dei coniugi Sacharov dall'esilio a Gor'kij, il 1 dicembre 1986. Sacharov fu il primo di tanti ritorni a casa: un fenomeno che non poteva che esaltare la società sovietica. L'aria stava cambiando e, al di là di ogni aspettativa di Gorbaciov, la libertà di espressione avrebbe prima contagiato e poi demolito il sistema sovietico.

Non va dimenticato che, mentre Gorbaciov sorrideva al mondo, il processo repressivo continuava: nel 1986 ancora 209 dissidenti erano stati internati in manicomio, e nel 1989 ancora 189 dissidenti erano stati arrestati per reati d'opinione.
La Storia, però, era in cammino: la dissidenza si avviava verso la silenziosa, clamorosa vittoria. Una vittoria fatta di coraggio individuale, e lotta per la dignità personale. "Si voglia o no - scrisse - Vladimir Bukovskij in "Il vento va, e poi ritorna" - avevamo combattuto disperatamente col potere di questa feccia. Eravamo un pugno di uomini inermi di fronte a uno Stato potente che disponeva della macchina repressiva più mostruosa del mondo. E avevamo vinto. Questa macchina non era riuscita a fermarci. Era stata costretta a retrocedere".
BIBLIOGRAFIA
  • Una via per incominciare, di Marta Dell'Asta, pp.240 - La Casa di Matriona, 2003
  • Storia del sistema sovietico, di Victor Zaslavsky - Carocci Editore, pp. 290, 2001
  • Arcipelago Gulag, di Aleksandr Soljenitsin - Oscar Mondadori, pp.620, 1990
  • I racconti della Kolyma, di Varlam Salamoi - Adelphi, pp.632, 199