L’impero africano creato da Lisbona scompare alla metà degli anni ’70, al termine di un sanguinoso conflitto durato quattordici anni. Con esso crolla anche la dittatura di Salazar, inaugurata quattro decenni prima.
La fine dell’Africa portoghese
di MASSIMO IACOPI
Tra il 1974 e il 1975, dopo più di un decennio di guerra, il Mozambico e l’Angola acquisiscono l’indipendenza, così come la Guinea Bissau, l’arcipelago di Capo Verde e le isole di Sao Tomé e Principe. Il Portogallo, nazione all’origine della conquista dell’Africa dal XV secolo, è l’ultima potenza europea ad accettare l’emancipazione delle sue colonie.
Dalla promulgazione dell’Atto coloniale del luglio 1930 l'impero, orgoglio del regime di Antonio Salazar, non aveva smesso di essere l’oggetto di una intensa propaganda: agli
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L'impero portoghese nel XX secolo
occhi del dittatore portoghese, Presidente del Consiglio dal 1932 al 1968, esso incarnava la grandezza e la continuità storica della missione civilizzatrice del paese. Grazie alle sue colonie il Portogallo non era né un piccolo stato né una mera potenza europea, quanto piuttosto una potenza mondiale. Questa era l’immagine che il regime si sforzava di imporre, vigilando allo stesso tempo sulla gestione dei suoi territori africani con ridotte disponibilità di mezzi finanziari e di risorse umane.
Questo “nazionalismo imperiale” che culmina in occasione della monumentale Esposizione universale organizzata a Lisbona nel 1940, doveva tuttavia cambiare di natura nel corso degli anni Cinquanta. Sotto il peso di una evoluzione internazionale dominata dallo “spirito di Bandung”, dal nome della conferenza dei paesi “non allineati” del 1955, iniziano a sorgere le prime manifestazioni di indipendenza nell’Africa lusitana. Nella Guinea Bissau i fratelli Cabral, meticci originari di Capo Verde, fondano nel 1956 il PAIGC (Partito Africano per l’Indipendenza della Guinea e delle Isole di Capo Verde), mentre in Angola si costituisce, sotto la spinta di nazionalisti come Agostinho Neto, l’MPLA (Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola).

Il regime salazarista – rielaborando per le proprie esigenze le idee del sociologo brasiliano Gilberto Freyre secondo le quali la colonizzazione portoghese si baserebbe sul luso-tropicalismo, un vasto meticciato razziale e culturale, origine di una civiltà multirazziale – punta con maggiore vigore a una politica di integrazione delle colonie alla metropoli. Nel 1951 il governo decide così di sostituire in tutti i documenti ufficiali il termine di “colonia” con quello di “provincia d’oltremare”. Infine, il regime tenta, tardivamente, di canalizzare l’emigrazione portoghese verso queste stesse province – principalmente l’Angola e il Mozambico raffigurati come dei nuovi Brasile – sviluppandovi le infrastrutture e favorendo gli investimenti. Di fatto alla vigilia dell’indipendenza, e anche se l’Europa resta la terra di accoglienza privilegiata degli emigrati, si potevano già contare più di trecentomila portoghesi in Angola e circa duecentomila in Mozambico.
I primi disordini scoppiano nel febbraio 1961 con le azioni condotte dall’MPLA contro le prigioni e le caserme di Luanda, capitale dell’Angola. Salazar decide a quel punto di agire “rapidamente e in forze”, adottando una politica intransigente, basata su un netto rifiuto verso qualsiasi negoziato. Una politica che resterà un punto fermo del regime fino alla sua caduta nell’aprile 1974. Al Portogallo occorreranno quattordici anni di guerra per uscire definitivamente da questo vicolo cieco.

Al bando delle Nazioni Unite
L’aggravarsi della situazione in Guinea a partire dal gennaio 1963 – il PAIGC lancia delle azioni di un certo rilievo e al contempo in Mozambico il FRELIMO (Fronte di Liberazione del Mozambico) passa all’offensiva armata nel settembre 1964 – spinge le autorità portoghesi a intensificare lo sforzo di guerra, inviando oltremare contingenti militari sempre più numerosi. Nonostante l’importanza dei mezzi impiegati, che asfissiano progressivamente l’economia della metropoli, i conflitti non si risolvono. Il Portogallo viene così messo al bando dalle istituzioni internazionali: l’Assemblea Generale dell’ONU condanna ufficialmente nel novembre 1968 la politica colonialista del regime salazarista, mentre la spirale di vendette e repressioni viene denunciata dal comitato di decolonizzazione dell’ONU nel giugno 1969.
Gli USA – inizialmente ostili alla politica coloniale di Salazar, sotto l’amministrazione Kennedy – a partire dal 1969 tendono a riavvicinarsi al Portogallo, proprio perché Richard Nixon vedeva allora nei Portoghesi dei preziosi alleati nella lotta contro il comunismo internazionale. Ciò nondimeno, la situazione sul terreno resta bloccata, a tal punto che Marcelo Caetano, successore di Salazar nel settembre 1968, sebbene favorevole negli anni Cinquanta a una decentralizzazione più spinta dell’impero, decide di proseguire la politica oltranzista del suo predecessore, al fine di preservare il mito del “Portogallo uno e indivisibile”. Sostenuti dagli Americani, i Portoghesi tentano di “africanizzare” la guerra, creando “villaggi strategici” dove vengono raggruppate le popolazioni sotto il controllo di milizie e facendo ricorso anche all’armamento chimico: in buona sostanza si tratta della “vietnamizzazione” del conflitto.
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I simboli delle colonie lusitane
Malgrado l’aiuto della NATO e degli USA, il Portogallo dedica in quel periodo più della metà del suo bilancio alla guerra in Africa. Per fare fronte a esigenze crescenti in uomini (cinquemila morti, trentamila feriti e ventimila mutilati), la durata del servizio militare passa dai diciotto mesi ai 4 anni nel 1968. Sempre più isolato sulla scena internazionale (il 1° luglio 1970 papa Paolo VI riceve a Roma i principali leader indipendentisti) il Portogallo assiste al progressivo ritiro del sostegno da parte dell’amministrazione Nixon, in grande difficoltà sul fronte vietnamita.
Il regime portoghese, “orgogliosamente solo” come recita il suo motto, minato dalla demoralizzazione delle truppe e degli ufficiali, si ritrova effettivamente isolato nella primavera del 1974. Nel territorio metropolitano, il Movimento delle Forze Armate (MFA) fondato nell’autunno 1973 da giovani ufficiali stanchi di una guerra coloniale senza uscite, si prepara a rovesciare Marcelo Caetano. Nel febbraio 1974 il generale Spinola, vecchio comandante in capo in Guinea, pubblica Il Portogallo e il suo avvenire, opera nella quale preconizza il riconoscimento del diritto di autodeterminazione, al fine di favorire la nascita di una vasta federazione di “stati portoghesi”. Il 25 aprile, nel giro di poche ore e senza spargimento di sangue, “la rivoluzione dei garofani” mette fine a circa mezzo secolo di dittatura. Malgrado le sue contraddizioni e le sue lacerazioni essa si sforza di far uscire il Portogallo dall’isolamento, risolvendo rapidamente la questione coloniale.
“Democratizzare, decolonizzare, sviluppare”: il secondo obiettivo del programma dell’MFA sarà raggiunto nel giro di qualche mese, non senza difficoltà e sotto la pressione internazionale.

Cinquecentomila rimpatriati (ovvero i desalojados)
A partire dalla fine del mese di agosto 1974, il Portogallo riconosce l’indipendenza della Guinea Bissau, già proclamata dal PAIGC nel settembre 1973. Mentre per Capo Verde, Sao Tomé e il Mozambico i negoziati si concludono nel settembre 1974 con la firma di accordi che prevedono una fase di transizione prima dell’indipendenza. Il processo si rivela più lento e ben più complesso per l’Angola. Gli accordi quadripartito di Alvor del gennaio 1975, sebbene denunciati nell’agosto successivo, consentono di arrivare all’indipendenza nel mese di novembre, senza peraltro portare a una soluzione dei problemi che oppongono le fazioni rivali all'interno del movimento nazionale angolano.
La decolonizzazione portoghese si conclude con una serie di profondi traumi e con numerose incertezze per quanto concerne l’avvenire di questi paesi africani, fra i più poveri del continente e poi rapidamente caduti sotto l’influenza sovietico-cubana. Non solo: paesi come l’Angola e il Mozambico vengono sconvolti da lunghe e sanguinose guerre civili che continueranno fino agli inizi degli anni Novanta. Per circa cinquecentomila Portoghesi da tempo insediatisi in Africa, non rimane altro che rientrare nella metropoli (retornados o desalojados). “Arrivati a bordo delle caravelle e ripartiti a bordo di pescherecci” i Portoghesi devono ormai pensare a leccarsi le ferite, a cancellare i traumi legati “alla vana vittoria di comandare” e a tentare di riannodare il dialogo con una nuova Africa.

BIBLIOGRAFIA
  • F. Tavares Pimenta, Storia politica del Portogallo contemporaneo (1800-2000) – Mondadori, Milano 2011
  • J. H. Saraiva, Storia del Portogallo – Bruno Mondadori, Milano 2007
  • P. Giannotti, Il Portogallo dalla prima alla seconda Repubblica : 1910-1975 – Argalia, Urbino 1979