Per poter comprendere gli avvenimenti del 1956 occorre risalire al dramma dell’Ungheria del primo dopoguerra, alla breve esperienza bolscevica di Bela Kun e alle amputazioni territoriali imposte dal Trattato del Trianon.
L’Ungheria di Horthy
di MASSIMO IACOPI
Le radici del 1956 ungherese vanno ricercate nel passato del paese. Occorre infatti risalire a quanto si verificò al termine della Prima Guerra Mondiale, con la rivoluzione di Bela Kun e la firma del Trattato del Trianon, che amputò l’Ungheria di vasti territori. L’ammiraglio Miklos Horthy de Nagybanya (1868-1957), reggente del paese magiaro dopo la dissoluzione dell’Austria-Ungheria e la breve parentesi bolscevica di Kun, tentò di correggere le ingiustizie più flagranti del Trattato. Scontratosi con l’ostilità della Società delle Nazioni (SDN), egli optò disgraziatamente per il riavvicinamento alla Germania, fatto che porterà successivamente a una partecipazione, più subita che voluta, alla guerra contro l’URSS, con corollario finale, nel 1945, della pseudo liberazione e della sovietizzazione del paese. Sovietizzazione che i rivoltosi ungheresi del 1956 cercarono di annullare.

La rivoluzione “borghese” del conte Michel Karolyi, seguita il 13 novembre 1918 dalla rinuncia al potere dell’imperatore Carlo, apre per il paese un periodo di instabilità. Karolyi, incapace di difendere il paese invaso dagli eserciti degli stati vicini, il 21 marzo 1919 abbandona il potere all’estrema sinistra. Nei mesi successivi la Repubblica dei Consigli di Bela Kun (1886-1937) introduce i metodi del terrore bolscevico, senza peraltro risolvere i
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Il rivoluzionario Bela Kun
problemi del nuovo stato né arrestare l’invasione straniera. Il 1° agosto 1919 la dittatura comunista cade sotto i colpi congiunti dell’Intesa e delle forze controrivoluzionarie.
Dopo la caduta della Repubblica dei Consigli l’Ungheria si ritrova con due governi, uno a Budapest con l’arciduca Giuseppe e l’altro a Szeged che dispone di 8.000 uomini dell’esercito nazionale dell’ammiraglio Horthy. Dopo la partenza - voluta dall’Intesa - dell’arciduca Giuseppe, il socialcristiano Huszar forma un governo d’unione con l’obiettivo di preparare nuove elezioni: nelle sue file sono presenti i rappresentanti di tutti i partiti, ad eccezione dei comunisti. Intanto, Horthy e il suo esercito entrano a Budapest il 16 novembre 1919.
Le elezioni del gennaio 1920 danno la maggioranza al Partito dei Piccoli proprietari e ai nazionalcristiani, con 150 dei 218 seggi totali. A fronte dell’opposizione dell’Intesa al ritorno degli Asburgo, l’assemblea designa il 1° marzo l’ammiraglio Horthy a Reggente dell’Ungheria con 131 voti su 141: le polemiche non mancano, perché alcuni deputati legittimisti, partigiani degli Asburgo, non avevano potuto accedere al Parlamento, bloccati dall’esercito.
Il ritorno alla stabilità è seguito da una severa repressione. Le corti marziali pronunciano condanne a morte contro i principali responsabili del terrore rosso (Bela Kun era già fuggito in URSS). Migliaia di attivisti della rivoluzione vengono internati e quindi progressivamente liberati nel giro di qualche mese. Alla repressione legale si affianca il “terrore bianco”: gruppi paramilitari percorrono il paese uccidendo sommariamente diverse centinaia di persone. Nel paese si sviluppa un’ondata di antisemitismo, motivato anche dal fatto che la maggior parte dei dirigenti della Repubblica dei Consigli, fra i quali Bela Kun, erano ebrei. Alla fine del 1920 le autorità riprendono il controllo della situazione. L’Ungheria entra in tal modo in un nuovo periodo della sua storia: l’epoca dell’ammiraglio Horthy.

Il regime dell’ammiraglio Horthy viene spesso qualificato, impropriamente, come “fascista”. In realtà l’Ungheria sotto il reggente Horthy era una monarchia costituzionale, uno stato di diritto con una Assemblea Nazionale eletta a suffragio universale (ma con il voto pubblico nelle campagne dal 1922 al 1928), dove tutti i partiti, salvo il partito comunista, partecipavano alle elezioni e dove i deputati fruivano dell’immunità parlamentare. Vi era inoltre una Camera Alta, analoga nella sua composizione alla Camera dei Lord britannici. La stampa godeva di una larga libertà e il diritto d’associazione e di riunione era garantito.
Si trattava di un regime conservatore e antibolscevico, che propugnava la difesa dei valori cristiani e le tradizioni del paese. Un regime che si definiva nazionale e cristiano, orientato alla difesa dei valori del passato, vale a dire proprio il contrario del fascismo.
Alla testa del paese l’ammiraglio Horthy, vecchio aiutante di campo dell’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo e ultimo Comandante in capo della Marina austro-ungarica, un militare quindi più che un politico, discendente dalla nobiltà protestante e grande ammiratore dell’Inghilterra. Capo di Stato costituzionale, egli non interviene nelle scelte di governo dei suoi Primi Ministri. Nonostante la provata lealtà nei riguardi di Carlo d’Asburgo, l’ammiraglio non esiterà ad opporsi a due suoi tentativi di restaurazione intrapresi nel marzo e nell’ottobre 1921, giudicandoli pericolosi soprattutto a causa delle minacce di intervento dell’esercito della Piccola Intesa (il Presidente cecoslovacco Benes arriverà ad esigere, con un ultimatum, che il Parlamento ungherese escludesse gli Asburgo dal trono). A questo punto l’Ungheria si trasformò in un regno senza re, con alla guida un reggente.

La firma del Trattato di pace del Trianon con le principali potenze “alleate ed associate” - differita varie volte per la mancanza di un governo stabile - ha luogo il 4 giugno 1920 al Grand Trianon di Versailles. L’Ungheria perde più di due terzi del suo territorio e il 62% della popolazione, riducendosi a un piccolo paese di 93 mila chilometri quadrati con 8 milioni di abitanti, circondato da vicini ostili che inglobano all’interno dei loro confini più di 3 milioni di ungheresi. La protesta in Ungheria diviene unanime: “No no, mai !” (Nem nem soha !) diventa lo slogan di tutto un popolo.
Il primo
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L'ammiraglio Horthy
compito dei governi ungheresi è quello di ricostruire il paese. Il governo del conte Bethlen (in carica dal 1921 al 1931), riassesta le finanze e riesce ad assorbire i dipendenti statali espulsi dalle province perdute. Grandi sforzi vengono effettuati per mettere in valore le risorse del sottosuolo e per sviluppare l’industria. Il settore agricolo viene a giocare un ruolo importante nelle esportazioni, anche se esistono ancora 250.000 operai agricoli senza terra e quasi 450.000 micro-proprietari, a dispetto delle riforme agrarie del 1920 e del 1923.
La crisi economica mondiale colpisce l’Ungheria a partire dal 1930 con la caduta dei prezzi agricoli e la diminuzione generalizzata delle entrate. I governi Gömbös (1932-1936) e Daranyi (1936-1938) riescono a poco a poco a rimettere il paese in marcia. Ma la crisi genera gravi conseguenze politiche. Dissidenti del partito dei piccoli proprietari, quali Zoltan Tildy, Ferenc Nagy e Bela Kovacs, lasciano il partito di governo, formando un partito indipendente. I social-democratici diventano più combattivi, senza peraltro avvicinarsi al partito comunista clandestino, mentre l’estrema destra ne esce rinforzata. Quest'ultima, inizialmente divisa in gruppi rivali, nel 1937 si raggruppa sotto la guida di un vecchio ufficiale di stato maggiore, Ferenc Szalasy (1897-1946), nell’ambito del partito nazional-socialista ungherese. Il nuovo partito viene disciolto nel febbraio 1938 e il suo capo messo in prigione, per ricostituirsi poco dopo sotto la denominazione di Movimento Ungherese (ungarista). Nuovamente interdetto, esso riappare come Partito della Croce Frecciata. Alle elezioni del maggio 1939 l’estrema destra ottiene 49 eletti (contro i 15 del 1935) di cui 35 della Croce Frecciata. Gli elettori avevano apprezzato il programma sociale di Szalasy, che propugnava una riforma agraria radicale e provava una certa ammirazione per i successi di Hitler in Germania.

L’obiettivo dei dirigenti ungheresi a partire dal 1920 è quello di ottenere la revisione del Trattato del Trianon con mezzi pacifici : per conseguirlo occorre però un appoggio esterno. Nel 1920 solo la Polonia si trova a fianco dell’Ungheria e i tentativi di avvicinamento con la Francia non sortiscono particolari effetti. L’Ungheria non viene neanche ascoltata dalla Società delle Nazioni a Ginevra e i diritti delle minoranze ungheresi fuori dai confini continuano a non essere tutelati. L’avvicinamento con l’Italia, a partire dal 1926, si traduce in scarsi risultati pratici. La crisi economica del 1930 porta a un avvicinamento economico e quindi politico con la Germania. Questa politica, iniziata da Gömbös a partire dal 1932, risulta positiva a livello di scambi commerciali ma non apporta alcun risultato sul piano politico. Malgrado ciò, tale orientamento viene continuato dai successori Daranyi e Imredy. Nel 1937 l’Ungheria ottiene da Hitler vaghe promesse di revisione delle frontiere dalla parte cecoslovacca.
Dopo l’Anschluss, l’ammiraglio Horthy si reca in visita ufficiale in Germania e Hitler chiede la partecipazione militare dell’Ungheria alla prossima liquidazione della Cecoslovacchia: Horthy rifiuta di impegnarsi. Dopo la conferenza di Monaco gli Ungheresi presentano le loro rivendicazioni al governo cecoslovacco, ma i negoziati che ne seguono non raggiungono risultati. Praga e Budapest si rivolgono a Hitler e Mussolini e l’arbitrato di Vienna del 2 novembre 1938 restituisce all’Ungheria 12.000 chilometri quadrati di territorio, popolati all’84% da Ungheresi.
Horthy approfitta dello smembramento della Cecoslovacchia per occupare il 15 marzo 1939 la Rutenia carpatica: in tal modo l’Ungheria viene ad acquisire una frontiera comune con la Polonia, ma Hitler non apprezza tale iniziativa.
Il successivo patto tedesco-sovietico e l’invasione della Polonia suscitano la disapprovazione di Horthy e del nuovo Primo Ministro, conte Teleki (1939-1941). L’ammiraglio rifiuta il passaggio delle truppe tedesche attraverso il territorio ungherese e, quando il 17 settembre 1939 i Sovietici attaccano a loro volta la Polonia, apre le frontiere ai rifugiati polacchi civili e militari: in questo modo 45.000 soldati polacchi riescono a raggiungere la Francia, provocando la rabbia di Hitler e Stalin.

Il conte Teleki progettava di risolvere la questione delle frontiere con la Romania attraverso una azione militare, nonostante l’opposizione di Hitler. Quando il 26 giugno 1940 la Russia reclama con successo la Bessarabia e la Bucovina rumene, l’Ungheria ritiene giunto il momento di risolvere il problema della Transilvania, tanto più che Mosca giudicava legittime le rivendicazioni ungheresi. Per evitare la guerra fra Ungheria e Romania, Hitler, d’accordo con Mussolini, impone il suo arbitrato e il 30 agosto 1940 il nord della Transilvania - con le città di Cluj (Kolozvar) ed Oradea (Nagyvarad) - vengono riassegnate all’Ungheria, mentre il sud della Transilvania resta alla Romania.
La
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Il primo ministro Teleki con Hitler
manovra di Hitler è abile: la suddivisione della Transilvania poteva a suo giudizio suscitare una emulazione della germanofilia fra l’Ungheria e la Romania, ai fini del recupero del resto della provincia ceduta o non ottenuta.
Teleki cerca di avvicinarsi alla Jugoslavia e firma con Belgrado un trattato di “amicizia perpetua”, ma allorché il 25 marzo 1941 un colpo di stato militare porta al potere a Belgrado un governo filo inglese, Hitler che aveva programmato un intervento in Grecia , decide di invadere la Jugoslavia. A tal fine richiede a Budapest l’autorizzazione a impiegare il territorio ungherese come base di partenza, concedendo in cambio all’Ungheria il recupero della Voivodina e del Banato. Horthy e i militari sembrano favorevoli all’accordo a determinate condizioni. Ma il conte Teleki, quando la sera del 2 aprile 1941 viene a sapere che le truppe tedesche sono già sul suolo ungherese, preferisce suicidarsi piuttosto che avallare la violazione di un trattato che aveva appena firmato con Belgrado. Il suo successore Lazlo Bardossy (1940-1942), più favorevole ai Tedeschi, consente l’intervento delle truppe ungheresi, dopo che la Jugoslavia ha cessato di esistere. Con questa azione l’Ungheria non recupera che una parte dei territori promessi, ma riesce a provocare una rottura definitiva con il Regno Unito e le proteste degli USA. Ormai l’Ungheria è coinvolta nel conflitto mondiale.

Hitler, padrone dei Balcani, desiderava ottenere la partecipazione dell’Ungheria nel progetto di invasione della Russia. Quando il 22 giugno 1941 la Germania, seguita dalla Romania, scatena l’operazione Barbarossa, Hitler rinnova la sua richiesta, ma Horthy risponde che l’Ungheria non ha alcun motivo per rompere i rapporti con l’URSS. Il bombardamento di Kassa e di Munkacs da parte di apparecchi apparentemente sovietici fornisce il pretesto. Il 26 giugno 1942 l’Ungheria dichiara guerra alla Russia, nonostante le vive smentite di Mosca riguardo i bombardamenti. Bardossy aveva spinto verso la guerra stimando che i Rumeni, partecipandovi, avrebbero poi potuto chiedere a Berlino la restituzione del nord della Transilvania.
La partecipazione ungherese, inizialmente ridotta, viene successivamente portata a 260.000 uomini alla fine del 1942, mente i rumeni avevano inviato ben 700.000 uomini. Il successore di Bardossy, Miklos Kallay (1942-1944) volendo disimpegnarsi dal conflitto, tenta di contattare gli Inglesi con l’accordo del Reggente e di suo figlio Istvan Horthy.
Hitler non nutriva fiducia in Horthy e ancor meno nei suoi figli. Istvan scompare nell’agosto 1942 in un “misterioso” incidente aereo e il cadetto, Miklos Horthy, verrà più tardi arrestato dalla Gestapo e deportato in Germania. La distruzione della 2° Armata sul fiume Don nel gennaio 1943 rinforza il Reggente e Kallay nella convinzione di uscire dalla guerra. Hitler è ormai convinto del “tradimento” del suo alleato e mentre il 17-18 marzo 1944 convoca Horthy a Klessheim per un colloquio, la Wermacht occupa l’Ungheria senza colpo ferire. Horthy è costretto a cedere alle richieste tedesche e sostituisce Kallay con il generale Sztojay, un germanofilo convinto. Esponenti politici e parlamentari ostili ai nazisti vengono arrestati. Gli ebrei che fino a quel momento, nonostante la legge del numero chiuso, beneficiavano di una condizione invidiabile rispetto a quelli della Polonia, della Romania e della Slovacchia, diventano le prime vittime dell’occupazione tedesca. A partire dalla metà di maggio 1944 i primi convogli di deportati vengono diretti verso la Germania. Le chiese protestano pubblicamente e papa Pio XII interviene personalmente presso il Reggente. L’8 luglio 1944 ordina la fine immediata delle deportazioni, ma queste cessano solo alla fine del mese di luglio.

Il 29 agosto 1944 Horthy decide di uscire il più rapidamente possibile dalla guerra e destituisce Sztojay, rimpiazzandolo con il generale Lakatos. Per il Reggente l’insufficienza dell’aiuto militare “dell’alleato” tedesco, nel momento in cui il territorio stava per essere direttamente minacciato dall’Armata Rossa, giustificava la ricerca di un accordo con il nemico. Una delegazione parte segretamente per la Russia dove, l’11 ottobre 1944, firma un armistizio che deve entrare in vigore dal 16 seguente. Il 15 ottobre, dopo che Horthy in un discorso radiodiffuso annuncia il ritiro dell’Ungheria dalla guerra, i Tedeschi attaccano il palazzo reale, arrestano il Reggente costringendolo alle dimissioni e mettendo al suo posto Ferenc Szalasi. Horthy viene deportato in residenza coatta in Germania.
L’esercito ungherese, nella sua stragrande maggioranza, rifiuta di deporre le armi, non tanto per contravvenire agli ordini di Horthy o perché favorevole al movimento della Croce Frecciata, quanto per contrastare l’Armata Rossa. L’esercito continua pertanto a combattere a fianco dei Tedeschi in uno spirito di difesa nazionale.
Szalasi, diventato guida della Nazione, istituisce in Ungheria un regime sul modello nazista. I militanti croce-frecciati instaurano il terrore nella parte del paese sotto il loro controllo. Numerose personalità politiche, i capi della resistenza, alcuni generali e i vescovi, come il futuro cardinal Midzenty, vengono arrestati; altri, come Bajcsy-Zsilinszky, vengono giustiziati. Pogrom antiebraici si verificano a Budapest e le deportazioni riprendono a pieno ritmo. Il nunzio apostolico e i diplomatici degli stati neutri, fra cui lo svedese Wallemberg e l’italiano Giorgio Perlasca, rilasciano migliaia di passaporti di protezione, senza peraltro mettere fine alle deportazioni in massa degli Ebrei. L’Ungheria diventa un campo di battaglia e Budapest resiste quasi due mesi all’Armata Rossa, cadendo il 13 febbraio 1945. Questa resistenza accanita intralcia i piani Sovietici che speravano di raggiungere Vienna all’inizio di gennaio e Monaco di Baviera in aprile. La guarnigione di Budapest pagherà un carissimo prezzo per la sua resistenza. I 35.000 difensori tedeschi vengono quasi totalmente passati per le armi dopo la loro resa, così come circa 20.000 militari ungheresi. I rimanenti saranno avviati ai campi siberiani. Il 4 aprile 1945 l’Ungheria cade totalmente sotto il controllo dell’Armata Rossa e Ferenc Szalasi viene pubblicamente giustiziato il 12 marzo 1946, insieme a Imredy e Bardossy. Inizia una nuova occupazione del territorio ungherese che durerà 44 anni e che terminerà con la caduta del muro di Berlino.




BIBLIOGRAFIA
  • A. Papo, G. Nemeth, Storia e cultura dell’Ungheria – Rubbettino, Soveria Mannelli, 2000.
  • R. Ruspanti, A. Basciani, La fine della grande Ungheria. Fra rivoluzione e reazione (1918-1920) – Beit, 2010.
  • R. Ruspanti, “Un regno senza re: l’Ungheria di Horthy (1919-1944)”, in R. Ruspanti, Dal Tevere al Danubio – Rubbettino, Soveria Mannelli, 1997.