Durante la prigionia nel covo delle Brigate Rosse, Aldo Moro riuscì ad attivare un canale di comunicazione verso l’esterno rimasto sconosciuto fino a oggi. Attraverso questa “via” riuscì a ottenere un’agendina verde con nominativi, indirizzi e numeri di telefono di assistenti universitari, studenti e conoscenti. Con i quali avviò contatti paralleli a quelli “istituzionali”.
L’agendina del Presidente
di GIUSEPPE MICHELANGELO D’URSO
Difficoltà per lo specialista
Sono trascorsi trentacinque anni da quella tragica primavera del 1978 che vide perire per mano delle Brigate Rosse Aldo Moro e i suoi cinque uomini di scorta. In questo lungo periodo si sono susseguiti ben cinque processi e il lavoro di ben due commissioni parlamentari di inchiesta.
Hanno inoltre parlato del sequestro Moro, del suo prologo e del suo tragico epilogo, tre membri su quattro del comitato esecutivo delle Br del tempo, sette su dieci degli uomini che parteciparono all'azione di via Fani e tutti e quattro i carcerieri di via Montalcini, per un totale di dieci brigatisti su tredici che svolsero un ruolo diretto in quell'operazione. Le loro dichiarazioni, rese separatamente, nel tempo e in condizioni anche di disaccordo politico, convergono comunque nella descrizione dei fatti, differendo solo in particolari di scarso rilievo.
La verità giudiziaria che si è cristallizzata e l'interpretazione politica della vicenda che è stata fornita non hanno però soddisfatto né i parenti delle vittime, né una parte considerevole dell'opinione pubblica italiana.
L'imponente mole di pubblicazioni sul tema ha ingigantito i contorni della vicenda, nutrendola di sospetti, mitomanie, scarti della memoria. Forse anche per questo ogni anniversario di questi eventi diventa rituale occasione per introdurre nuovi ricordi, pubblicazioni, elementi, da far macerare nel calderone dell'opinione pubblica italiana in attesa della stagione successiva, quando verranno ripetuti i medesimi gesti e le identiche parole.
Nonostante
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Aldo Moro
l'invadenza di un simile circo iconografico, resta ancora valido l'auspicio formulato dai congiunti di Moro all'indomani della sua tragica morte: “la famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia”.
Auspicio validissimo quello rivolto alla storia (e non alla politica e alla giustizia degli uomini) ma ancora ben lontano dall'essere in minima parte soddisfatto.
Estremamente diverse e diversamente valide le ragioni del ritardo degli storici. Innanzitutto la vita e la morte di Aldo Moro si sono tragicamente avvinghiate in un intricato abbraccio in cui è la morte ad afferrare la vita e a tenerla prigioniera fin quasi a soffocarla. Moro non è senz'altro vissuto prevedendo tempi e modalità della sua fine, ma certamente è stato ucciso a causa delle scelte compiute in vita; non risulta perciò possibile ricostruirne la biografia fingendo di ignorare le circostanze della sua morte, o studiare gli ultimi 55 giorni della sua esistenza avulsi dal rapporto con il vissuto precedente e con le responsabilità e decisioni politiche assunte da uomo libero.
Questa condizione, che vale per Moro e può esser estesa anche a quei cinque uomini delle forze dell'ordine che per proteggere la sua vita persero la propria in via Fani, rende irto di ostacoli il cammino dello storico, perché ogni parola, ogni eventuale responsabilità o negligenza incontra la carne viva del ricordo di chi in quelle vicende ha perso il padre, lo sposo, il fidanzato, il fratello, il nonno. La storia è appena preceduta dalla cronaca e a questa condizione in genere si addebita la mancanza di quel distacco considerato fondamentale premessa e promessa di imparzialità.
Ciò in realtà non è sempre vero e non mancano né esempi illustri di storie che trattano eventi lontani e tuttavia sedimentati in modo parziale o tendenzioso, né di altre che al contrario hanno tratto vantaggio dalla conoscenza diretta di uomini e cose, di chi ha vissuto quel tempo e respirato quell'aria: basterebbe, in tal senso, citare Tucidide de Le storie, il quale dichiarò di avere vissuto per intero la guerra del Peloponneso e di averne raccontato i fatti a cui egli stesso aveva assistito o sui quali aveva raccolto il massimo delle informazioni possibili.
Altra grande difficoltà per lo storico interessato al cosiddetto "caso Moro" sta nel raccogliere, ordinare e stendere la sola materia necessaria, al netto di quel coacervo di misteri e anti-misteri ormai assurto ad un vero e proprio genere saggistico-letterario-cinematografico.
In questi decenni numerosi studi hanno dato vita ad una interminabile logomachia tra chi sostiene che quanto accertato dalla magistratura e ricostruito dalle commissioni parlamentari d'inchiesta non sia sufficiente a spiegare il sequestro e la morte di Moro e quanti invece ritengono che, a parte alcuni aspetti poco chiari ma del tutto secondari, la verità storica sia stata definitivamente acclarata.
Il dibattito tra queste due posizioni ha dato luogo nel tempo al sorgere di due vere e proprie categorie dai nomi invero spaventosi, i "dietrologi" e gli "spiegazionisti ad oltranza", raggiungendo toni di tale stucchevolezza e ripetitività da far auspicare che finalmente si sia esaurita la fiamma politica, culturale ed ideologica che li alimentava.
Non che molti di questi contributi non meritino rispetto e attenzione scientifica; anzi, tanto spesso ciò che sopravvive alla furia demolitrice degli opposti fronti, “l'un contro l'altro armati”, si trasforma per lo studioso di storia in un prezioso elemento di valutazione sia pure al prezzo di notevoli sforzi euristici e documentari.
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L'autista e la guardia del corpo di Moro a via Fani
In ogni caso, la lunga durata di questa polemica è il sintomo di un'insoddisfazione e di un problema di fondo e il modo migliore per porre fine alle "dietrologie" sarebbe quello di definire una verità storica credibile sulla vicenda. Se, infatti, la "dietrologia" è una fiamma alimentata dall'inverosimiglianza di tanti assunti, essa però finisce per svolgere, in modo involontario, una funzione depistante perché da un lato crea una cortina fumogena dietro la quale ciascuno si sente in diritto di sparare la propria cartuccia interpretativa; dall'altro fornisce un comodo nascondiglio a quanti, per i più diversi motivi, non hanno alcun interesse (o ne hanno fin troppi contrari) alla ricostruzione degli eventi in oggetto.
Questa ritrosia è infine la più grave difficoltà che incontra lo storico nella definizione dei contorni e dello sviluppo degli eventi; ritrosia dettata dalla circostanza che la vicenda in oggetto, oltre che essere campo di studio per gli storici e di esercitazione per i pubblicisti, è anche una vicenda ancora aperta sul fronte giudiziario e i protagonisti di ruoli anche marginali, se rivelati, certamente diraderebbero le nebbie di molti presunti misteri, ma sul piano giudiziario si troverebbero da subito a rispondere di imputazioni da ergastolo.
Questo spiega ad esempio il perdurante silenzio dei brigatisti sugli altri compagni che
parteciparono, seppur come detto con funzioni logistiche, alle fasi relative al sequestro, al trasbordo dell'ostaggio e alla dismissione delle autovetture utilizzate; tutti individui che probabilmente non sono mai entrati in altre vicende sanguinose o comunque mai chiamati in giudizio e che, se convocati per ragioni di "ricostruzione storica", si troverebbero a fare i conti, seppur tardivi, con le loro responsabilità.
Ma le opacità e i silenzi non si registrano solo nel campo “brigatista” ma, in misura non certo minore, anche in quell'area di invisibilità che attraversa il ceto intellettuale e dirigente italiano a cui corrisponde una vera e propria area di indicibilità.
Finché lo storico avanza tra gli aspetti “proletari” delle macerie della lotta armata, il suo procedere, per quanto ostacolato, è spedito e riesce a fare piena luce sulle radici ideologiche, sulle motivazioni e sulle modalità delle scelte compiute che ormai sono accertate e conosciute. I problemi sorgono invece allorché lo studioso si inoltra nei meandri di quell'intreccio che appartiene al ceto dirigente italiano, alla sua borghesia; qui la percezione diventa chiara e si comprende perfettamente che ci si sta insinuando tra ferite non rimarginate e avventurismi giovanili che si è voluto nel tempo seppellire e tra drammi e lacerazioni familiari non ancora pienamente elaborati.
Lo storico infatti non potrà mai comprendere quella stagione senza considerare il dramma umano e lo smarrimento politico che serpeggiò soprattutto tra alcuni uomini politici di altissimo profilo; timore questo che apparve proprio nei giorni del sequestro di Aldo Moro, quasi a presagio di una stagione di non ritorno in cui i figli avrebbero iniziato a divorare i loro stessi padri.
Basterebbe citare il dramma vissuto in casa Donat Cattin, dentro la quale quotidianamente sedevano allo stesso desco un ministro della Repubblica e il capo di una delle formazioni guerrigliere che attentava al “cuore dello Stato” 1; ma la vicenda non fu un unicum in quella stagione politica e anche i figli del segretario della Dc Benigno Zaccagnini e del democristiano Paolo Emilio Taviani, il capitano partigiano “Pittaluga”, secondo le informative dei servizi segreti italiani, stavano prendendo la medesima deriva terroristica per approdare “a movimenti extra parlamentari di sinistra se non proprio alle Br”2, regalando ai loro padri la doppia umiliazione che l'azione brigatista loro rivolgeva, capace impunemente di colpirli tanto nella sfera politica della loro azione istituzionale quanto di ricattarli intimamente attraverso l'adesione ideologica compiuta dai loro figli.
Terribili quei giorni in cui non ci si poteva fidare neppure degli affetti familiari e occorreva alzare barriere di diffidenza con amici e compagni di partito, per il fondato timore di fornire, anche inavvertitamente, in buona fede o per negligenza, informazioni che, attraverso la fluttuante galassia della militanza extraparlamentare, sarebbero giunte fino al nemico.
Ardua dunque diventa la ricerca dello storico, guardata con diffidenza da tutti i protagonisti di quella tragedia, brigatisti, uomini politici, familiari delle vittime, intermediari, simpatizzanti a vario titolo e tutta una costellazione indefinita di figure che, in quei giorni di tempesta, si aggrapparono a posizioni precostituite come a degli scogli, per resistere alle mareggiate di quei lunghissimi e dolorosi giorni, e da lì non si mossero più, incuranti del trascorrere dei decenni.
Tutto ciò
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Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisoli, il gruppo di fuoco BR in via Fani
premesso, non rientra nell'economia del presente lavoro far luce su aspetti poco chiari relativi al prelevamento e alla detenzione del presidente democristiano e sulle circostanze che ne decretarono la morte.
Nulla da aggiungere al riguardo, e chi scrive non trova in questa tragedia nulla di “geometrico”3 che non sia la sagoma del corpo del giovanissimo agente Raffaele Iozzino, disegnata dalla polizia scientifica sull'asfalto di via Fani il 16 marzo e di quell'altro corpo ritrovato il 9 maggio nel vano portabagagli della Renault 4 rossa "acciambellato in una sconcia stiva" come lo definì Mario Luzi in una dolente poesia4.
Il presente lavoro è stato piuttosto stimolato da una domanda che l'autore si è posto e che non ha trovato risposta o riscontro in nessuno dei seppur numerosi atti giudiziari e audizioni condotte dall'inquirente parlamentare: se, al momento del sequestro, l'uomo politico fosse o meno in possesso di certi documenti e effetti personali: in particolare di un'agenda o rubrica, o qualcosa di simile. E, in caso contrario, come facesse Moro ad essere in possesso, durante la prigionia, di un numero così elevato di numeri di telefono e indirizzi; tanto più che trattavasi di persone che, come gli studenti universitari, i giovani amici che lo accompagnavano alla messa domenicale, gli assistenti universitari, certamente non erano quotidianamente oggetto di telefonate da parte dell'uomo politico al punto da giustificarne una memorizzazione per consuetudine.
Lo scopo della presente ricerca diventa dunque quello di fornire elementi utili a confermare che:
1) durante il sequestro dell'onorevole Moro si aprì sicuramente almeno una via di comunicazione da e per la “prigione del popolo”, diversa da quella finora ipotizzata;
2) questo “canale di ritorno” che si cercherà di individuare funzionò, e consentì la consegna in un'occasione di un'agendina (o elenco) con un estratto dei contatti telefonici e degli indirizzi di persone vicine all'uomo politico prigioniero e a cui egli avrebbe fatto riferimento per far giungere le sue lettere a destinazione;
3) questa via di comunicazione in entrambi i sensi di marcia si attivò non più tardi della prima decade di aprile, quindi senz'altro prima di quanto fino ad ora ipotizzato;
4) le notizie relative ad un transito di scritti verso la prigione, proveniente o da ambienti familiari o dallo studio di Moro in via Savoia, che tanto irritarono l'allora ministro Cossiga, sono fondate ma sono riconducibili appunto a questo documento che entro la prima decade di aprile venne fatto pervenire al prigioniero.
“Difficile era la ricerca perché quelli che avevano partecipato ai fatti non dicevano tutti le stesse cose sugli avvenimenti ma parlavano a seconda del loro ricordo o della loro simpatia per una delle due parti”5. E' già accaduto. Temiamo continui ad accadere.

L'uomo e le sue abitudini
Il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro era un uomo che compiva tutti i giorni gli stessi gesti e questa sua abitudinarietà era diventata una sorta di marchio di fabbrica che si era, come per contagio, gradualmente esteso anche agli uomini della sua scorta6.
Resta inteso che l'allerta e la soglia di vigilanza, “da scorta reale, molto preparata”7, era sempre alta nelle occasioni pubbliche dell'onorevole Moro, circostanze queste, come le lezioni universitarie che egli teneva, in cui l'affluenza degli studenti era molto elevata e l'esposizione ai rischi cresceva in maniera esponenziale. Ma proprio in queste difficili situazioni questi uomini, coordinati dal maresciallo Oreste Leonardi, “che era il più bravo di tutti perché si muoveva tra la folla”, davano prova della loro assoluta competenza perché “erano sempre pronti a prendere la pistola” in caso di emergenza e perché possedevano la capacità di scrutare la gente loro intorno valutando in modo corretto “gli spostamenti delle altre persone”.
Nei suoi movimenti giornalieri, che avvenivano quasi sempre in automobile, una vettura di servizio, in genere una Fiat 130 blu, che di tanto in tanto veniva alternata con un'altra vettura, Moro spesso veniva scorto dagli abitanti della zona attraverso i vetri della macchina e altrettanto spesso lo si incontrava mentre faceva quattro passi a piedi sotto lo sguardo vigile del maresciallo Oreste Leonardi, suo caposcorta o meglio “sua ombra” da oltre un decennio, conosciuto da tutti coloro che in un modo o nell'altro (politici, giornalisti, studenti e colleghi universitari etc.) avevano avuto contatto con l'uomo politico; e dei suoi uomini.
L'uomo politico, ansioso e metodico come era, in ogni suo spostamento non si separava mai dalle sue cinque borse in cui, secondo necessità, trovavano posto i materiali più disparati, dai ritagli di giornale alle tesi di laurea dei suoi allievi, dai libri di testo ai documenti riservati, con la scorta dei medicinali di cui faceva uso e degli oggetti personali immancabilmente presenti.
Sempre in
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Aldo Moro fotografato nella prigione delle BR
ossequio ad una prassi ormai consolidatasi nel tempo, Aldo Moro si accomodava nei sedili posteriori della vettura, prendendo posto in corrispondenza del sedile anteriore dell'autista, Domenico Ricci, anch'egli da un decennio alla guida dell'automobile assegnata all'onorevole Moro.
Quest'ultimo, preso posto nella macchina, riponeva nello spazio tra le due fila di sedili due delle borse, quelle da cui mai si separava, contenenti l'una le medicine di cui quotidianamente bisognava e l'altra i documenti riservati. Le restanti tre borse venivano solitamente, ma non sempre, riposte invece nel vano portabagagli della vettura8.
Le Brigate rosse da mesi ormai pedinavano l'uomo politico e i suoi uomini di scorta e di lui conoscevano ogni minimo particolare quale “a che ora esce di casa, dove va, che itinerari percorre, quando rientra, in quali giorni della settimana fa una cosa e in quali occasioni ne fa un'altra”9.
Del resto se certe azioni abitudinarie si erano ormai talmente cristallizzate nel tempo da essere registrate nella quotidianità anche da onesti passanti o abitanti della zona, non è certo plausibile che sfuggissero alle Brigate rosse che già dal 1976 si dedicavano alla ricerca dell'appartamento da acquistare per trasformarlo nella “prigione del popolo”, avendo già progettato minuziosamente il rapimento a Roma di uno tra Andreotti, Fanfani e Moro.
Si può anzi affermare che le abitudini di Moro e dei suoi uomini fossero nate già fossilizzate, per quella istintiva serenità che negli anni '60 e '70 nasceva, negli incaricati alla sicurezza, dallo scortare un uomo politico molto potente e dallo svolgere un servizio all'epoca considerato certamente meno rischioso rispetto a quello dei colleghi che pattugliavano le strade o che erano chiamati a servizi di ordine pubblico in occasione di cortei e manifestazioni che quasi sempre culminavano con scontri fisici.
A riprova di ciò e a conferma delle radicate consuetudini descritte, le stesse non erano sfuggite nemmeno all'occhio della satira e fin dal lontano 1966 (quando le Brigate Rosse non esistevano ancora) erano state oggetto di “satira seriosa” da parte dell'autore di testi per spettacoli di cabaret Pier Francesco Pingitore. Questi aveva concepito un testo per il “Bagaglino”, dal titolo Dio salvi il Presidente, in cui l'autore ironizzava sull'imponenza e sulla pomposità del servizio di scorta assegnato all'uomo politico e sulle modalità con le quali esso veniva svolto fin dalle prime ore del mattino, con le annotazioni sulle messe ascoltate e i relativi orari, sulla presenza della moglie o meno, sui percorsi seguiti dalla scorta.
Nessuna inchiesta ante litteram, semmai ulteriore prova della assoluta prevedibilità di movimento che accompagnava ormai da oltre un decennio le azioni dell'onorevole Aldo Moro10.
Se la scorta era, come abbiamo già detto, “reale” nelle pubbliche occasioni, questa ridiventava “pro forma” quando ci si spostava in automobile, dove non si percepiva una condizione di pericolo e la prontezza e la disponibilità immediata delle armi si allentavano. Si tenga presente che prima della strage di via Fani mai nella storia italiana si era verificato un attentato a fini di sequestro di quelle dimensioni, e la sola possibilità che avvenisse era annoverata alla stregua di ipotesi fantascientifica.
Spesso poi per questi uomini, intorpiditi il più delle volte dalle lunghe ed estenuanti attese causate dagli impegni dell'uomo politico, gli spostamenti in macchina erano le uniche occasioni in cui abbassare inavvertitamente la soglia d'allerta, che era invece sempre costante quando Moro si recava in luoghi affollati o in Facoltà, e oltremodo sollecitata in quelle ultime settimane, segnate come erano da attentati politici a cadenza quotidiana, e nelle quali avevano registrato tracce inquietanti ed inequivocabili di pedinamento ai loro danni.
Nonostante i buoni auspici espressi da Pingitore, quella mattina di marzo in via Fani, né Dio né altri riuscirono a sottrarre al proprio destino il Presidente Moro e i suoi cinque uomini di scorta.

La strage
La mattina del 16 marzo 1978, Aldo Moro esce diversi minuti prima delle ore 9 dalla sua abitazione di via del Forte Trionfale 79, una palazzina di un quartiere di recente edificazione posto nella parte alta della zona di Monte Mario. Vedendolo comparire dall'ascensore, il maresciallo Leonardi, che stava fruendo del telefono presente in portineria per parlare con la moglie, chiude rapidamente la conversazione11 e aprendogli la portiera della vettura lo fa accomodare come di consueto, con accanto le diverse borse.
La giornata del 16 marzo si presenta ricca di impegni: il primo è alla Camera dei deputati per la presentazione del quarto governo Andreotti alla cui formazione e al conseguimento del necessario appoggio esterno del Pci aveva contribuito non poco nelle settimane precedenti, al punto da dedicarsi alle ultime limature fino alla sera precedente12; è poi atteso dai suoi studenti che quel giorno discuteranno le tesi di laurea alla Facoltà di Scienze politiche dell'Università “La Sapienza” di Roma, passaggio a cui l'uomo politico,
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Mario Moretti
sempre presente ai suoi impegni accademici, non intende mancare, anche a costo di qualche ritardo; è anche possibile che, prima di andare alla Camera dei deputati, l'uomo politico voglia fare una sosta al Centro Studi Dc “Alcide De Gasperi” alla “Camilluccia”, che in ogni caso rappresenta un passaggio quasi obbligato per il percorso che solitamente percorre; in fondo a via della Camilluccia, al termine di una lunga discesa tutta curve, c'è piazza dei Giochi Delfici e, sulla piazzetta, la chiesa di Santa Chiara, dove Moro non manca mai di fermarsi per la messa o anche solo per qualche minuto di raccoglimento prima di affrontare la nuova giornata.
Il corteo di autovetture imbocca la via Mario Fani, una traversa di via Trionfale, la principale arteria della zona nord di Roma: una strada in discesa, lunga, dritta e piuttosto stretta, nonostante il traffico vi scorra su entrambi i sensi di marcia. All'incirca a metà è tagliata da via Stresa, anche questa una strada lunga, stretta ma tortuosa, che si sviluppa in salita ma con traffico a senso unico, fino a collegarsi a via Trionfale. Le auto che percorrono via Fani si imbattono in un solo stop, quello appunto all'altezza dell'incrocio con la via Stresa. Gli edifici che costeggiano la via sono per lo più palazzine basse, nel tipico stile anni cinquanta-sessanta che caratterizza la zona di Roma nord: solo in corrispondenza dell'incrocio vi sono delle palazzine arretrate rispetto al rettilineo degli altri edifici della via Fani, con innanzi un ampio spazio circondato da una fila di siepi che separa dalla strada. Negli anni settanta era stato il bar Olivetti ma in quel marzo del 1978 il locale è ormai chiuso da tempo per fallimento.
Oltre che dalle inseparabili cinque borse, e dal consueto fascio di quotidiani e riviste, il presidente democristiano quel giorno è appesantito anche da una cartellina di cartone di colore verde chiaro, con l'intestazione “Democrazia cristiana”, rigonfia di fogli e da un'altra di colore rosa, contenente altri fascicoli. Probabilmente in macchina l'onorevole si stava dedicando alla lettura dei quotidiani che quella mattina titolavano diffusamente dell'intesa a cinque (DC, PCI, PSI, PRI e PSDI) faticosamente raggiunta, della nuova posizione assunta dai comunisti, con responsabilità ben definite nella maggioranza parlamentare, e delle critiche che avevano accompagnato la scelta dei sottosegretari, come già accaduto prima per quella dei ministri. Un clima politico insomma da sereno variabile in cui non è detto che il dibattito parlamentare filerà liscio come previsto e auspicato.
Purtroppo per Moro e i cinque servitori dello Stato che lo accompagnano in quel turno di servizio, saranno proprio le raffiche di mitra che li investiranno da lì a pochi minuti all'incrocio tra la via Fani e la via Stresa a compattare il quadro politico fugando ogni precedente indecisione.
Dopo tre interminabili minuti di conflitto a fuoco la scorta viene inesorabilmente sterminata e il presidente democristiano viene sequestrato dal commando brigatista che nell'occasione si cura di prelevare dalla macchina anche due delle sue cinque borse presenti.
Questo compito, nella pianificazione dell'azione, era stato assegnato a Valerio Morucci il quale, nel luglio 1984, deponendo davanti al giudice istruttore Ferdinando Imposimato, confermò di essere stato lui, nonostante un iniziale momento di esitazione e sconcerto, ad occuparsi del prelevamento delle due borse di pelle del presidente democristiano e di averle deposte prima nella Fiat 128 blu alla cui guida si pose per allontanarsi da via Fani e successivamente di averle affidate a Mario Moretti allorché questi si mise alla guida del furgone Fiat 850 in cui era rinchiuso, all'interno di una cassa di legno, Aldo Moro13.
La più lunga stagione nella storia della Repubblica italiana iniziò con cinque cadaveri sull'asfalto, un uomo sequestrato e un lancio d'agenzia dell'ANSA: “Questa mattina abbiamo sequestrato il Presidente della Democrazia Cristiana, Moro, ed eliminato la sua guardia del corpo, teste di cuoio di Cossiga. Seguirà comunicato, firmato Brigato Rosse”.

Le borse del Presidente
Circa quindici minuti dopo l'agguato, quando ormai l'allarme era ampiamente scattato e la zona era letteralmente gremita di forze dell'ordine, giornalisti, autorità, passanti, testimoni e curiosi di ogni risma, senza che ci si adoperasse da subito nelle più elementari misure di restrizione della scena del crimine, giunse in via Fani anche la moglie di Moro, signora Eleonora Chiavarelli, proveniente dalla vicina chiesa di S. Francesco14, per chiedere notizie del marito. La donna vide i corpi degli uomini uccisi e riconobbe i volti a lei familiari delle guardie di scorta. Avvicinandosi alla vettura di Moro notò che mancavano delle borse e che il sangue degli uccisi aveva lasciato un contorno netto attorno al punto in cui, di solito, esse venivano collocate15.
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Anna Laura Braghetti
Questo particolare, riferito dalla moglie di Moro e ribadito sia in sede giudiziaria sia in audizione davanti la Commissione Moro, ha alimentato tutta una serie di dubbi e misteri riguardo questa momentanea sparizione delle due borse.
Chi scrive ritiene senza dubbio alcuno che, nelle fasi immediatamente successive alla strage e all'accorrere delle prime autorità sul posto, le due borse in oggetto e una terza superstite trovata fuori dalla vettura, vennero prelevate per verificarne l'eventuale contenuto e subito nuovamente riposte nel luogo originario per i rilievi che sarebbero seguiti ad opera della polizia scientifica, aprendo così una finestra temporale in cui le borse di fatto non furono viste dalla signora Moro nel luogo dove dovevano certamente essere, ma vennero puntualmente immortalate tra le due file di sedili dai primi scatti fotografici effettuati successivamente alla strage.
Quello del prelevamento delle borse di una figura di rilievo vittima di attentato, dell'osservazione del suo contenuto e della periodica scomparsa di documenti, agendine e quant'altro è un copione che accompagna la storia italiana, dalla strage di via Fani del marzo 1978 a quella di via D'Amelio del luglio 1992, vittime il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, passando per lo svuotamento della cassaforte del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa nel settembre 1982 e per la manomissione dell'agenda elettronica e del pc personale del giudice Giovanni Falcone nel maggio 1992. Anche in quella rovente estate siciliana vi fu chi, incurante delle fiamme ancora vive e dei corpi straziati e disseminati ovunque, si recò in ciò che restava della vettura di servizio del magistrato ed ebbe cura di prelevarne la borsa e, possibilmente, ma qui si naviga tra le ipotesi, prelevarne parte del contenuto, prima di riporla nuovamente.
Sia che si agisca nel supremo interesse dello Stato democratico (ed è lecito dubitare che tali azioni si confacciano sempre a questo supremo interesse), sia che si ubbidisca ad altri interessi o centri di potere, in questi casi, perso il corpo (o posto fine alla sua esistenza), si deve mettere in salvo (o far scomparire per sempre) il documento.
Una delle cinque borse fu ritrovata subito dopo la strage, a terra, abbandonata a diversi metri di distanza dall'automobile, come dimostrano una delle fotografie scattate il giorno della strage16 e la cronaca in diretta realizzata quella mattina da Paolo Frajese per il Tg1: «Ecco la macchina con i corpi degli agenti che facevano parte della scorta dell'on. Moro... I carabinieri stanno facendo i rilievi. (...) Ecco per terra ancora... andiamo qui a destra per piacere... i bossoli... vedete, e poi... ancora a destra... vediamo la borsa, evidentemente la borsa di Moro...»17.
Le altre due borse, di cui una in pelle marrone chiaro con manici e una valigetta ventiquattrore scura, appaiono nelle altre foto scattate quella mattina, allocate nello spazio tra il sedile anteriore passeggero della Fiat 130 blu, occupato dal corpo senza vita del maresciallo Leonardi, e i sedili posteriori, colmi di carpette, giornali, e documenti vari.
Questo ritrovamento fa supporre a chi scrive che quel giorno tutte le borse fossero al fianco del presidente Dc e che all'atto del prelevamento, che avvenne appunto dalla parte sinistra della vettura, dove l'uomo politico era seduto, si deve presumere che i brigatisti presero anche quella terza borsa rinvenuta per strada e che questa nella concitazione della fuga sia sfuggita a Morucci, come detto turbato e sconcertato dall'azione di cui era stato uno dei protagonisti, e rimasta abbandonata sull'asfalto, dato che è da escludere che questa fosse stata scartata dopo una rapida perlustrazione del suo contenuto.
Da questa probabile presenza di tutte e cinque le borse al fianco o nelle immediate disponibilità dell'uomo politico, acquista valore l'interrogativo posto dalla signora Moro circa l'oculata scelta delle borse da prelevare da parte dei brigatisti i quali, evidentemente “sapevano bene, dovevano sapere dove e come cercare, perché in macchina c'era una bella costellazione di borse”18, oppure, e resta pur sempre un'ipotesi valida, si affidarono semplicemente al caso.
Occorre per questo comprendere cosa effettivamente contenessero quella mattina le borse prelevate dai brigatisti nel momento del sequestro di Aldo Moro.
Dinanzi a
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Germano Maccari
questa domanda circa il reale contenuto delle due borse prelevate, in sede di audizione in Commissione Moro, la signora Eleonora rispose che una certamente conteneva medicinali mentre l'altra “era quella dei suoi documenti personali, dei suoi occhiali, i denari, le chiavi di casa, tutte quelle cose che riteneva riservate e che si portava sempre dietro”19. Sempre in quella stessa sede di audizione, la vedova Moro ebbe occasione di rispondere al parlamentare Bosco, il quale dichiarava di far fatica ad immaginare che l'onorevole Aldo Moro avesse “un archivio riservato sempre con sé”, precisando che ella non possedeva “la prova che lì dentro ci fossero cose importanti: ci poteva anche non essere niente”20.
Di diverso avviso, riguardo l'ipotetico contenuto delle due borse, fu invece uno dei collaboratori di Moro, il giornalista Rai Corrado Guerzoni, recentemente scomparso, che avanzò l'ipotesi che all'interno vi fossero documenti che riguardassero l'affare Lockheed “per la parte in cui era stato coinvolto il presidente”21.
Chi certamente conosce la verità sul contenuto delle due borse sono i brigatisti ed in particolare Mario Moretti (che le portò nella prigione di via Montalcini), Anna Laura Braghetti, Germano Maccari e Prospero Gallinari, che costituirono il gruppo dei quattro carcerieri di Moro.
Ne vennero inoltre senz'altro a conoscenza i brigatisti che componevano il comitato esecutivo delle Br, Rocco Micaletto, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, riuniti in seduta permanente e costantemente in rapporto con Moretti per la gestione del sequestro Moro, e coloro che li ospitarono nelle basi di Firenze prima e di Rapallo successivamente.
Nel novero dei testimoni di quei contenuti vanno annoverati anche coloro che ne furono senz'altro messi a conoscenza anche se non ebbero modo di vederli direttamente. Tra questi di certo Barbara Balzerani, che oltre a dividere l'appartamento di via Gradoli a Roma con Moretti ed essere la sua compagna al tempo, era la dirigente della colonna romana delle Br; Valerio Morucci e Adriana Faranda, entrambi a stretto contatto con Moretti per il ruolo di “postini” di comunicati dell'organizzazione e di lettere di Moro che rivestirono in quei 55 giorni per tutta la città di Roma.
Infine, vi sono un numero imprecisato di personaggi che, de relato, vennero a conoscenza del contenuto delle borse seppure in modo parziale o sommario, tra cui non solo i brigatisti che ebbero modo, nei mesi se non negli anni successivi, di parlare con i compagni interessati in prima persona nell'esecuzione dell'operazione Moro, ma anche figure non certamente arruolate tra le Br, ma che ebbero contatti con le aree contigue e per questo sempre informatissime sulle vicende brigatiste, quali il giornalista Mario Scialoja. Questi al tempo risultò in più di un'occasione “informatissimo” sulle vicende relative alle Brigate Rosse e a molti degli episodi e delle circostanze relative al sequestro Moro e ai suoi scritti, in quanto attingeva a fonti qualificate quali Franco Piperno e Oreste Scalzone, elementi di rilievo dell'autonomia romana e in contatto seppur sporadico con il Morucci e la Faranda che dallo stesso movimento provenivano, e agli avvocati Eduardo Di Giovanni e Giannino Guiso, difensori dei brigatisti sotto processo a Torino. Il giornalista, in sede di audizione in Commissione Stragi, il 14 marzo 2000 dichiarò, dopo averlo - disse - scritto “decine di volte”, che in quelle borse “non c'era nessun documento segreto; c'erano soltanto delle tesi di laurea, dei medicinali e altro”22.
Il proprietario delle cinque borse, ormai prigioniero delle Br, ebbe modo diverse volte di ritornare nelle sue lettere scritte dalla “prigione del popolo” sulla sorte delle stesse, di cui era ignaro dato che le riteneva rimaste nella macchina dalla quale era stato prelevato.
In una delle primissime lettere che Aldo Moro scrisse alla moglie Eleonora, recante la data del “27-3-78”, l'uomo politico fa più di un accenno alla sorte e al contenuto delle borse. Su questa lettera, che non risulta recapitata, ma certamente scritta immediatamente dopo quelle indirizzate alla moglie Eleonora, al collaboratore Nicola Rana e al ministro Cossiga (a loro volta scritte probabilmente il 26 marzo 1978, domenica di Pasqua) avremo modo di ritornare successivamente, allorché parleremo dei tentativi che Moro fece da subito per stabilire un canale di comunicazione.
Per il momento piuttosto si vogliono puntualizzare quei passaggi della lettera in cui Moro ritornava a parlare di “alcune cose pratiche” (quali dove trovare lo stipendio e camicie da ritirare in lavanderia) e dei suoi affetti, per poi interrompere questo ritmo cadenzato da attività domestiche e private con l'invito, rivolto alla consorte, di rivolgersi a Rana per “cercare di raccogliere 5 borse che erano in macchina. Niente di politico, ma tutte attività correnti, rimaste a giacere nel corso della crisi”.
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Il ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani
Il passaggio acquista valore perché viene sottolineato con un tratto di biro da Moro nella stesura della lettera, come a volerne sottolineare l'importanza a dispetto dei termini “niente di politico” e “attività correnti” con cui ne descrive sommariamente il contenuto.
Ma il passaggio successivo, dove Moro stava avviandosi alla descrizione del contenuto parlando della presenza anche di “vari indumenti da viaggio”, la frase s'interrompe bruscamente con l'ultima parola ad occupare l'angolo estremo del foglio, senza la nessun segno d'interpunzione.
Di questa lettera, non si possiede né l'originale, né il dattiloscritto ma solo la fotocopia del manoscritto, rinvenuta a Milano nel covo di via Monte Nevoso nell'ottobre 1990, e dall'analisi della copia e dalla prassi di conservazione23 si può certamente affermare che essa è incompleta, in quanto senz'altro priva almeno del foglio successivo in cui l'uomo politico continuava con la descrizione del contenuto delle borse.
In una successiva lettera al collaboratore Nicola Rana (anch'essa non recapitata ma di cui possediamo il dattiloscritto e la fotocopia del manoscritto, di incerta datazione ma vergata intorno alla metà del mese di aprile) Moro ritorna, in un esergo posto dopo la firma, sul tema delle borse chiedendogli se sono “state recuperate delle borse in macchina” e interrogandosi se invece non “sono state sequestrate come corpo di reato”. La lettera si chiude con il quesito rivolto al collaboratore per sbloccare questa situazione che il prigioniero crede di stallo.
Questo insistere sulla sorte toccata alle borse:
- testimonia che l'uomo politico è all'oscuro dell'esito di questa vicenda e dello smembramento tra casa e “prigione” delle stesse e dei suoi contenuti;
- desta curiosità, appare quasi una stonatura, in un uomo che ha appena redatto testamenti a favore dei suoi familiari, nominato esecutori testamentari e vergato lettere d'addio per i suoi cari, come questa in cui quasi si congeda dal suo fidato interlocutore ringraziandolo dell'affetto e della collaborazione profusa nel passato e nella tragica vicenda presente.
Resta la circostanza che quello riportato è comunque l'ultimo riferimento conosciuto che l'uomo politico fa alle borse, senza che si riesca da parte nostra a sapere come e quando e da chi questa curiosità sia stata soddisfatta, se di curiosità solo si trattava.
Non potendocisi basare sulla testimonianza del diretto interessato circa il contenuto delle due borse prelevate si dovrà necessariamente ripiegare sulla testimonianza certamente interessata dei brigatisti che ebbero la disponibilità di questo materiale, cercando di leggere tra le righe e di cogliere al volo qualche voce inopinatamente dal “sen fuggita”, visto che dalla mancata consegna delle due lettere analizzate e dall'opera di censura applicata alla prima, la più importante, si evince che nella gestione del sequestro mantenere l'alone di mistero su questo argomento fu ritenuto strategico per far sorgere il dubbio nel fronte istituzionale che materiale sensibile fosse caduto nelle mani del nemico.
Secondo Anna Laura Braghetti, intestataria dell'appartamento di via Montalcini e una delle quattro carceriere durante i giorni del sequestro, Moro appena giunto nella casa prigione Moro chiese subito “di una delle sue borse, quella in cui erano custoditi i farmaci.” In una delle borse c'erano effettivamente alcune medicine, continua la Braghetti, “ma non quelle che Moro cercava. Non tutte le borse erano state prelevate da via Fani, noi ne avevamo solo due. Lui insisteva che erano cinque”.
Moro manifestò l'esigenza di alcune medicine, in particolare di un “tranquillante del quale non sapeva fare a meno” dato che “negli ultimi tempi gli era stato molto difficile dormire”24.
Sempre secondo la Braghetti, le borse di Moro furono innanzitutto oggetto di attenta perquisizione “per assicurarsi che non contenessero una microspia” e subito dopo di verifica del contenuto: nella prima borsa “trovammo alcune tesi di laurea, due paia di occhiali di ricambio, francobolli, articoli di cancelleria, poche medicine. Nella seconda pratiche ministeriali, il testo del progetto di riforma della polizia, lettere di raccomandazione e di ringraziamento e... la sceneggiatura di un film”25.
Grosso modo la Braghetti confermò, a distanza di tempo, quanto dichiarato precedentemente nel luglio 1984 da Morucci al giudice Imposimato, ossia che il contenuto della prima borsa era rappresentato dai farmaci che si portava dietro l'uomo politico, mentre nella seconda vi erano tesi di laurea, lettere di raccomandazione, il copione di un film e un progetto di unificazione delle forze di polizia, materiale quest'ultimo che Moretti, successivamente, indicò come uno dei più importanti documenti trafugati26.
Alla presenza di
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Francobollo commemorativo dedicato ad Aldo Moro
un progetto sulle forze dell'ordine tra i contenuti delle borse prelevate dai brigatisti aveva fatto riferimento anche il brigatista pentito Patrizio Peci, il quale riferì che nelle borse prelevate all'atto del sequestro di Moro venne rinvenuto un programma sull'ordine pubblico e sul coordinamento tra polizia e carabinieri27.
Germano Maccari durante il processo a suo carico, sul punto, dichiarò che questo piano di riordino delle forze armate venne portato da Moretti fuori dalla prigione di via Montalcini e custodito a Firenze, dove in quei giorni si riuniva l'esecutivo delle Br, per valutarlo assieme agli altri; circostanza questa che venne confermata dalle dichiarazioni di Franco Bonisoli il quale dichiarò di conservare un chiaro ricordo di quelle carte28.
Quanto alla sorte di questo materiale, i brigatisti affermarono che lo distrussero nell'appartamento di via Montalcini, bruciando “nella tazza del gabinetto le carte trovate nelle borse” di Moro e identica sorte subirono gli occhiali di riserva di Moro “frantumati e bruciati in un piccolo braciere casalingo”. Le borse di pelle furono invece ridotte a brandelli con l'uso di un trincetto e bruciate “in giardino con le sterpaglie”29.
Ma non tutto il contenuto delle borse seguì la sorte appena descritta e gli effetti personali superstiti vennero recapitati ai familiari assieme al corpo di Moro, ormai esanime, fatto ritrovare nel vano portabagagli di una Renault 4 rossa posteggiata in via Caetani a Roma. Nell'occasione i brigatisti riconsegneranno gli oggetti personali del defunto non distrutti, infilati dentro un borsello di pelle che originariamente conteneva lo strumento per misurare la pressione che supponiamo fosse all'interno della borsa dedicata ai medicinali di cui bisognava l'uomo politico. Nel borsello erano presenti un portatessere, una fiaschetta per liquori in metallo e pelle in cui l'uomo politico teneva un po' di whisky utile a contrastare gli abbassamenti di pressione, tre paia di occhiali da vista e uno da sole, due orologi, una penna Parker, una matita, un accendino, un rosario in legno conservato dentro una custodia di lana, un pettine, una catenina con medaglietta della Madonna, vari mazzi di chiavi, la fede matrimoniale, monete per complessive seicentodieci lire, un portafogli con dentro il ricordino di una parente defunta, una cartolina postale, un foglietto di carta bianca con la scritta “Per papà”, la foto di quattro bambini e tre assegni bancari30.

Ipotesi intorno al canale di ritorno
La possibilità di una comunicazione in entrambi i sensi di marcia tra la “prigione del popolo” e l'esterno, comunemente definita “canale di ritorno”, è una delle ipotesi che con maggiore vigore è stata sostenuta sia in sede di pubblicistica, sia in sede istituzionale dalla Commissione Moro31 prima e successivamente dalla Commissione Stragi32 e, seppur decisamente negata dai brigatisti in ogni sede, memorialistica e giudiziaria33, e dagli stessi familiari34, non solo non si è indebolita ma ha trovato riferimenti cospicui dall'analisi di alcune delle stesse lettere che il prigioniero scriveva e che, guarda caso, quando i riferimenti che ivi vi faceva erano palesi, quasi sempre non venivano mai consegnate ai destinatari da parte dei brigatisti, e ciò nonostante gli si consentisse di scriverle.
Quanto detto potrebbe certamente avvalorare l'ipotesi che i brigatisti facessero credere a Moro che questo canale esistesse e dunque gli consentissero di scrivere quelle lettere con quei precisi riferimenti, ma questo gioco non poteva certo durare per tutto il sequestro dato che Moro, resosi conto prima o dopo di essere stato sempre buggerato, avrebbe finito con il non credere più all'esistenza di detto canale di comunicazione. Cosa che invece non avvenne a riprova che, nel corso del sequestro, il prigioniero ottenne riscontri alle richieste che indirizzava all'esterno della prigione.
Va comunque precisato che la sola circostanza che Moro, nelle sue lettere, ritenesse possibile almeno l'esistenza se non l'efficacia di questo “canale di ritorno”, non è una prova sufficiente a dimostrarne l'esistenza.
L'eventualità merita però di esser presa in seria considerazione perché, fin dalla prima lettera al collaboratore Nicola Rana, Moro si preoccupò di stabilire questo canale, con il chiaro consenso dei brigatisti che, non solo garantirono un recapito riservato della missiva, ma si impegnarono a mantenerlo tale, diffondendo solo lo scritto rivolto a Francesco Cossiga.
Moro per tutta la durata del sequestro restò comunque convinto che tale canale di comunicazione fosse attivo e dalla lettura delle lettere emergono numerosissimi riscontri che consolidano l'ipotesi, altrimenti certe conoscenze e informazioni da parte di Moro resterebbero inspiegabili.
Diversa e meno certa è l'individuazione del protagonista, ma qui occorrerebbe parlare al plurale giacché senz'altro furono coinvolte più figure, che nel corso del sequestro vennero di volta in volta attivate. La platea a questo punto si allarga considerevolmente e come si vedrà non è detto che sia esaustiva di tutti i protagonisti.
Moro in un primo momento credette di aver attivato questo canale di comunicazione attraverso il collaboratore Corrado Guerzoni, come sembrerebbe attestare il biglietto, indirizzato alla moglie ma non recapitato, scritto intorno al mercoledì 12 o giovedì 13 aprile e nel quale Moro chiede alla moglie “la felicità di un messaggio tramite Guerzoni per sabato mattina”.
Il prigioniero ha ricevuto la notizia della sua condanna a morte e ha, per l'appunto, steso tutta una serie di testamenti e lettere di addio a figli e nipoti e vedendo approssimarsi la fine cerca un'ultima consolazione in un messaggio da fargli pervenire tramite Guerzoni. L'ipotesi che Moro possa far riferimento ad un messaggio tramite giornale è molto fragile, sia perché nelle occasioni in cui è stato utilizzato questo mezzo egli lo ha espressamente specificato, sia perché se si fosse riferito ai giornali non avrebbe avuto motivo di precisare il “sabato mattina”, essendo ovvio che i quotidiani escono la mattina, e avrebbe scritto solo “sabato”: il riferimento invece sembra rimandare ad un appuntamento preciso sul piano temporale del quale non solo Guerzoni è informato ma che appare allo stesso Moro un atto normale35.
Guerzoni ha sempre negato non solo di essere a conoscenza di un appuntamento, come ipotizzato dal passaggio della lettera in questione, ma anche di avere svolto questa funzione “di ritorno” nel corso del sequestro, ipotizzando invece che detto compito venne probabilmente assolto dal sacerdote don Antonello Mennini, vice parroco della chiesa di S. Lucia36, ubicata nel quartiere Trionfale a Roma, come ebbe a dichiarare in audizione alla Commissione Stragi il 6 giugno 199537.
In un secondo momento, verosimilmente intorno al 20 aprile38, probabilmente perché ritenne che il precedente canale fosse ormai bruciato dai controlli della polizia, Moro pensò di poter utilizzare il sacerdote don Mennini, che conosceva in quanto studente dei suoi corsi universitari. Riguardo quest'ultimo, dalle lettere evinciamo che Moro riteneva il sacerdote non solo un utile canale per far pervenire le sue lettere, cosa che effettivamente avvenne, ma anche interlocutore al quale poter rivolgere delle domande e attraverso il quale ricevere degli scritti dall'esterno39.
In una lettera indirizzata al sacerdote, non recapitata ma scritta intorno al 24 aprile, Moro oltre a scusarsi del fatto di approfittare “così spesso di te”, avendo don Mennini già consegnato le lettere del prigioniero il 20 e il 24 aprile, gli chiede di raccogliere “notizie sulla salute di casa e di” tenersi “pronto a rispondere, quando mi sarà possibile di domandartelo. Mi potrebbero scrivere qualche rigo? tramite te?”.
In una successiva missiva a don Mennini, non recapitata ma scritta dopo il 25 aprile, Moro ritiene possibile addirittura “chiamare” il sacerdote e “consegnargli il pacchetto” in cui ha riunito le lettere ai familiari affinché le tenga intanto per sé e le consegni alla moglie a tempo debito, dopo avergliene parlato solo ed esclusivamente a voce.
Moro evidentemente crede che le sue lettere siano costantemente oggetto di sequestro e non solo i carcerieri glielo lasciano credere ma gli permettono anche di scrivere una lettera in cui si possa ipotizzare un contatto fisico con una persona proveniente dall'esterno.
In questo stesso periodo il prigioniero ritenne di poter attivare, quale canale di comunicazione dall'esterno, anche l'amico avvocato Giuseppe Manzari, al tempo presidente di Sezione del Consiglio di Stato e Capo del contenzioso diplomatico, al punto da invitarlo a raccogliere informazioni sullo stato di avanzamento e ad attivarsi per promuovere iniziative utili alla sua liberazione, iniziative che nei giorni intorno al 21 aprile si stavano svolgendo riservatamente in sede Onu, e di tenersi pronto a fornire la risposta “ché ti sarà domandata a momento opportuno”.
Anche questa lettera, come le altre che rimandano al “canale di ritorno” finora analizzato, non venne recapitata probabilmente perché avrebbe posto, già al tempo del sequestro, il quesito, tuttora irrisolto, su come Moro e i suoi carcerieri fossero a conoscenza dello stato di una pratica riservata e interna alla vita dell'Onu, quali quelle che riguardano il Consiglio di sicurezza.
Anche l'allieva Maria Luisa Familiari, allieva dell'uomo politico e destinataria di sue missive che la destinataria dichiarò sempre di non avere mai ricevuto, fu ritenuta da Moro un plausibile vettore di comunicazioni. La donna, deceduta ormai da molti anni, per inciso non è mai stata ascoltata da nessuna commissione parlamentare; ma questo particolare non deve destare sorpresa dato che con molta probabilità vi sono altre figure di sconosciuti rimasti ufficialmente del tutto estranei a questa storia, come sarebbe accaduto allo stesso don Mennini se non fosse stato chiamato in ballo dalle intercettazioni telefoniche che dal 22 aprile lo interessarono.
Affrontando la vicenda Moro occorre sfuggire alla suggestione che il numero delle persone coinvolte a livello giudiziario esaurisca la platea degli effettivi protagonisti: “si tratta soltanto di un fascio di luce che ha illuminato una parte del quadro, lasciando nell'ombra una zona di cui non è possibile conoscere l'estensione e i contorni”40.

“Il documento di ritorno”
Argomentando circa i possibili contenuti delle due borse di Moro che vennero prelevate da via Fani contestualmente al rapimento dell'uomo politico, si è fatto elenco di una serie di oggetti che, in quanto fatti ritrovare in occasione del rilascio del cadavere del presidente democristiano, non solo erano presenti nelle borse ma non furono oggetto di distruzione nel corso della prigionia.
Tra questi, per diretta testimonianza brigatista, un oggetto che non solo non venne distrutto ma tornò utile nel corso del sequestro. Questo oggetto, secondo il racconto in sede di memorialistica fatto dalla Braghetti, era “la sua agenda, o almeno una delle sue agende, perché suppongo che una persona come lui non racchiudesse tutti i suoi contatti in un libretto così sottile. Quella che arrivò in via Montalcini, comunque, conteneva pochi nomi, indirizzi e numeri di telefono”41 che Moro consultò selezionando “una serie di nomi e di indirizzi” a cui scrivere. Questa agendina privata di Moro “sopravvisse soltanto per il tempo strettamente necessario” al sequestro e venne in seguito bruciata senza essere ricopiata.
Occorre soffermarsi su questo passaggio perché contiene alcuni spunti interessanti per la ricerca che stiamo conducendo.
Tra tutte le opzioni che le forniva la lingua italiana, la brigatista ha adottato, riferendosi all'agendina di Moro, l'espressione: “quella che arrivò”, frase che dal punto di vista semantico non è tra le più appropriate data la dinamica con cui questa “agendina privata” giunse in via Montalcini.
Espressioni più idonee a fotografare lo svolgimento dei fatti sarebbero state “quella che fu rinvenuta” nelle borse oppure “quella che possedeva” il prigioniero all'atto del sequestro.
Dato che il testo non riporta per iscritto una conversazione orale, quale un'intervista o una deposizione davanti ad un tribunale, ma il brano di un libro che, proprio per le dinamiche che sono proprie alla sua stesura è luogo di meditazione e riflessione su ogni singola espressione usata, l'uso, quanto meno disinvolto, di questa maliziosa formula sembra quasi una chiamata d'appello per tutti coloro che sostengono che durante il sequestro esistette un cosiddetto “canale di ritorno” ossia una o più modalità attraverso le quali fosse possibile far entrare, e non solo uscire, testi scritti dalla “prigione del popolo”.
L'ipotesi che si vuole avanzare in questa sede riguarda la possibilità di provare l'effettivo transito di un documento scritto dall'esterno verso la “prigione del popolo”, documento che fece il proprio ingresso non più tardi dei primissimi giorni del mese di aprile e senza il quale sarebbe stato quanto meno difficile, da quel momento in poi, contattare e recapitare, tramite intermediari, un numero consistente di lettere e, anche nel caso di mancato recapito da parte brigatista, ipotizzarne anche solo la possibilità.
Partendo dal ricordo della Braghetti su cui stiamo ragionando, questo “libretto così sottile” ma tanto utile per la trasmissione delle missive che Moro scriveva da via Montalcini, non poteva certamente racchiudere, come ipotizzava la stessa carceriera, tutti i contatti di un uomo politico del calibro dell'onorevole Moro, che alla carriera politica trentennale affiancava quella pluridecennale di professore universitario. In questo libriccino erano, per sua stessa ammissione contenuti “pochi nomi, indirizzi e numeri di telefono” di cui, continua la ex brigatista, il prigioniero si servì estraendone “una serie di nomi e di indirizzi” a cui indirizzare le proprie lettere.
L'ipotesi acquista maggiore suggestione se viene correlata ad una delle primissime lettere che Aldo Moro scrisse dalla “prigione del popolo”, quella ufficialmente non recapitata alla moglie Eleonora, recante la data del “27-3-78”, in cui ci siamo già imbattuti nel tentativo di ricostruire il contenuto delle due borse “sequestrate” dai brigatisti.
In quella fase della ricerca, la nostra attenzione fu attirata dalla brusca troncatura operata proprio in corrispondenza del passaggio in cui l'uomo politico poteva sciogliere l'enigma.
Questa lettera è immediatamente successiva nella stesura alle tre lettere universalmente riconosciute come le prime uscite dalla prigione di via Montalcini e recapitate nella giornata del 29 marzo tramite una telefonata effettuata alle 16.22 al capo della segreteria politica del presidente democristiano e suo assistente universitario presso la Facoltà di Scienze Politiche, Nicola Rana, che in quel momento si trovava nello studio di Aldo Moro in via Savoia42.
In quel primo contatto, o almeno nel primo certamente noto, Moro fornì ai rapitori il numero di telefono del suo studio di via Savoia, utenza telefonica che era senz'altro tra i numeri conservati a memoria dal prigioniero. La scelta di non annunciare il deposito delle tre lettere chiamando casa venne naturalmente esclusa per la logica certezza che quella utenza fosse senz'altro sotto controllo da parte delle forze dell'ordine. Identica sorte era logico che toccasse anche al telefono dello studio di via Savoia e Moro e i suoi rapitori non potevano non prevederlo.
Il fatto che non si ripiegò su altri possibili intermediari non immediatamente individuabili dalla polizia è una prova indiretta della mancanza dei relativi recapiti telefonici da parte di Moro, che mai avrebbe coinvolto in questa rischiosissima operazione di smistamento i suoi congiunti o parenti di cui ragionevolmente possedeva a memoria il recapito telefonico.
I brigatisti avrebbero potuto ovviare tramite una telefonata alla stampa per far ritrovare le tre lettere, come appunto fecero per quella che loro reputavano politicamente più importante e di cui occorreva dare pubblica conoscenza in ossequio alla loro strategia, quella a Francesco Cossiga; tutto ciò nonostante il suo estensore l'avesse meditata e vergata immaginandone una lettura riservata da parte del ministro e ricevuto promessa di segretezza dai parte dei suoi carcerieri. Questi invece non si fecero scrupolo a diffonderla a mezzo stampa per ridicolizzare ulteriormente il prigioniero e i suoi “degni compari”, mentre contemporaneamente corsero il rischio di farsi intercettare dalla polizia per avvisare Rana del luogo dove avrebbe rinvenuto le tre lettere, con il preciso scopo di lasciarsi quanto meno aperto un varco riservato di comunicazione fin dalle primissime fasi del sequestro.
Nella lettera al collaboratore, esauriti i ringraziamenti per il sostegno profuso a lui e ai suoi familiari e descrivendo le lettere accluse alla stessa, lo informa della sua “idea e speranza” di riuscire ad allacciare “questo filo” dalla prigione alla portineria di Rana che deve chiaramente restare “segreto il più a lungo possibile” per sottrarlo dalle “pericolose polemiche” che egli fatalmente immagina.
Questo canale, negli auspici di Moro, dovrebbe “già dalla prima volta” non essere sottoposto a “sorveglianza alcuna”, impegno che solo Cossiga può garantire e che almeno “verbalmente, dovrebbe impegnarsi” a mantenere, bloccando “ogni sorveglianza nel corso dell'operazione”, visto che un eventuale “incidente farebbe crollare tutto con danno incalcolabile”43.
Nella lettera alla moglie del “27-3-1978” l'uomo politico, dopo avere fornito delle essenziali
informazioni sul suo stato generale di salute e manifestato il dolore per la lontananza dagli affetti a lui più cari proprio in concomitanza con la Pasqua, nel dispiegare saluti a familiari, collaboratori e amici, fa un riferimento alla sua “rubrichetta verde” dove la moglie avrebbe trovato il numero di telefono di Maria Luisa Familiari44, una dei suoi allievi. Moro a questo punto chiedeva alla moglie di “telefonarle di sera per un saluto a lei ed agli amici” che lo accompagnavano tutte le domeniche a Messa.
In una sua recente pubblicazione, il giornalista del Corriere della Sera Giovanni Bianconi, specializzato in cronaca giudiziaria, nel descrivere il dietro le quinte del sequestro di Aldo Moro, fa riferimento spesso alle particolari vicende di una studentessa del professore della quale non svela l'identità chiamandola genericamente “Tiziana”. L'autore non svela la vera identità di “Tiziana”, così come nel corso della narrazione si riferisce ai brigatisti utilizzando i loro nomi di battaglia, nonostante ormai identità, ruoli e responsabilità sono state definitivamente accertati. Solo per i collaboratori di Moro, politici e universitari, ricorre ai veri nomi.
La studentessa “Tiziana”, che chi scrive identifica con quasi assoluta certezza con Maria Luisa Familiari, la mattina del 16 marzo avrebbe dovuto conseguire la laurea in Scienze politiche discutendo la tesi, relatore il professor Aldo Moro, in Istituzioni di diritto e procedura penale dal titolo Infermità di mente e pericolosità sociale: trattamento e rieducazione secondo il codice penale nel nuovo ordinamento penitenziario. Il lavoro di preparazione della tesi era stato estremamente lungo ma era stato seguito con particolare interesse da Moro, il quale in origine aveva avuto qualche perplessità sul fatto che una donna affrontasse un argomento “pesante” quale quello dei manicomi giudiziari. Ma la determinazione della ragazza aveva avuto la meglio e il professore per le visite ai manicomi giudiziari, l'aveva affidata spesso al suo giovane assistente universitario, Saverio Fortuna, magistrato distaccato al ministero di Grazia e Giustizia in via Arenula45.
La sera della vigilia della seduta di laurea la studentessa, in preda alla naturale agitazione da vigilia, aveva deciso di telefonare all'assistente del professore per sincerarsi appunto che egli fosse presente alla discussione, data la particolare coincidenza con la presentazione alla Camera dei deputati del nuovo governo Andreotti. Rincuorata dalla certa presenza del professore, che “magari con un po' di ritardo ma verrà”, assicuratale dal dottor Fortuna, la ragazza si restituì alle immancabili attività di ripasso46.
La mattina della tragedia di via Fani, la prossima dottoressa e i familiari erano talmente presi dagli ultimi preparativi da ricevere la notizia dell'accaduto solo per telefono ad opera di una cugina della ragazza, dipendente del Viminale47. Recatasi lo stesso in facoltà per apprendere notizie al riguardo e indicazioni circa lo svolgimento della seduta di laurea, le veniva comunicato che per gli studenti del professore Moro la prova era rinviata a data da destinarsi48.
Appare dunque naturale che il pensiero dell'uomo politico vada alla giovane studentessa al punto da invitare la moglie a “telefonarle di sera per un saluto” e che questo pensiero si possa coniugare nella mente del prigioniero con la possibilità di servirsi eventualmente anche di lei per attivare una via di comunicazione con l'esterno, sicura e non rintracciabile nell'immediato dalle forze dell'ordine.
Secondo la versione finora conosciuta, la signora Moro, nel momento in cui, su disposizione del magistrato, ricevette il 22 marzo tra gli effetti personali rinvenuti nella vettura, anche le copie delle tesi di laurea che quella mattina alcuni allievi del professore avrebbero dovuto discutere, prese delle informazioni in merito e apprese che i detti allievi non intendevano sostenere la prova finché il loro amato professore non fosse stato restituito alla libertà. Tra loro c'è appunto “Tiziana” la quale, accompagnata dall'assistente universitario di Moro, Franco Tritto, si era anche recata in visita, dopo l'agguato, alla vedova del maresciallo Leonardi, figura sempre presente al fianco dell'uomo politico, che gli studenti avevano imparato nel tempo e con la frequentazione ad apprezzare e stimare.
La signora Eleonora a questo punto decide di scrivere una lettera a “Tiziana” e ad ognuno di questi allievi per ringraziali dell'affetto e della solidarietà, e persuaderli a sostenere l'esame di laurea anche in assenza del marito. Anche in virtù di questo accorato e affettuoso appello epistolare “Tiziana” deciderà, il 31 marzo, di sostenere la discussione della tesi che la gratificherà con un 110 e lode carico di angoscia.
Non si può in questa sede mettere minimamente in dubbio la bontà d'animo o la purezza di pensiero della signora Moro che corre verso gli allievi del marito, soprattutto quando, per contro, si avanzano solo delle ipotesi di lavoro; resta comunque innegabile che l'identico, affettuoso pensiero verso questi sfortunati allievi universitari corra, quasi negli stessi giorni, in entrambi i coniugi, senza che l'uno sappia dell'attività dell'altra visto che “ufficialmente” la lettera del 27 marzo di Moro alla moglie non è stata mai recapitata.
In questa sede ipotizziamo che Moro, nelle righe scomparse di quella lettera alla moglie del “27-3-1978”, fornisse anche delle indicazioni su come poter tendere “questo filo” in cui Nicola Rana e la portineria della sua abitazione rappresentassero il polo esterno. Del resto questi contenuti non sono presenti nella lettera a Cossiga (e semmai al momento opportuno gli sarebbero stati riferiti a voce, “verbalmente” appunto, da Rana) e la prova documentale restò, come lo stesso Rana ci informa, nelle mani della signora Moro.
Ma Moro sa anche che l'utenza telefonica di via Savoia può esser utilizzata al massimo una sola volta e che gli occorrono, per una trattativa come quella per la sua liberazione, senz'altro lunga, dall'andamento prevedibilmente altalenate e dagli esiti incerti, altri nomi a cui fare riferimento e ulteriori indirizzi e recapiti telefonici a cui potersi appoggiare.
Da qui la sua certa richiesta alla moglie di individuare la “rubrichetta verde” e l'ipotetica
trascrizione minima di alcuni contatti, probabilmente quelli nella stessa lettera quali destinatari dei saluti, ossia l'assistente universitario Saverio Fortuna49, la citata Maria Luisa Familiari e gli amici delle domeniche a messa “Mimmo, Matteo, Manfredi e Giovanna”50.
Una riflessione fatta in sede di Commissione Stragi da Giovanni Moro il 9 marzo 1999 ci fornisce ulteriori elementi a suffragio dell'ipotesi che qui avanziamo. Alla precisa domanda se ritenesse possibile che il padre avesse avuto un contatto con don Mennini, il figlio dell'uomo politico affermò che non aveva elementi sufficienti per poter escludere questa possibilità, che, detto per inciso, era a parere del figlio di Moro estendibile, per le identiche ragioni anche ad “un'altra ventina o trentina di persone che avrebbero potuto essere coinvolte, perché magari allievi dell'università con i quali [il padre] aveva rapporti”.
Giovanni Moro, in quella sede, aggiunse inoltre che di questi allievi il padre “certamente aveva durante il sequestro l'elenco con i numeri di telefono (perché da lì furono chiaramente individuate alcune delle persone a cui furono recapitate le lettere)”51.
Ma di come il padre sia venuto in possesso di questo “elenco con i numeri di telefono” che tanto somiglia al “libretto così sottile” corredato di “pochi nomi, indirizzi e numeri di telefono” di cui parla Braghetti, il figlio dell'uomo politico non parla e nessun elemento è emerso che possa suffragare la possibilità che lo avesse all'interno delle due borse.

Parole, opere e... omissioni...
Nonostante la lettera di Moro alla moglie del “27-3-1978” sia conosciuta almeno dall'ottobre 1990, per lungo tempo questi passaggi (la “rubrichetta verde” e i nomi e i recapiti in essa trascritti e la mancata descrizione del contenuto delle borse di Moro) sono rimasti celati a causa di una erronea lettura in cui si imbatterono i primi studiosi dell'epistolario di Aldo Moro, i quali considerarono come un'unica missiva sia questa lettera tronca sia il successivo foglio, sempre indirizzato da Moro alla moglie Eleonora, che apparteneva invece ad un'altra lettera il cui primo foglio è a tutt'oggi scomparso. Rimettiamo ordine alla vicenda.
Quando nell'ottobre del 1990 vennero rinvenute celate dietro un pannello di cartongesso, le fotocopie dei manoscritti di Aldo Moro, lettere e “memoriale”, queste erano collocate in una carpetta e disposte, supponiamo da mano brigatista, in ordine cronologico. Nonostante la Commissione Stragi, nel riprodurle nel suo volume II dedicato ai documenti, le considerasse senz'altro due lettere distinte, sia Flamigni sia Tassini le considerarono invece come appartenenti ad un'unica missiva52.
Il lavoro inedito dello storico Gotor sugli originali ha evidenziato l'uso ricorrente nella scrittura di più penne, diverse per marca, tratto e inchiostro, da parte di Moro, senza che questo cambio di penna trovasse giustificazione se non in un unico caso in cui era palese l'esaurimento dell'inchiostro stesso.
Questa informazione ha permesso, nelle occasioni in cui il cambio di penna all'interno della stessa lettera è stato ripetuto più volte, di scoprire che la numerazione autografa presente sui fogli, per distinguerli e numerarli progressivamente, veniva posta dall'autore mentre sviluppava il suo pensiero, quindi contemporaneamente alla stesura e non successivamente, a lavoro finito, come si era precedentemente ipotizzato. L'intuizione dell'autore si fonda altresì sui ricorrenti errori di numerazione che assai difficilmente si sarebbero verificati se appunto la numerazione fosse stata “aggiunta” da Moro dopo avere completato la stesura delle lettere.
Nel nostro caso l'informazione ci attesta che nella lettera parziale (e di impossibile datazione attualmente) il numero “2” a contrassegnare il foglio fu posto dall'autore mentre la componeva e non è ipotizzabile un suo inserimento successivo. Il che significa che la lettera è appunto priva di un primo foglio vergato dal prigioniero. Per comodità riportiamo di seguito il testo contenuto in questo foglio, per lungo tempo accorpato alla lettere alla moglie datata 27 marzo 1978, così come riprodotto da Gotor53:
«/ Ora credo di averti stancato e ti chiedo scusa. Non so se e come riuscirò a sapere di voi. Il meglio è che per rispondermi brevemente usi giornali. Spero che l'ottimo Giacovazzo si sia inteso con Giunchi. Ricordatemi nella vostra preghiera così come io faccio. Vi abbraccio tutti con tanto tanto affetto ed i migliori auguri.
vostro
Aldo
P.S. Accelera la vendita dell'appartamentino di Nonna, per provvedere alle necessità della sua malattia.»

Quando ci siamo soffermati sui foglio/i mancanti nella lettera di Moro alla moglie, datata 27 marzo 1978, abbiamo ipotizzato che questo/i, prima di concludersi con i saluti e le immaginabili manifestazioni d'affetto verso la moglie e i propri cari, contenesse la descrizione sommaria dei contenuti delle cinque borse che quella mattina, come di consueto, immancabilmente lo seguivano, e abbiamo altresì ipotizzato che proseguisse con indicazioni utili a far pervenire al prigioniero la “rubrichetta verde” con un corredo minimo essenziale di nomi, recapiti telefonici ed indirizzi a cui potesse attingere Moro per tessere “questo filo, che cerco di allacciare” tra la prigione dove è detenuto e il mondo esterno.
Nel foglio che invece risulta al momento scomparso, nella lettera che stiamo analizzando, Moro pone ad incipit del foglio superstite delle scuse alla moglie perché suppone che le indicazioni e le procedure di comportamento che ha finora, immaginiamo dettato, possano aver “stancato” la consorte, già in preda alla normale angoscia derivante dal tragico rapimento dell'uomo politico.
Nel pensiero successivo Moro intuisce che detto canale, ammesso che funzioni fin dal primo recapito, non è detto che resterà segreto per molto e nel caso malaugurato di fallimento il prigioniero sa che non potrà facilmente accedere alle informazioni di cui necessita per tessere la sua trama, con il rischio concreto di non sapere se riuscirà “a sapere di voi”. Per questo predispone, fin dalla data di questa stesura, che la migliore soluzione da adottare per la moglie è “che per rispondermi brevemente usi giornali”.
Quanto detto finora ci consente di fare un primo bilancio: Aldo Moro è riuscito a persuadere i suoi carcerieri a fargli scrivere delle lettere, di carattere affettivo, di natura tattica e di spessore politico; ha dimostrato con la consegna senza incidenti che per il momento il suo collaboratore (Nicola Rana) e i luoghi da lui frequentati seppur controllati, sono comunque affidabili; li ha convinti che la via di comunicazione non può essere unica e che egli necessita dei contatti dei nomi di cui intende avvalersi.
Da ciò possiamo desumere che la lettera in oggetto può tranquillamente collocarsi nel periodo che va dal 26 al 30 marzo, non oltre perché collimerebbe con la data di stesura della lettera a Zaccagnini54, alla quale, stando alla brigatista Braghetti, Moro “lavorò per giorni, stendendola in più riprese e in quattro versioni”55, il che, se fosse vero, ci fornirebbe l'ulteriore indicazione che due di queste versioni sono al momento perdute dato che della lettera a Zaccagnini se ne conoscono solo due.
Prima dei saluti e di un post scriptum che fa riferimento a vicende private, Moro introduce con un breve rigo un grosso punto interrogativo, manifestando la speranza che “l'ottimo Giacovazzo” abbia avuto modo d'intendersi con Giunchi. Agli assertori del complotto filo americano nella gestione del sequestro Moro, e della lunga mano dell'ex segretario di Stato americano, Henry Kissinger, sui destini del politico pugliese, (notoriamente e più volte nel passato avversato) non parve vero di ritrovare, autografo, un simile riferimento. Il professor Mario Giacovazzo era infatti il medico personale di Aldo Moro, mentre il professor Giuseppe Giunchi era il medico personale del Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Entrambi i due medici avevano assistito Moro in occasione del viaggio negli Stati Uniti nel settembre 1974, quando l'uomo politico, dopo l'incontro con il segretario di Stato americano Henry Kissinger, fu colpito da un malore che lo indusse ad anticipare il suo rientro in Italia56.
Quando il professor Giacovazzo poté conoscere questa frase a lui rivolta, successivamente al ritrovamento dell'ottobre 1990, ipotizzò che Moro intendesse non tanto riferirsi alle proprie condizioni di salute ma indicare un legame tra le minacce americane e la propria situazione, o anche investire il Presidente della Repubblica e il suo potere di concedere la grazia a un terrorista detenuto per ragioni di salute; concessione di grazia di cui comunque si parlerà solo nella fase finale del sequestro e che non era minimamente oggetto di discussione nel momento in cui Moro vergava queste righe. Il professor Giacovazzo, sempre in questa circostanza, ricordò come Moro fosse stato, nel passato, oggetto di pesanti minacce per la sua linea politica di “apertura” verso il Partito comunista, minacce queste confermate anche dalla moglie di Moro sia in sede di Commissione Moro sia in sede processuale.
Chi scrive ritiene che l'ipotesi di una vendetta dell'ex segretario di Stato americano Kissinger a distanza di ben quattro anni dai fatti sia da scartare, perché in essa vi si legge una concezione tipicamente italiana del potere, che cristallizza l'uomo del potere forte come “sempre verde” e immune all'alternanza delle stagioni politiche.
Questa visione fotografa perfettamente la mappa del potere italiano, ma risulta inefficace nel tradurre l'analoga americana, ricca di lobbies e di poteri forti tra loro contrastanti, che subiscono notevolmente l'effetto del risultato delle elezioni presidenziali; risultato che sancisce in modo deciso l'orientamento dell'amministrazione americana per i successivi quattro anni.
Dal 1976 era Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, e ricopriva l'incarico di ambasciatore americano in Italia Richard G. Gardner. La politica estera dell'amministrazione americana a guida Carter, pur mostrandosi particolarmente attenta all'avanzata elettorale e di consensi nell'opinione pubblica del Partito Comunista Italiano, aveva assunto una posizione di “non interferenza, non indifferenza”, segnando quindi un cambio di rotta rispetto alla politica di Kissinger, che aveva rappresentato invece la linea dell'intervento, in ogni caso e con qualunque mezzo, al fine di indirizzare gli eventi e le vicende dei paese stranieri ed alleati in senso favorevole agli interessi americani.
A dispetto delle molte perplessità la teoria della cospirazione americana e della regia di Kissinger nelle vicende che interessarono le sorti di Aldo Moro ebbe una consistente fortuna che, seppur affievolita, non è del tutto venuta meno nel tempo, trovando ancora in tempi recenti qualche sostenitore57.
Paradossalmente invece passò, sempre in questi tempi recenti, sotto assoluto silenzio un ricordo di una delle figlie di Moro, Maria Fida, la quale rivelò che il 3 agosto del 1974 il padre, in procinto di raggiungere la propria famiglia in vacanza a Bellamonte, località del Trentino dove la famiglia Moro possedeva una casa, si trovava sul convoglio ferroviario del treno Italicus in attesa di partire dalla stazione Termini di Roma, treno che a distanza di poche ore sarebbe stato fatto oggetto di un attentato terroristico al quale si sottrasse solo perché, proprio prima del fischio di partenza, venne fatto scendere dalla carrozza ferroviaria da alcuni funzionari appositamente inviati per rientrare al ministero e apporre la firma ad alcuni documenti58.
Sarebbe stato piuttosto questo episodio ad apparire più verosimile quale “vendetta” di Kissinger, visto che, a quella data, era ancora un uomo potente e segretario di Stato americano.
Il riferimento all'ottimo Giacovazzo invece potrebbe celare una precedente e a noi sconosciuta richiesta del prigioniero alla moglie di inserire anche il medico tra i possibili destinatari di lettere riservate, ipotesi questa avvalorata anche dalla dichiarazione rilasciata da Cossiga in sede di audizione alla Commissione Stragi, quando, parlando dei collaboratori di Moro – segnatamente Giacovazzo, Rana, Freato, Guerzoni e Manzari – l'ex Presidente della Repubblica non si pose dubbio alcuno circa la capacità di questi uomini di “coniugare la loro fedeltà all'onorevole Moro e la collaborazione primaria con la famiglia” con la disponibilità a fornire agli inquirenti “ogni utile informazione che non danneggiasse la ricerca comunque di salvare l'onorevole Moro”59.
Quindi “l'ottimo Giacovazzo” veniva chiamato in ballo non per riferirsi a Kissinger e ad anni ormai lontani nel tempo, ma per attivarlo in ben più pratiche incombenze utili a salvare la vita dell'uomo politico.
Tornando alla lettera a Zaccagnini, questa venne recapitata in originale nel pomeriggio del 4 aprile a Nicola Rana e successivamente diffusa in copia agli organi di stampa per iniziativa delle Brigate Rosse.
Il perseverare su Rana quale tramite per il recapito degli originali ci conferma direttamente che fino a quella data Aldo Moro non è venuto in possesso della rubrica a cui attingere i nominati “sicuri” e indirettamente che lo stesso Rana, seppur sottoposto a controllo da parte delle autorità, godeva ancora di una certa elasticità di movimenti.
La lettura e l'analisi delle lettere successive a questa data ci testimoniano che qualcosa di nuovo deve essere avvenuto in questa giornata del 4 aprile e che la consegna della rubrica sia andata a buon fine.
Il giorno successivo, se non addirittura il 4 aprile stesso, viene recapitata alla moglie Eleonora una lettera del marito. Questa missiva corrobora ulteriormente la tesi che stiamo avanzando in quanto, dall'inizio dell'attività epistolare del prigioniero, questa è la prima lettera che, seppur recapitata (ma a tutt'oggi si ignorano le modalità di consegna alla famiglia) non sarà conosciuta per tutto il periodo del sequestro e verrà resa pubblica solo nel 1979, tramite una pubblicazione a stampa degli scritti politici di Moro e anche delle lettere dalla “prigione del popolo” a cura della Fondazione Aldo Moro60.
Nell'incipit della lettera Moro si affida alla benevolenza degli uomini che lo detengono prigioniero per far pervenire alla moglie “questo caro saluto e le connesse indicazioni, le quali sono date per la mia relativa tranquillità”. Le connesse indicazioni a cui il prigioniero fa riferimento sono i testamenti che egli, in via precauzionale come avvisa nella lettera, ha vergato, ma che non verranno conosciuti dalla famiglia se non nell'ottobre 1990, quando degli stessi verranno rinvenute le fotocopie.
Moro per ben due volte nel corso del sequestro redigerà questi testamenti perché i suoi carcerieri, che non volevano che la famiglia li ricevesse nel timore che la situazione precipitasse, gli fecero credere che fossero stati oggetto di sequestro da parte delle autorità di polizia. La stessa seconda stesura non verrà mai recapitata perché, ucciso Moro e consegnato il cadavere, un contatto per consegnare questi scritti non sarebbe stato più sicuro.
Si potevano nondimeno “allegare”, come si fece per gli altri oggetti, al cadavere che si consegnava in via Caetani ma probabilmente a quella data i detti testamenti non erano più nelle disponibilità del covo-prigione di via Montalcini.
Nel proseguo della lettera Moro chiede espressamente alla moglie di fargli pervenire loro notizie anche tramite “due righe di messaggio per giornale”, desiderio che la famiglia esaudirà prontamente rivolgendosi al direttore Gaetano Afeltra del quotidiano Il Giorno, con cui Moro collaborava fin dal 1972, che il 7 aprile pubblicherà una lettera della famiglia indirizzata al prigioniero.
La breve lettera si avvia dopo diverse righe affettuose che il prigioniero indirizza ai familiari con l'ammonimento, sottolineato con una riga, a non far parola “alla stampa o a chiunque di quel che scrivo” e con l'inserimento nel testo di una frase ambigua: “Io poso gli occhi dove tu sai e vorrei che non dovesse mai finire”.
Sergio Flamigni, che per primo realizzò uno studio delle lettere dalla prigionia di Aldo Moro, risolse l'ambiguità immaginando che l'uomo politico facesse riferimento ad una foto, magari dell'amato nipotino Luca e questa chiave di lettura, non essendoci altri elementi a contrastarla è apparsa plausibile, in quanto tra gli effetti rinvenuti la mattina del 9 maggio assieme al cadavere era presente una fotografia che immortalava quattro bambini.
Questa chiave di lettura però appare insoddisfacente a chi scrive in quanto se l'azione del posare gli occhi si sposa perfettamente con l'osservazione di una fotografia, è il successivo auspicio, “vorrei che non dovesse mai finire” che mal si addice ad una fotografia sembrando questo desiderio di infinito più attinente ad una lettera, magari scrittagli dalla moglie e fattagli pervenire assieme alla rubrica, che l'uomo per meglio affrontare la disperazione in cui è precipitato legge e rilegge più volte sempre desiderando che la lettera non si concluda. Non andiamo oltre perché qui si naviga nel campo delle ipotesi e non siamo minimamente nelle condizioni di corroborare meglio questa diversa chiave di lettura.
Attenendoci ai fatti, occorre notare che da questo momento in poi con le successive lettere entrano in campo due protagonisti che in questa prima fase del sequestro avevano senz'altro maggiore spazio di manovra. Il 6 aprile viene recapitata alla famiglia una nuova lettera di Moro, ma questa volta il recapito da parte dei brigatisti non avviene più tramite Rana ma attraverso una telefonata fatta all'assistente universitario di Moro, Francesco Tritto, il quale, avvisato del deposito di una lettera del professore in piazza Risorgimento, si attivò per il recupero della stessa e provvide a consegnarla alla giovane Emma Amiconi, al tempo fidanzata con il figlio ventenne dell'uomo politico, Giovanni.
Il cambio di destinatario e la consegna mediata alla famiglia da una figura senz'altro vicina quale la giovane Emma Amiconi, ma non certamente annoverabile tra i congiunti del rapito, ci attesta che la situazione è mutata nella prigione di via Montalcini e Moro ha la disponibilità degli strumenti che gli consentono di poter allargare la platea dei destinatari delle sue lettere grazie alla dote di contatti telefonici e indirizzi che la rubrichetta gli portò in dono.

“Troncare, sopire... sopire, troncare...”
Il 17 febbraio del 1980 il settimanale L'Espresso pubblicò un articolo, a firma del sempre bene informato Mario Scialoja, in cui il giornalista avanzava l'ipotesi che “a circa un mese dall'inizio del sequestro” (saremmo quindi intorno alla metà del mese di aprile) “attraverso messaggi che riuscirono ad aggirare la rete di sorveglianza degli inquirenti” Moro fece pervenire “ai suoi intimi un elenco di documenti riservati contenuti nella sua biblioteca dello studio di via Savoia” o in quella personale del suo Istituto alla Facoltà di Scienze Politiche. Secondo la ricostruzione del giornalista, “alcuni fascicoli furono consegnati dai suoi collaboratori universitari ad emissari delle BR”, suscitando le ire dell'allora ministro Cossiga il quale, oltre ad adirarsi verso il prigioniero che privatamente deteneva documenti sensibili, “fece sapere che sarebbe stato severissimo se un tentativo di consegnare altri documenti si fosse ripetuto”. Interrogato al tempo sul valore di questi ammanchi e se la sensibilità degli stessi fosse tale da far mutare addirittura la strategia fino a quel momento seguita dal Governo, egli tranquillizzò gli interlocutori affermando che “degli specialisti avevano condotto un'analisi per valutare i documenti scomparsi”61, e da questa ricognizione erano emersi elementi che facevano tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo.
La vicenda narrata da Scialoja fu oggetto di indagine nei primi due processi Moro e il giornalista e la sua fonte, il dott. Stefano Silvestri, componente del Comitato di crisi istituito dal ministro Cossiga all'indomani del sequestro per fronteggiare e gestire la vicenda Moro, furono ascoltati come persone informate dei fatti. Allora in sede giudiziaria erano stati grosso modo chiariti i termini della vicenda con Silvestri che riferiva a Scialoja che tra le ipotesi vagliate dal Comitato di crisi era stata fatta anche quella inerente una possibile fuga di documenti riservati che potevano essere nelle disponibilità di Moro, e con Scialoja che dalla necessità di fare una verifica così approfondita da parte di specialisti ne desunse che questa fuga effettivamente doveva aver avuto luogo.
La vicenda non venne più approfondita e ritornò in auge molti anni dopo, in sede di Commissione Stragi da parte del suo presidente, il senatore Giovanni Pellegrino, il quale la prese in seria considerazione e decise di audire il giornalista e, rinfrancato dal supporto dell'onorevole Fragalà, si spinse con questi al punto di dare per fatto avvenuto quella che era solo un'ipotetica narrazione e da ipotizzare altresì che questi documenti fatti pervenire alle Brigate Rosse fossero alla base di un testo brigatista sulla ristrutturazione e sulla consistenza delle forze Nato rinvenuto nell'ottobre 1978 nel covo di via Monte Nevoso.
Sentito in Commissione Stragi, il giornalista fornì un'interpretazione della vicenda di basso profilo, sostenendo che in fondo “queste carte potrebbero non essere così importanti” o almeno tali da poter riscrivere la storia del sequestro Moro come ipotizzavano i due citati autorevoli componenti dell'inquirente parlamentare, ma certamente avrebbero messo “pesantemente nei guai persone che finora sono rimaste fuori, delle persone per bene, come eventuali assistenti o amici della famiglia Moro”62.
Opinione di chi scrive è che un fondo di verità in questa vicenda ci sia e sia rintracciabile appunto nella famosa “rubrichetta verde” di cui abbiamo parlato e che era stato oggetto della navigazione dall'esterno verso la “prigione del popolo”. Voci su una certa libertà di movimento erano del resto emerse subito dopo la consegna delle tre lettere a Rana anche perché l'utenza telefonica di via Savoia era sotto intercettazione e nonostante tutto non si era riuscito ad afferrare i “postini”.
Il giornalista nel suo articolo parla inizialmente di “messaggi” di Moro verso l'esterno a cui dopo sarebbe seguita la consegna di documenti scritti. La notizia, o l'intercettazione, probabilmente trapelò e diede luogo appunto a quegli approfondimenti per valutare la natura e la sensibilità del materiale consegnato, perché altrimenti non si spiegherebbe cosa, in astratto, avrebbero dovuto valutare questi esperti sulla possibile mole di documenti che un uomo politico come Moro, più volte Presidente del Consiglio e che aveva ricoperto la carica di ministro in diversi altri governi, poteva, in ipotesi, possedere privatamente in copia o in originale.
Risulta per questo plausibile che, appurata la natura del documento, un'agendina con un estratto di nomi e contatti come noi ipotizziamo, il ministro Cossiga si sia tranquillizzato sulla natura del trasporto e si sia limitato solo ad ammonire severamente amici, studenti e collaboratori del rapito, informandoli che l'indulgenza mostrata in quella circostanza non avrebbe avuto ulteriori repliche, dati i risvolti penali che seguivano l'azione compiuta.
“Non mi pare giusto che s'impedisca in queste circostanze di parlare tra persone che si vogliono bene” scrisse Moro in una lettera ufficialmente non recapitata a don Mennini alla fine del mese di aprile quando dispiegava le sue ultime energie per perforare il compatto muro che era stato eretto attorno alla sua prigione. Aveva scritto a tutti i suoi cari in punto di morte per “lasciare qualche certezza di amore e qualche motivo di riflessione” prima di venire consegnato morto alla storia. “Ed ora temo che tutto quanto sia disperso, per ricomparire, se comparirà, chissà quando e come”. “Sopire, troncare... troncare, sopire” avrebbe detto il Conte zio di manzoniana memoria. E così fu.
NOTE
    1 Carlo Donat Cattin è stato uno dei maggiori esponenti della Democrazia Cristiana e leader della corrente di sinistra interna Forze Nuove, tra le più importanti del partito. Ricoprì più volte la carica di ministro dal 1969 al 1978, anno in cui ricopriva la carica di vicesegretario del partito. Nel maggio del 1980, in seguito alle rivelazioni del terrorista pentito Roberto Sandalo, divenne di pubblico dominio il ruolo di co-fondatore e di dirigente operativo ricoperto da suo figlio Marco nell'organizzazione terroristica di estrema sinistra Prima Linea, condizione che costrinse il padre a dimettersi da ogni incarico pubblico e lo persuase a lasciare temporaneamente la politica attiva almeno fino al 1986, quando venne scelto come ministro della Sanità da Bettino Craxi che si accingeva a formare il suo secondo governo. L'ultimo incarico fu quello di ministro del Lavoro che gli venne assegnato da Giulio Andreotti nel 1989, due anni prima della sua morte. Marco Donat Cattin partecipò nel 1976 alla nascita di Prima Linea, organizzazione terroristica inferiore per pericolosità e atti compiuti solo alle Brigate Rosse, in cui era conosciuto con il soprannome di comandante Alberto,e partecipò direttamente ad almeno due omicidi, tra cui quello del giudice Emilio Alessandrini, compiuto a Milano nel gennaio 1979. Sottrattosi inizialmente all'arresto perché rifugiatosi in Francia, venne nel dicembre 1980 arrestato a Parigi ed estradato in Italia. Circa l'accertamento delle cause che consentirono a Marco Donat Cattin di sottrarsi temporaneamente all'arresto, si ipotizzò una fuga di notizie ad opera dell'allora presidente del Consiglio Francesco Cossiga per il quale si ipotizzò l'accusa di favoreggiamento e dalla quale venne scagionato dalla Commissione inquirente che a maggioranza decise per l'archiviazione. Sulla vicenda Sandalo/Donat Cattin/Cossiga si rimanda sia a Sergio Flamigni, I fantasmi del passato. La carriera politica di Francesco Cossiga, Kaos edizioni, Milano, 2001, pp. 180-204; sia a Lanfranco Palazzolo (a cura di), Leonardo Sciascia deputato radicale, 1979-1983, Kaos edizioni, Milano, 2004, pp. 53-6. Usufruendo della legge sulla dissociazione e sui collaboratori di giustizia Marco Donat Cattin ottenne gli arresti domiciliari nel 1985 e nel 1987 ritrovò la libertà. Ma il destino aveva riservato per lui un diverso finale e quello che era stato uno spietato terrorista, un tempo incapace di fermarsi lungo la via di morte che giovanilmente percorreva, nel giugno del 1988, lungo l'autostrada Serenissima, all'altezza del casello di Verona sud, muore travolto da un'autovettura in corsa mentre, sceso dalla sua macchina, segnalava ai veicoli in avvicinamento di rallentare perché era avvenuto un incidente stradale.
    2 La relazione dei servizi segreti italiani, da “fonte confidenziale”, a cui facciamo riferimento, risalente all'ottobre 1978, era nota ad una cerchia ristrettissima di uomini politici e poneva “seri problemi di sicurezza” per i suoi contenuti atti ad alimentare un clima di sospetti, dubbi e paure che serpeggiava tra gli stessi uomini di partito e gli stessi rappresentanti istituzionali. E' reperibile agli atti della Commissione Moro, vol. CXXVI, p. 75.
    3 L'espressione “geometrica potenza” fece la sua comparsa per la prima volta nel giornale Metropolis, coniata da Franco Piperno che intendeva a suo modo “combinare la geometrica potenza delle Brigate Rosse” di cui avevano dato saggio nell'azione di “straordinaria bellezza” compiuta il 16 marzo in via Fani, con l'Autonomia operaia, di cui era uno dei leader, trasformandole, secondo le sue intenzioni, nel loro braccio armato.
    4 Mario Luzi, L'opera poetica, a cura e con saggio introduttivo di Stefano Verdino, Mondadori, Milano, 1998, p. 531.
    5 Tucidide, Le storie, I, 21-22.
    6 La Commissione parlamentare d'inchiesta istituita per indagare sul sequestro e l'omicidio di Aldo Moro metterà sotto accusa proprio questo legame fiduciario che si era creato tra il maresciallo Leonardi e l'uomo politico: “La particolare consuetudine di rapporto tra il responsabile della scorta e lo scortato, e la costanza di abitudini di quest'ultimo hanno finito per indebolire l'efficienza del servizio, anche se sul piano personale Leonardi si mostrava attentissimo e capace”; cfr. Sergio Flamigni (a cura di), Dossier delitto Moro, Kaos, Milano, 2007, p. 95.
    7 Le frasi virgolettate, in entrambi i due paragrafi, sono del brigatista pentito Antonio Savasta il quale, giudicando la scorta di Moro espresse valutazioni lusinghiere, quasi di sorpresa per la competenza complessiva di quegli uomini, ed in particolare “questo anziano, che era il più bravo di tutti”, in quanto rappresentavano una novità nel panorama italiano che agli occhi delle Brigate Rosse appariva punteggiato da “scorte pro forma” e non da “scorta reale”, molto preparata, quale era quella che proteggeva l'uomo politico; cfr. Leonardo Sciascia, L'affaire Moro, con in appendice la Relazione di minoranza presentata dal deputato Leonardo Sciascia a conclusione dei lavori della Commissione Moro (da ora in avanti CM), Sellerio, Palermo (I ed. ottobre 1978), 2009, p. 176.
    8 Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia, (da ora in poi useremo l'acronimo CM), Doc. XXII n. 5, Roma, Tipografia del Senato, 1984, relazione di maggioranza, capitolo IV.
    9 Mario Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana. Intervista di Carla Mosca e Rossana Rossanda, Baldini & Castoldi, Milano 2003, (I ed. 1994, Edizioni Anabasi, Milano), p. 118.
    10 Per le polemiche circa questa presunta inchiesta sollevatesi in Commissione Stragi (da ora in poi CTS) ad opera del senatore Athos De Luca e, ancor di più, dal Presidente della Commissione, senatore Giovanni Pellegrino cfr. Vladimiro Satta, Odissea nel caso Moro. Viaggio controcorrente attraverso la documentazione della Commissione Stragi, prefazione di Giovanni Sabbatucci, Edup edizioni, Roma, 2003, pp. 149-150 e n. 55 p. 224.
    11 La mattina del 30 settembre 1980 vennero ascoltate, dalla Commissione Moro, prima la vedova Ricci e a seguire la vedova Leonardi. Quest'ultima, riguardo la telefonata intercorsa tra i coniugi la mattina del 16 marzo 1978, quando il maresciallo Leonardi chiamò casa dalla portineria di via di Forte Trionfale 79, dichiarò che in casa loro avevano due telefoni e per questo il marito le chiese da quale apparecchio rispondesse ma non poté completare la richiesta di andare, immaginiamo a prender qualcosa, dalla sopraggiunta presenza dell'onorevole Moro. La telefonata s'interruppe con la promessa da parte del militare di richiamare a breve (“ti richiamo tra cinque minuti”) la moglie. La vedova Leonardi ipotizza che il marito, che negli ultimi tempi non riusciva ad ostentare tranquillità neanche in casa e che proprio quella mattina aveva preso ulteriori pallottole di scorta, avesse forse “dimenticato qualche cosa degli appunti, perché quella mattina c'erano le tesi all'università ed era lui che teneva i documenti di questi ragazzi”. La vedova continua il racconto sottolineando che però le successive ricerche non riuscirono a sciogliere l'enigma di cosa avesse quella mattina dimenticato il maresciallo Leonardi; cfr. Giovanni Bianconi, Eseguendo la sentenza. Roma, 1978. Dietro le quinte del sequestro Moro, Einaudi, Torino, 2010, pp. 92-3. E' ipotizzabile che i due uomini, anche in virtù del reciproco rapporto di stima e affetto che li legava ben oltre le ragioni di servizio, si scambiarono opinioni circa le ragioni di quella telefonata e che, se questa effettivamente ruotasse attorno alla presunta dimenticanza delle tesi di laurea, Moro persuadesse il Leonardi a non darsi cura della dimenticanza o perché egli ne possedeva una copia oppure perché prima di recarsi a “La Sapienza” sarebbero passati a recuperarle. Per ogni buon conto la signora Moro il 22 marzo 1978 si vide recapitare a casa gli oggetti personali del marito rinvenuti a bordo della Fiat 130, tra cui le copie delle tesi di laurea che gli studenti avrebbero dovuto discutere quella mattina.
    12 Il 15 marzo 1978, in via Chiana a Roma, poco dopo le 23, alla fioca luce di un lampione, appoggiati al cofano di un'autovettura in sosta, due uomini parlano tra loro, in un'atmosfera più da congiurati che da collaboratori fidati dei due più importanti esponenti politici italiani. Il funzionario parlamentare Tullio Ancora sta dettando un messaggio di Aldo Moro a Luciano Barca, uno dei più stretti collaboratori di Enrico Berlinguer. Obiettivo di quella comunicazione notturna del presidente democristiano era quello di rassicurare il segretario comunista del fatto che Moro si farà “personalmente garante che il rinnovamento andrà avanti nonostante la lista di governo che ha dovuto tener conto di tutte le correnti della DC” esortandolo a non mutare “la linea decisa, passando sopra i nomi di alcuni uomini”; cfr. Luciano Barca, Cronache dall'interno del vertice del PCI, 3 voll., Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005, vol. II, pp. 720-1.
    13 A riguardo cfr. Ferdinando Imposimato, Sandro Provvisionato, Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il giudice dell'inchiesta racconta, Chiarelettere, Milano, 2008, p. 61.
    14 La notizia alla signora Eleonora Chiavarelli in Moro venne data dal parroco della chiesa di S. Francesco, padre Quirino Di Santo, dove la signora si recava tutti i giovedì mattina per conferire con i genitori dei bambini che seguivano le sue lezioni di catechismo.
    15 Nel corso dell'audizione davanti alla Commissione Moro, svoltasi il 1° agosto 1980, resocontata in CM, vol. 4, la signora Eleonora disse che le due borse mancavano già al momento del suo arrivo sul posto, avvenuto circa quindici minuti dopo la sparatoria (p. 28); che stando alle conversazioni da lei successivamente avute con gli abitanti del quartiere, nessuno avrebbe notato il prelevamento (p. 15); che, benché ci fosse “un caos tale” che “chiunque poteva portarsele via”, ella “ebbe la sicurezza assoluta che erano [stati] i brigatisti, o chi per loro”, quando poi le furono restituiti gli oggetti appartenuti al marito (p. 29); cfr. V. Satta, Odissea nel caso Moro..., op. cit., p. 361, n. 241.
    16 La foto comparve nella Domenica del Corriere, supplemento del Corriere della Sera del 30 marzo 1978.
    Imposimato parla anche di una foto scattata da un fotografo dell'Ansa che ritrae, appoggiata al marciapiede di via Fani, poco distante l'auto di Moro, una delle borse del politico; cfr. F. Imposimato, S. Provvisionato, Doveva morire..., op. cit., pp. 62-3.
    17 Il testo per intero è trascritto in Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Rai-Eri, Roma, 1992, pp. 270-1.
    18 Myung Soon Terranera, Il mistero delle borse scomparse, in Maria Fida Moro (a cura di), La nebulosa del caso Moro, Selene edizioni, Milano, 2004, p. 22.
    19 CM, vol. IV, p. 4; cfr. V. Satta, Odissea nel caso Moro..., op. cit., p. 361, n. 243.
    20 CM, vol. IV, p. 39; cfr. V. Satta, Odissea nel caso Moro..., op. cit., p. 361, n. 244.
    21 Cfr. Sergio Flamigni, La tela del ragno, Kaos, Milano, 1993, p. 37.
    22 Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. Resoconti stenografici degli atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, (da qui in poi sintetizzato con la formula Steno), audizione n. 65, 14 marzo 2000, p. 3039; cfr. V. Satta, Odissea nel caso Moro..., op. cit., p. 361, n. 245.
    23 Allo storico Miguel Gotor va attribuito il merito di aver realizzato la prima edizione critica dell'intero corpus delle lettere dalla prigionia scritte da Aldo Moro a tutt'oggi conosciute, dal titolo Aldo Moro. Lettere dalla prigionia, pubblicato nel 2008 a Torino per i tipi Einaudi. Questo lavoro era stato precedentemente realizzato sia da Sergio Flamigni («Il mio sangue ricadrà su di loro». Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br, Kaos edizioni, Milano, 1997) sia da Eugenio Tassini (Ultimi scritti, Piemme, Casale Monferrato, 2003) ma entrambi gli autori scontavano il peccato originale di non aver lavorato sugli originali o sulle fotocopie e i dattiloscritti dal vivo bensì sulla riproduzione e sul commento delle stesse come riprodotte nel volume CXXII degli atti della Commissione Moro e nel volume II degli atti della Commissione Terrorismo e Stragi. Lavorando sugli originali delle lettere a disposizione, conservati nell'archivio della Corte d'Assise presso l'archivio generale del Tribunale penale di Roma, Gotor è riuscito a fornire informazioni interessanti e mai emerse all'attenzione in passato sia in merito ai tempi e modalità di stesura delle lettere, sia su altri aspetti di altrettanto interesse quali l'identità del dattilografo, i tempi di battitura delle lettere e la prassi di conservazione “archivistica” di dattiloscritti e fotocopie di manoscritti delle lettere di Moro adottata dalla Brigate Rosse. Riguardo l'identità del dattilografo, Gotor lavorando sugli originali ha potuto vedere i soventi e ripetitivi errori di ortografia, di grammatica e di battitura che il dattilografo commetteva e che nelle edizioni a stampa venivano puntualmente corretti. Dal confronto con gli errori presenti nelle lettere che il brigatista Prospero Gallinari scriveva ai familiari durante la galera sono emersi delle verosimiglianze tali da rendere certa e inequivocabile la sua identificazione. Dal lavoro sempre su questi dattiloscritti in originale in un caso è emersa una notazione autografa di Moretti, apposta probabilmente durante gli spostamenti in treno tra la “prigione del popolo” e il luogo dove si riuniva il Comitato esecutivo delle Brigate Rosse. Questo elemento fornì l'ulteriore conferma che i dattiloscritti venissero realizzati per consentire a Moretti di discutere con gli altri componenti senza dover portare, per immaginabili ragioni di sicurezza, un originale o una copia manoscritta di una lettera di Moro. Durante il sequestro perciò, come evidenziato da Gotor, i brigatisti seguirono in linea di principio (dato che esistono comunque delle eccezioni) la seguente prassi di archiviazione dei documenti autografi di Moro: delle lettere rese pubbliche ad opera delle Brigate Rosse in corso di sequestro e allegate ai loro comunicati non venne conservata copia di nessun genere; delle lettere divulgate riservatamente ai loro destinatari si possiedono sia le copie dattiloscritte sia le fotocopie di manoscritto delle stesse; delle lettere scritte ma mai divulgate esistono solo le fotocopie di manoscritto. In nessun caso, ad eccezione di quelle pervenute sequestro durante, si sono mai ritrovate lettere di Moro in originale.
    24 Anna Laura Braghetti, Paola Tavella, Il prigioniero, Feltrinelli, Milano, settembre 2003, p. 8.
    25 A. L. Braghetti , P. Tavella, Il prigioniero..., op. cit., pp. 11-2.
    26 Romano Bianco, Manlio Castronuovo, Via Fani ore 9.02. 34 testimoni oculari raccontano l'agguato ad Aldo Moro,
    Nutrimenti, Roma, marzo 2010, p. 15.
    27 Myung Soon Terranera, Il mistero delle borse scomparse..., op. cit., p. 22.
    28 F. Imposimato, S. Provvisionato, Doveva morire..., op. cit., p. 62.
    29 A. L. Braghetti , P. Tavella, Il prigioniero..., op. cit., p. 46.
    30 Maria Fida Moro nel rievocare il momento in cui vennero consegnati ai familiari gli effetti personali del defunto, continua il proprio racconto descrivendo dove vennero conservati gli stessi in casa: tranne la fede nuziale, che rimase alla vedova, il resto degli oggetti venne riposto nel cassettino nascosto di una chiffonière che si trovava nella camera da letto dei suoi genitori. Il 13 novembre 1978 casa Moro fu visitata da un ladro, molto abile e informato, mai identificato, mentre i familiari e complessivamente una decina di persone erano all'interno dell'appartamento. L'inusuale furto desta curiosità non solo per la dinamica (si arrampicò lungo balconi, grondaie, supporti dei rampicanti fino ad una finestra del terzo piano da cui, passando per una scala interna, salì al quarto piano dove, compiendo questa silenziosissima effrazione percorse tutto il corridoio fino all'ultima stanza, la stanza da letto, scegliendo il mobile e il vano segreto giusto), ma anche per la refurtiva in quanto vennero trafugati esclusivamente tutti gli effetti personali riconsegnati la mattina del 9 maggio assieme al cadavere di Moro. A completare le cospicue stranezze presenti nella dinamica di questo furto, il ladro lasciò una busta contenente un milione di lire quale risarcimento economico per il danno arrecato. Compiuta la missione e uscito di casa senza che venisse mai incrociato dai familiari di Moro e dai loro ospiti, prese l'ascensore, superò la porta principale dell'androne e solo dopo che il ladro si fu lasciato alle spalle la guardiola della vigilanza un poliziotto s'insospettì, e dopo avergli intimato l'alt gli sparò alle spalle mancandolo. Solo la fede nuziale di Moro, in quanto saldamente al dito della vedova, si salvò dal furto; cfr. Maria Fida Moro, Il tesoro del morto, in M. F. Moro (a cura di), La nebulosa..., op. cit., pp. 73-4.
    31 La Commissione Moro, nella sua relazione conclusiva nel 1983, da un lato prese atto che non esisteva “alcuna prova diretta dell'esistenza di tale canale”, e che al contrario “esso era escluso da tutti”; dall'altro non poteva “non dar atto degli elementi che potrebbero far propendere per una tesi positiva”; cfr. CM, Relazione di maggioranza, paragrafo intitolato L'ipotesi di un canale riservato tra le BR ed il mondo esterno, pp. 111-2. Questi ultimi in parte derivavano da frasi contenute in alcune delle lettere e dalle dichiarazioni rilasciate in audizione dai collaboratori di Moro, Sereno Freato, Nicola Rana e Corrado Guerzoni.
    32 In sede di Commissione Stragi il presidente senatore Giovanni Pellegrino concluse che “il complesso delle acquisizioni conferma” l'esistenza di un canale di ritorno, e riguardo all'identità del tramite giudicò “certi almeno contatti di Don Mennini, se non direttamente con Moro prigioniero, con i BR o con loro emissari”; cfr. Giovanni Pellegrino, Ultimi sviluppi dell'inchiesta sul caso Moro, del 12 settembre 2000 in CTS, vol. 1, Tomo I, pp. 27-71 in particolare p. 50.
    33 Moretti al riguardo nel suo libro di memorie ha affermato che è “pericoloso ma possibile far arrivare una lettera, e anche avvertire il destinatario che è personale, ma il contrario non si può fare. Se andassimo a ritirare una lettera, il rischio di farci agganciare sarebbe altissimo”. Riguardo poi all'ipotesi che qualcuno, nella fattispecie don Mennini, avesse potuto avvicinare Moro, il diniego è ancora più categorico: “figurarsi se facessimo venire una persona qualsiasi nella base. Ma neanche un prete. Si è detto che aveva parlato con un sacerdote, perché fa cinema. Non è mai successo”; cfr. M. Moretti, Brigate Rosse..., op. cit., p. 152.
    34 La signora Eleonora in sede di audizione alla Commissione Moro affermò che magari “Dio avesse voluto che fosse possibile per noi comunicare! Non ci saremmo dovuti ridurre a scrivergli lettere sui giornali”, come di fatto avvenne; cfr. CM, vol. LXXVII, p. 66. Resta il fatto che allorché sia Freato (intorno al 29 aprile 1978) sia Rana (in circostanza non databile con esattezza) convocati dalla signora Moro per consegnare delle lettere del marito, gli chiesero come queste fossero pervenute alla sua abitazione ella, in entrambe le occasioni rispose che li “dispensava dal saperlo” e questo allo scopo di evitare situazioni di “imbarazzo in seguito”; cfr. dichiarazione estrapolata dai Resoconti stenografici delle audizioni e contenuta in CM, Relazione di maggioranza, paragrafo intitolato L'ipotesi di un canale riservato tra le BR ed il mondo esterno, p. 112.
    35 Questa ipotesi è stata sostenuta sia da Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato. Le ombre del caso Moro, Editori Riuniti, Roma, 1998, p. 241; sia da M. Gotor, Lettere dalla prigionia..., op. cit., p. 57 e note 1-2.
    36 Antonello Mennini è uno dei quattordici figli di Luigi, amministratore delegato dello Ior e stretto collaboratore di monsignor Paul Marcinkus. Nominato sacerdote nel 1974 da monsignor Ugo Poletti, durante il sequestro Moro era vice parroco della chiesa di S. Lucia e, conclusasi questa vicenda, venne ammesso nel ristretto numero degli allievi della Scuola Diplomatica Vaticana. Dal 1981 è nel servizio diplomatico della Santa Sede e in questi decenni si è distinto per gli incarichi sempre più delicati e prestigiosi che gli sono stati assegnati in Uganda, in Turchia e in Bulgaria fino al 2002 quando, ricevuta l'ordinazione episcopale, è stato inviato come rappresentante della Santa Sede presso la Federazione Russa, e nominato recentemente Nunzio apostolico da Benedetto XVI. Riguardo al comportamento complessivo e alla reticenza di don Antonello Mennini a partire dagli anni Novanta occorre fare la seguente breve riflessione. Quando nell'ottobre 1978 vennero ritrovati nell'appartamento di via Monte Nevoso a Milano parte delle lettere e del memoriale di Aldo Moro, molti dei protagonisti di quella vicenda si convinsero che il materiale superstite di quella tragica primavera di quell'anno fosse tutto lì, ignari che ben altro si stava inabissando dietro un pannello di cartongesso. Don Mennini infatti al tempo non fu per nulla reticente, anzi non si fece scudo dell'abito talare e delle prerogative e immunità di cui beneficiava e rispose sia alle convocazioni in sede giudiziaria sia dinanzi all'inquirente parlamentare. Don Mennini fu ascoltato dalla Commissione Moro nell'audizione del 22 novembre 1980 (CM, vol. 5) ma nella favorevole condizione di essere chiamato a rispondere più per un coinvolgimento derivante da intercettazioni telefoniche che non per il sospetto di esser stato tramite, sequestro in corso, di un contatto tra il prigioniero e il mondo esterno. La relativa disponibilità del sacerdote cessò del tutto, indipendentemente dagli incarichi sempre più prestigiosi e diplomatici che nel tempo vennero affidati all'ex vice parroco, allorché nell'ottobre del 1990 vennero alla luce decine di lettere finora sconosciute e quasi tutto il memoriale di Moro così come lo conosciamo. Da quelle lettere emergevano corrispondenze tra Moro e il giovane al tempo vice parroco che testimoniavano un coinvolgimento enormemente superiore a quello ipotizzato. Da quel preciso momento in poi don Mennini si chiuse a riccio, iniziò a far valere tutte le prerogative e le immunità di cui godeva e si sottrasse sistematicamente ad ogni possibile indagine sull'argomento.
    37 CTS, XII legislatura, audizione del 6 giugno 1995 pp. 762 e 768. In questa sede, oltre a fare riferimento a don Mennini, Guerzoni tirò in ballo, anche il fratello di un magistrato “che aveva frequentato ambienti di sinistra” senza fornirne comunque le generalità; cfr. ibid. p. 761.
    38 Il sacerdote, come dichiarato in Commissione Moro, era stato in pellegrinaggio a Lourdes, durato una settimana, e aveva fatto rientro a Roma il 19 aprile; cfr. CM, vol. XLI, p. 523, audizione di Antonio Mennini, 2 giugno 1978.
    39 Questa possibilità venne per la prima volta indirettamente confermata dall'avvocato Nino Marazzita, legale della famiglia Moro, il quale dichiarò che la signora Eleonora durante il sequestro cercò di far pervenire al marito una trentina di lettere, ma solo per pochissime di queste ebbe il riscontro dell'avvenuta consegna dei suoi messaggi. La conferma dell'avvenuto recapito veniva dal prigioniero riversata e diluita tra le righe delle comunicazioni che dalla prigione prendevano la via esterna; cfr. Silvana Mazzocchi, Moro poteva ricevere le lettere della moglie, in La Repubblica, 21 ottobre 1990, p. 7. Queste tardive dichiarazioni risentono chiaramente della scoperta, avvenuta qualche giorno prima, delle lettere inedite di Moro nel covo di via Monte Nevoso dove giacevano fin dal 1978 dietro un pannello di cartongesso. Se davvero scritti autografi della signora Eleonora giunsero al marito prigioniero, cosa che a tutt'oggi non ha mai trovato un riscontro oggettivo, si aprirebbe un ulteriore capitolo d'indagine su che fine hanno fatto questi scritti provenienti dall'esterno della prigione e se non siano proprio questi scritti ed essere stati bruciati nel rogo di Moiano nel novembre-dicembre 1978 e non, come sostengono i brigatisti, gli originali autografi di Moro mai ritrovati. Va detto comunque che l'eventuale ruolo nella consegna di queste lettere da parte di don Mennini, giacché egli stesso viene individuato quale possibile intermediario, non poté essere svolto prima del 19 aprile, perché il sacerdote rientrò in quella data a Roma da un pellegrinaggio a Lourdes durato una settimana.
    40 M. Gotor, Lettere dalla prigionia..., op. cit., p. 217.
    41 Cfr. A. L. Braghetti , P. Tavella, Il prigioniero..., op. cit., p. 76.
    42 L'interlocutore informò Rana che doveva recarsi in piazza Sant'Andrea della Valle dove, nell'intercapedine tra il muro e un'edicola di giornali, avrebbe trovato una busta arancione. Rana dichiarò dinanzi alla Commissione Moro di essersi recato a casa Moro e di avere personalmente consegnato alla signora Eleonora le tre lettere, la quale trattenne con sé, “per motivi sentimentali e affettivi”, le missive rivolte a lei e al collaboratore del marito e fece consegnare a Cossiga, tra le 18 e le 18.30, quella a lui indirizzata; cfr. CM, vol. XLI, pp. 397-8 e 426. Si veda M. Gotor, Lettere dalla prigionia..., op. cit., p. 5, n.1.
    43 Le citazioni provengono dalla lettera che Aldo Moro indirizza a Nicola Rana e che può essere letta integralmente in M. Gotor, Lettere dalla prigionia..., op. cit., p. 6. Recapitata come detto il 29 marzo 1978, la lettera venne pubblicata per la prima volta dal giornalista Mino Pecorelli nella rivista che egli dirigeva Osservatorio Politico (da ora in poi ci si riferirà ad essa con l'acronimo OP) il 13 giugno 1978. La riproduzione dell'originale è in CM, vol. CXXII, pp. 463-4. Di questa lettera non sono stati rinvenuti nel covo di via Monte Nevoso a Milano né il dattiloscritto nell'ottobre del 1978, né la fotocopia del manoscritto nel successivo rinvenimento del 9 ottobre 1990. Gotor ha ampiamente dimostrato che questo modus operandi caratterizzò la gestione delle lettere di Moro ogni qual volta le stesse venivano “bruciate” ossia consegnate al destinatario o rese direttamente pubbliche come nel caso della lettera al ministro Francesco Cossiga che venne diffusa dai brigatisti assieme al loro comunicato n. 3.
    44 Maria Luisa Familiari, allieva di Moro che egli pensò di coinvolgere nel recapito di alcune missive. Nel corso del sequestro le scrisse tre lettere, ritrovate solo nell'ottobre 1990 che la donna ha sempre dichiarato di non avere mai ricevuto. Ha lavorato alla Rai ed è deceduta alcuni anni fa.
    45 Cfr. G. Bianconi, Eseguendo la sentenza..., op. cit., pp. 6-7.
    46 Ibidem, pp. 7-8.
    47 Ibidem, pp. 24-5.
    48 Ibidem, pp. 37-8.
    49 Assistente universitario di Moro, il quale, dal 1963, insegnava Istituzioni di diritto e Procedura penale presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università “La Sapienza” di Roma, dove teneva regolarmente lezioni tre volte la settimana.
    50 Si tratta dei giovani allievi di Moro che lo accompagnavano a messa ogni domenica nella chiesa di Santa Chiara, insieme con la Familiari: Domenico Cina (secondo Flamigni probabile destinatario di una telefonata da parte delle Br; cfr. S. Flamigni, «Il mio sangue ricadrà su di loro»..., op. cit., p. 63, n. 8); Matteo Pizzigallo, allora assistente universitario a Scienze politiche di cui l'uomo politico era stato nel 1974 testimone di nozze; Manfredi Lo Jucco, che doveva discutere la tesi di laurea proprio la mattina del rapimento e Giovanna Costabile che Tassini erroneamente identifica in un uomo dal nome “Gianni”; cfr. E. Tassini, Ultimi scritti..., op. cit., p. 159.
    51 Cfr. CTS, Steno, n. 48, 9 marzo 1999.
    52 Si veda S. Flamigni, Gli scritti..., op. cit., pp. 63-4 e E. Tassini, Ultimi scritti..., op. cit., p. 159.
    53 I soli elementi presenti, l'assenza del primo foglio e la mancanza di indicazioni temporali ci impediscono di datare questa lettera. Gotor la colloca, assegnandoli un numero progressivo “5” nel corpus delle lettere, tra la lettera alla moglie “27-3-1978” e la lettera a Zaccagnini, ricalcando di fatto la collocazione che una mano misteriosa le aveva assegnato riponendola nella carpetta celata dietro una parete di cartongesso nel covo di via Monte Nevoso.
    54 La lettera a Zaccagnini venne recapitata in originale a Rana nel pomeriggio del 4 aprile mentre copie della stessa vennero diffuse con l'usuale sistema delle telefonate alle redazioni di giornali che la pubblicarono il giorno dopo. Si ritiene che la stesura ebbe inizio intorno al 31 marzo; cfr. M. Gotor, Lettera dalla prigionia..., op. cit., pp. 14-5; S. Flamigni, Gli scritti..., op. cit., p. 69; CM, vol. XXX, p. 831.
    55 Cfr. A. L. Braghetti , P. Tavella, Il prigioniero..., op. cit., p. 122.
    56 Cfr. CM, vol. CVI, pp. 450 e 456.
    57 Per un quadro completo delle posizioni e delle ipotesi sul ruolo svolto nella vicenda Moro da “agenzie governative” americane o dai servizi segreti di altri paesi stranieri; cfr. V. Satta, Odissea nel caso Moro..., op. cit., pp. 17-49.
    58 Cfr. M. F. Moro, Se papà per miracolo tornasse vivo, lo ucciderebbero ancora e ancora e ancora..., pp. 113- 126 (il riferimento in oggetto è riportato nelle pp. 114-5) in Giovanni Fasanella – Antonella Grippo, I silenzi degli innocenti, Bur, Milano, 2006.
    59 Cfr. CTS, Resoconti stenografici delle audizioni, Legislatura XI, seduta del 21 dicembre 1993, pp. 398-9.
    60 La lettera, molto breve, catalogata tra quelle scritte nel periodo “30 marzo – 4 aprile” venne per la prima volta pubblicata in L'intelligenza e gli avvenimenti. Testi 1959-1978, introduzione di George L. Mosse, note di Gianni Baget Bozzo, Mario Medici e Dalmazio Mongillo, a cura della Fondazione Aldo Moro, Garzanti, Milano, 1979, pp. 403-404. Di questa lettera non risulta copia dattiloscritta e la fotocopia del manoscritto venne ritrovata nel 1990 nel secondo rinvenimento all'interno del covo di via Monte Nevoso a Milano. Detta fotocopia è presente agli atti della CTS, vol. II, p. 1.
    61 Mario Scialoja, Cinque segreti su Moro e dintorni, in L'Espresso, anno XXVI, n. 7, del 17 febbraio 1980.
    62 Cfr. CTS, Steno, n. 65, audizione di Mario Scialoja del 14 marzo 2000, p. 3040-1.