Sbarcando a Sidi Ferruch nel 1830 i francesi prevedono una conquista rapida dell’Algeria. Ma i combattimenti termineranno solo nel 1857. La fine dell’opzione militare non determinerà tuttavia l’instaurazione di una pace durevole.
|
|
La conquista francese dell’Algeria
|
|
|
Il 14 giugno 1830 nella rada di Sidi Ferruch, il corpo di Spedizione francese, inviato dal re Carlo X sbarca in forze: 37 mila uomini della flotta del contrammiraglio Duperré (347 bastimenti di varia grandezza, scortati da decine di vascelli di linea). Alla guida del corpo di spedizione c’è il maresciallo de Bourmont, il “traditore di Waterloo”.
Algeri si arrende il 5 luglio, dopo una serie di sanguinosi attacchi e contrattacchi intorno alla città; il tesoro appartenente del Dey (il reggente per conto dell’impero ottomano) viene messo controllo e il saccheggio della Casbah viene evitato per poco. Bourmont occupa Bona e Orano, convinto di una prossima resa in massa delle altre regioni. Ma il fallimento dell’azione su Blida scatena una tenace resistenza. Il 23 luglio i capi delle tribù e i marabutti (figure a carattere religioso), riuniti a Tementfous, a est di capo Mantifou (nei pressi di Algeri), lanciano alle popolazioni la seguente parola d’ordine: rigettare i francesi a mare. I francesi speravano in una rapida conquista. Occorreranno loro ben trent'anni per imporsi.
La monarchia di luglio, insediatasi nel 1830, eredita il problema algerino e il governo di Luigi Filippo, abbandonando l’Algeria ai militari, invia in zona il generale Clauzel. Né lui, né i suoi successori - i generali Berthezene, Savary e Voirol - riusciranno a creare una “vera” Algeria francese. Del resto, sarà la stessa consistenza militare a impedirlo. Il Corpo di Occupazione (nuova denominazione dell’esercito d’Africa dopo il 1831), è ridotto a poco meno di 16 mila uomini, rinforzati da “volontari”, ovvero da poveri e diseredati provenienti da tutti gli angoli della Francia.
Gli indugi di Luigi Filippo
Nel 1834 un’ordinanza ispirata dal maresciallo Soult, onnipotente ministro della Guerra, crea ad Algeri un Governatorato Generale dei “possedimenti francesi dell’Africa del Nord” (di fatto ridotti a punti di appoggio costieri). Ormai non si tratta più di una conquista ma, tutt’al più, di una difesa.
Due avversari di rilievo si ergono a quel punto contro i francesi: Ahmed, Bey di Costantina nel Tell orientale (catena dell’Atlante) e un giovane marabutto di 24 anni, Abd el Khader nel Tell occidentale, proclamato dalle tribù, nel novembre 1832, emiro e “inviato da Dio”. I francesi valutano così poco questa nuova forza crescente, tanto da far crescere involontariamente il suo prestigio: nel febbraio 1834 il generale Desmichels firma con l’emiro un trattato, con il quale gli riconosce il titolo di “Califfo” (Comandante dei credenti) ma, soprattutto, la versione araba del trattato, mai trasmessa a Parigi, riconosce anche la sua sovranità, riconoscendogli il diritto di avere dei “consoli” presso i francesi.
La calma che segue il trattato è ingannatrice. Abd el Khader ne approfitta per installare i suoi partigiani fino a Miliana e Medea, nella regione del Titteri, a ridosso di Algeri. I francesi, guidati dal nuovo governatore di Orano, generale Trezel, vengono sconfitti nelle paludi della Macta, fra Orano e Mostanagem, il 28 giugno 1835. Questo disastro scuote l’opinione pubblica e le Camere. Adolphe Thiers, ministro degli Interni e degli Affari Esteri, invia nuovamente in colonia il generale Clauzel e questi tenta un ritorno offensivo, ma, dopo aver distrutto Mascara e conquistato Tlemcen (a sud di Orano), egli è costretto ad abbandonare Medea, nel Titteri. Il 25 aprile 1836 i francesi vengono nuovamente battuti a Rachgoun, alla foce del fiume Tafna, ad ovest di Orano. Il disastro sarebbe stato irreparabile senza l’azione del generale Bugeaud, che riesce a respingere l’emiro sui bordi della Sikkat.
Nell’autunno del 1836 Clauzel ritorna a Costantina con 8.700 uomini. L'alto ufficiale non riesce a conquistare la città, praticamente inaccessibile sopra le gole del Rummel, e fortemente difesa. Accaniti combattimenti hanno luogo sotto la neve nel novembre seguente. I francesi, inseguiti fino alle porte di Bona, vengono salvati dall’eroismo degli uomini del generale Changarnier. Questa volta il ministero abbandona Clauzel e lo sostituisce con il generale Damremont, governatore generale, e con il generale Bugeaud, comandante della guarnigione di Orano.
Bugeaud, per guadagnare tempo, il 20 maggio 1837 firma con Abd el Khader la “Convenzione della Tafna” che sancisce una vero e proprio arretramento generale della Francia in Algeria: l'abbandono di Tlemcen , Titteri e Tafna ad Abd el Khader, conservando solamente le città di Orano, Arzew e Mostaganem, ad ovest, il Sahel algerino, la Mitidja e Algeri, al centro. La Convenzione di Tafna, male accolta in Francia, assicura tuttavia la pace a ovest e consente a Damremont di preparare meglio, con il sostegno dell’artiglieria del generale Valée, una nuova marcia su Costantina, che questa volta verrà conquistata il 13 ottobre 1837, dopo accaniti combattimenti, nel corso dei quali, muore Damremont, sostituito dal Valée. Le direttive governative rimangono le stesse: preferibile era piuttosto una penetrazione pacifica che una guerra “accanita e rovinosa”.
Nell’ottobre 1839, però, Valée lascia attraversare trionfalmente a 4 mila uomini le Porte di Ferro nel Bibans, violando la convenzione di Tafna. Il 20 novembre seguente, Abd el Khader lancia una jihad (guerra santa) contro i francesi e scatena i suoi cavalieri sulla Mitidja (a sud nei dintorni di Algeri): i coloni francesi vengono massacrati e le fattorie devastate fino a 30 chilometri da Algeri.
“Io affermo che l’occupazione ridotta è una chimera e per di più una chimera pericolosa… Non rimane, a mio avviso, che il dominio assoluto, ovvero la sottomissione del paese”. Ecco dunque il programma che nel gennaio 1840 il generale e deputato di Excideuil, Thomas Bugeaud de la Piconnerie annuncia ai suoi colleghi alla Camera. Una direttiva che seguirà in Algeria undici mesi più tardi, quando sarà Governatore Generale.
Bugeaud, uomo dalla forte personalità e senza molti scrupoli, è un eccezionale comandante di uomini, e di fronte alla scarsezza di soldati giudica necessario trasformare la guerra. In occasione della sua assunzione alla carica di Governatore ad Algeri, il 22 febbraio 1841, Bugeaud galvanizza il morale delle truppe con un proclama ai “soldati dell’esercito d’Africa”, di tipo “napoleonico”. Si prepara una nuova guerra, afferma, nella quale la mobilità e l’iniziativa vengono prima di tutto: colonne mobili attive, equipaggiate con materiali leggeri, regolarmente rifornite di acqua e cibo, ben guidate grazie a delle buone carte. Sul piano tattico “tirare poco e tirare a colpo sicuro da vicino”, inseguire. E soprattutto, “impedire agli Arabi di seminare, di effettuare la raccolta e di pascolare senza il nostro permesso”, razziare per ridurre il nemico a implorare l’aman (il perdono). In realtà egli non inventa nulla: da molto tempo la razzia costituisce una pratica della guerra in Africa.
Una seconda conquista
Bugeaud ristabilisce gli Uffici arabi e li pone sotto il controllo di un ufficiale di notevole caratura, il generale Daumas, esperto di civiltà musulmana. Sotto la sua direzione, gli uffici estendono l’autorità della Francia nell’interno del paese, non senza qualche abuso, come è testimoniato nel 1856 dall’affare Doineau.
Per condurre le operazioni Bugeaud si basa su tre tipi di formazioni: i reggimenti regolari; le unità speciali, come la Legione Straniera creata nel 1831 e i battaglioni di disciplina, detti “Battaglioni d’Africa”; da ultimo le formazioni a reclutamento essenzialmente indigeno – gli “Spahis” (cavalieri), i “Cacciatori d’Africa” (fanti e cavalieri) e gli “Zuavi” (dal nome della tribù kabyla degli Zawawa) dall’abbigliamento “moresco”. A fianco degli indigeni – mai oltre i 10 mila uomini –-, i metropolitani costituiscono l’essenziale degli effettivi che passano, dai 72 mila uomini del 1841, ai 101 mila del 1846.
Le campagne si succedono senza interruzioni. Dall’autunno del 1841, l’Ovest (regione di Orano) e il Titteri (a sud di Algeri) vengono definitivamente conquistati. Nel 1842, all’estremo ovest, viene definitivamente occupata anche Tlemcen, viene raggiunto lo Shelif, viene controllata la catena del Tell e viene aperta una strada, dalla Tunisia al Marocco. I cavalieri di Abd el Khader proseguono comunque le azioni di guerriglia. Nel 1843, Bugeaud risponde, installando ad El Asnam (ribattezzata Orleansville, nella valle dello Shelif) un punto d’appoggio strategico. Egli moltiplica, inoltre, le operazioni contro l’emiro e l’obbliga a spostarsi, senza sosta, con la sua Smala.
Abd el Khader ottiene nel novembre 1843 l’asilo del sultano del Marocco, approfittando della simpatia che egli suscita nelle tribù dipendenti dal sovrano marocchino e il Marocco diventa la base della sua controffensiva. La squadra navale del principe di Joinville bombarda Tangeri il 6 agosto 1844 e Bugeaud sconfigge l’esercito marocchino nella battaglia dell’Isly il 14 dello stesso mese. A quel punto l’Inghilterra reagisce violentemente e solo la volontà di pace dei ministri Guizot e di lord Aberdeen impedisce che la situazione degeneri.
Il Trattato franco-marocchino di Tangeri (18 settembre 1844) fa diventare Abd el Khader un fuorilegge, sia in Marocco sia in Algeria, mentre la Convenzione di Lalla Maghnia fra i due Stati, qualche mese più tardi (18 marzo 1845), delimita i rispettivi territori. Nel settembre 1846, a Sidi Brahim (vicino a Sidi bel Abbes, a sud di Orano), Abd el Khader annienta ancora un distaccamento francese ma il 23 dicembre seguente, braccato dai marocchini nelle montagne del Rif, egli decide di arrendersi al generale Lamoriciere, non lontano da Sidi Brahim. Autorizzato a raggiungere Damasco con una pensione a carico del governo francese, Abd al Khader vi diventerà il protettore dei Cristiani.
Bugeaud, diventato Duca d’Isly e maresciallo, ha vinto Abd el Khader ma perderà davanti alla Camera. Egli ha dovuto lasciare il suo comando al duca d’Aumale e la sua caduta è stata in gran parte dovuta alla resistenza delle tribù dei Kabyli.
Nel 1845, ad esempio, Bu Maza, soprannominato “l’uomo dalla capra”, a causa del suo animale mascotte, aveva infiammato il massiccio del Dhara e si presentava al popolo come un mahdi (inviato del Profeta). Bugeaud si era accanito nel sottometterlo, coprendo i peggiori eccessi: incendi, massacri, costruzioni di muri ed affumicazioni, come quelle effettuate nelle grotte del gebel Nekmaria, ordinate dal colonnello Pelissier contro la tribù degli Ouled Riah. Erano state necessarie diciotto colonne mobili per concludere questa operazione e schiacciare questa rivolta che rischiava di infiammare nuovamente tutta l’Algeria. Arabi e francesi avevano fatto a gara in prove di crudeltà.
Nel 1846, infine, due temibili colonne da 7 mila e da 8 mila uomini metteranno tutto il paese a ferro e fuoco. Questa volta, i deputati, informati da Alexis de Tocqueville, all’epoca anch’egli deputato (diventerà ministro degli affari esteri nel 1849), esigeranno il rientro di Bugeaud.
L’illusione della pacificazione
Se la rivoluzione del 1848 segna un momento di pausa, all’indomani del colpo di stato Napoleone III invia il generale Randon a completare la conquista. L'alto ufficiale rimane in Algeria dal dicembre 1852 al giugno 1858. Le operazioni riprendono inizialmente nel sud per il controllo delle vie carovaniere verso il Sahara, dove le oasi si sono sollevate sotto la spinta del sultano Mohamed ben Abdallah. Randon offre al sovrano la conquista di Laghuat, nell’Erg occidentale, proprio il 2 dicembre, primo anniversario del colpo di stato.
Questa vittoria ha dato vita a una impietosa guerra nelle strade, alla fine della quale si contano 2.100 morti. “C’erano delle persone che affermavano che essi si erano mal difesi – annota il pittore Eugene Fromentin –. Io preferisco credere per il loro onore ed il nostro, che questo grande sterminio sia stato il risultato di una resistenza disperata; poiché altrimenti si tratterebbe di un vero e proprio massacro”. Viene insediato un nuovo sultano, al soldo dei francesi ma - come sottolinea Du Barail, comandante dell’oasi - le popolazioni dei dintorni, “10 volte insorte e 10 volte domate” non si sono sottomesse e nel 1864 si ribellano ancora una volta.
Per sottomettere i Kabyli, Randon fa ricorso a una altro metodo: circondare, e pattugliare i loro bastioni per mezzo di una rete di piste e quindi installarvi dei fortini per controllare l’area. Questa “campagna dei picconi”, iniziata a partire dal 1853, mobilita 10 mila uomini nella Kabylia orientale. La guerra di Crimea, riducendo gli effettivi a disposizione, rallenta le operazioni, fatto che determina nuove insurrezioni. Alla fine, nel 1857, Napoleone III autorizza Randon a portare un colpo decisivo nella Grande Kabylia, partendo da Tizi Ouzu. Nel giugno seguente la caduta della fortezza di Isheriden, posta a 1065 metri d’altezza e conquistata corpo a corpo, segna la svolta della “pacificazione” della Kabylia.
Se alcuni irriducibili resistono ancora nel Djurura, alla guida di una donna marabutto, Lalla Fahtma, la maggioranza della popolazione chiede l’aman. Il 1857 può dunque essere considerato come il termine della conquista dell’Algeria da parte dei francesi. Conquista e non “pacificazione”. Gli arabi e i berberi, piegati dalla forza, restano pronti a riprendere le armi e ciò si vedrà bene dopo la caduta dell’Impero, con la formidabile rivolta del 1871, ultimo sussulto di un’Algeria musulmana ancora non domata.
Rimane ancora una domanda fondamentale: la violenza e la distruzione sistematica, adottati come metodo di sottomissione per più di 30 anni e coniugate agli effetti della colonizzazione hanno comportato un regresso economico e sociale in Algeria? Tocqueville ha fornito alcuni elementi a proposito nel suo celebre Rapport del 1847: “Intorno a noi la ragione si è spenta… noi abbiamo reso la società musulmana molto più miserabile, più disordinata, più ignorante e più barbara di quella che esisteva prima di conoscerci”. Tuttavia, Tocqueville credeva ancora a una conciliazione fra le due civiltà e i due popoli: “quello che noi dobbiamo loro in ogni tempo, è un buon governo” perché “l’islamismo non è assolutamente impenetrabile alla ragione”. In mancanza di questo, aggiunge lo scrittore, concludendo, “L’Algeria diventerà prima o poi, credetemi, un campo chiuso, un’arena murata, dove i due popoli dovranno combattersi senza pietà e uno dei due dovrà necessariamente morire”.
|
|
BIBLIOGRAFIA
-
Benjamin Stora, Histoire de l'Algérie coloniale (1830-1954) - Éditions le Sureau, 2004
-
Pierre Montagnon, La conquête de l'Algérie - Pygmalion, 1986
-
Alexis de Tocqueville, De la colonie en Algérie. 1847 - Éditions Complexe, 1988
-
Benjamin Claude Brower, A Desert named Peace. The Violence of France's Empire in the Algerian Sahara, 1844-1902 - New-York, Columbia University Press
|
|
|