La Libia, o meglio le province ottomane della Tripolitania e della Cirenaica sotto dominazione italiana. Mussolini ne avrebbe voluto fare un laboratorio dell’azione coloniale fascista…
Libia, la quarta sponda
di MAX TRIMURTI

E’ proprio all’azione di un vecchio compagno d’armi di Giuseppe Garibaldi, il siciliano Francesco Crispi, che l’Italia deve la spinta per lanciarsi – nel corso degli anni ’70 del XIX secolo, ad appena 10 anni dall’Unità – in una politica di espansione oltremare. Le prime vere iniziative erano state classicamente condotte attraverso alcuni missionari che, essendosi insediati in Africa Orientale, avevano tentato di coinvolgere Cavour in un intervento, peraltro rifiutato. Occorrerà attendere il 1882 perché il governo di Roma si presti ad una effettiva penetrazione in Eritrea che, seppur promettente, andrà incontro ad una battuta d’arresto nel marzo 1896, con la sconfitta di Adua. Nel 1907, però, si assiste a una nuova ondata colonialista.
All’origine di questo cambiamento della politica ci sono le azioni dei gruppi nazionalisti e specialmente quello di Enrico Corradini, che nel 1911 pubblica il suo lavoro L’ora di Tripoli. Dietro queste azioni si profila l’intervento di alcuni ambienti economici, a cominciare dal Banco di Roma, molto legato al Vaticano ed il cui presidente è il commendator Ernesto Pacelli, fratello del futuro papa Pio XII. La volontà di conquista e di colonizzazione tocca anche alcuni ambienti della sinistra, in particolare i sindacalisti rivoluzionari, fautori di un imperialismo “nazionale e proletario”.

La scelta come obiettivo della colonizzazione italiana del vasto territorio posto fra la Tunisia e l’Egitto e che comprende il Fezzan, oltre alle vecchie province ottomane di Cirenaica e Tripolitania, si spiega facilmente. Nel 1882 lo sguardo dell’Italia era rivolto verso la vicina Tunisia, luogo di emigrazione e di lavoro di molti agricoltori siciliani e punto di appoggio per il controllo del Canale di Sicilia. Sfortunatamente, il tempestivo colpo di
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Ottobre 1911, truppe italiane sbarcano a Tripoli
mano della Francia su Tunisi rende vana qualsiasi iniziativa italiana nell’area e un senso di frustrazione spinge l’Italia nell’ambito della Triplice Alleanza. La Libia risulta, comunque, una delle rare porzioni dell’Africa che non è stata ancora oggetto di spartizioni da parte delle potenze coloniali, senza peraltro costituire uno stato indipendente. La “Reggenza di Tripoli” è, in effetti, formalmente sottoposta all’autorità dell’Impero ottomano, il famoso “malato d’Europa”, che gli Italiani dovranno necessariamente affrontare.
Nel 1911 i “diritti” dell’Italia sul complesso del territorio libico vengono riconosciuti da tutte le Grandi Potenze dell’epoca, ma restano sul tappeto due questioni principali, quale quella di farli accettare dal governo di Costantinopoli, oppure di trovare un pretesto per entrare in guerra. Di fronte al netto rifiuto turco, a Roma non resta che imboccare la seconda opzione e lanciarsi in una nuova avventura coloniale.
Dopo un bombardamento massiccio dei porti da parte della Regia Marina, il Regio Corpo di Spedizione, sbarca, in successione in Tripolitania ed in Cirenaica e si impadronisce delle principali città (Tripoli, Bengasi e Tobruk). La proclamazione dell’annessione del paese, avvenuta il 4 novembre 1911, scatena in Italia un’ondata di entusiasmo, alla quale il vate Gabriele D’Annunzio fa eco nelle sue Gesta d’Oltremare, ma che è combattuta dall’ala sinistra del partito socialista, fra i quali Benito Mussolini.
Di fatto, la guerra non va incontro ad una rapida conclusione. I Turchi, ritiratisi all’interno del paese, resistono per circa un anno, sostenuti, contro ogni attesa, dalle tribù arabe, che conducono una feroce guerriglia, contro la quale gli Italiani impiegheranno per la prima volta il mezzo aereo e risponderanno, nelle fasi seguenti del conflitto con una dura repressione (villaggi distrutti, deportazione di popolazioni in massa, esecuzioni e deportazioni nelle isole di personaggi pericolosi).
Sarà alla fine, lo scoppio della Prima guerra balcanica che spingerà il sultano al negoziato ed alla firma del Trattato di Ouchy (Svizzera). Il sovrano ottomano potrà conservare, in quanto Comandante dei Credenti, l’autorità religiosa sulle popolazioni mussulmane della Tripolitania e della Cirenaica, mentre le due ex province vengono politicamente annesse all’Italia.
Il conflitto contro la Turchia e le operazioni in Libia, comportano anche la sovranità italiana sulle isole del Dodecaneso (con Rodi capitale), ma costeranno molto care agli Italiani: almeno un miliardo di lire, con gravi effetti sul bilancio dello stato.

A seguito dell’entrata in guerra dell’Italia nella Prima guerra mondiale a fianco delle potenze dell’Intesa, la crisi di effettivi sul fronte austriaco costringe il governo di Roma a ritirare una parte del contingente d’occupazione, rimasto in loco dopo il trattato di pace con la Turchia. Questo provvedimento contribuisce, conseguentemente, ad affievolire i legami fra la metropoli e le sue colonie ed a creare le condizioni per il rinascere della guerriglia. In tale contesto, Benito Mussolini, dopo la conquista del potere nel 1922, incontra tra le sue prime preoccupazioni quella di ristabilire l’autorità di Roma sulle zone ribelli, missione affidata in prima persona al governatore Giuseppe Volpi (poi conte di Misurata), quindi al suo successore, il generale De Bono ed infine al generale Rodolfo Graziani, che alla fine degli anni 1930 arriverà a domare definitivamente la rivolta, con metodi non sempre “ortodossi”.
In ogni caso fra il 1919 e il 1935 l’Italia, a seguito di accordi internazionali con Francia e Inghilterra riesce a definire la frontiere della colonia. Rispetto alle frontiere ottomane, la Libia nel suo complesso ottiene dei significativi incrementi territoriali a sud di Ghadames, nel Tibesti e nelle oasi di Kufra e Giarabub verso l’Egitto ed il Sudan. La tappa successiva nella realizzazione del progetto mussoliniano di “ristabilimento del dominio romano” su una parte importante del mondo mediterraneo ha come scopo di fare della Libia un ”laboratorio” dell’azione coloniale fascista. Sotto la spinta di Italo Balbo, governatore della
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Ribelli libici impiccati nel 1928
Libia a partire dal 1934, vengono distribuite terre a contadini provenienti dall’Italia meridionale – nel 1939 ogni famiglia riceve 25 ettari, una casa, un gruppo elettrogeno ed un pozzo – mentre nello stesso tempo vengono condotti grandi lavori di urbanizzazione, di adduzione dell’acqua e di costruzione di una rete ferroviaria e soprattutto stradale. In 40 anni di presenza italiana la Libia cambia radicalmente volto.
Gli sforzi vengono indirizzati sulle piccole e medie agglomerazioni, con un centro che prevede una moschea, una chiesa per i coloni, una scuola, una “casa del fascio” e delle abitazioni ispirate allo stile in vigore nelle nuove città come Latina o Pontinia. Nel 1938, la Libia non è lontana dall’essere considerata come “l’America del fascismo”, fatto che, comunque, non impedisce alla popolazione autoctona di ribellarsi, né al generale Rodolfo Graziani di procedere a sanguinose rappresaglie e a Mussolini di sognare un impero fascista.

Il grande impegno italiano in Libia si iscrive, pertanto, in una politica di stato totalitario fascista che mira ad una integrazione delle masse di emigranti con le popolazioni autoctone. Pur con tutti i limiti del caso, per la prima volta dall’Unità nazionale dei modesti emigranti si insediano in un paese nel quale hanno l’illusione di essere i padroni e non più un sottoproletariato sfruttato ed umiliato.
Le speranze del duce, come quelle del proletariato del sud, non sopravvivranno alle sconfitte delle forze italo-tedesche della Seconda guerra mondiale e costrette alla ritirata nel novembre 1942 dopo la sconfitta di El Alamein. Il 10 febbraio 1947, in occasione della firma del Trattato di Pace a Parigi, l’Italia rinuncia al suo dominio sulla Libia, dove circa 30 mila coloni e gestori di aziende agricole, continueranno a vivere nel paese.
Al termine della Seconda guerra mondiale, dopo una iniziale ipotesi di mandato italiano per guidare il paese all’indipendenza, la soluzione adottata sarà quella di creare una monarchia libica sotto la guida di Idris, capo della Senussia, in attesa che la Francia, che si era insediata nel Fezzan e nel Tibesti, lasci via libera al nuovo stato (in realtà la Francia, sconfessando i precedenti accordi internazionali, non restituirà una parte del Tibesti, annettendola al Ciad dove erano state individuate miniere di uranio e creando un contenzioso territoriale ancora oggi irrisolto). La soluzione monarchica viene a determinare di fatto la supremazia della Cirenaica nell’ambito del nuovo stato, fino all’avvento al potere del colonnello Muammar al Gheddafi che, espressione dei clan tribali della Tripolitania, ribalta la situazione interna del paese. Questi, nel 1970 procede alla nazionalizzazione dei beni dei coloni italiani, preludio alla successiva espulsione.

L’Italia ha comunque conservato fino ad oggi relazioni politiche ed economiche molto strette con la sua vecchia colonia ed alla vigilia delle cosiddette “primavere arabe” del 2011 e della morte violenta di Gheddafi, costituiva il primo partner commerciale di quella Libia che all’apogeo del regime mussoliniano veniva chiamata la “quarta sponda” d'Italia. I recenti avvenimenti libici hanno fatto chiaramente intendere che tale situazione di privilegio italiano nei confronti della Libia, in special modo per la parte petrolifera, non risultava particolarmente gradita a Francia, USA ed Inghilterra che, nello specifico, aspettavano da tempo di sferrare un colpo mortale al dittatore di Tripoli. In effetti, dopo la “primavera tunisina”, non ci è voluto molto a mistificare e a spacciare all’opinione pubblica la storica rivalità dei clan e delle tribù cirenaiche - costellata di rivolte nei confronti dei Tripolini - come uno pseudo movimento di liberazione, armato ed addestrato dall’Occidente, con il risultato di aver ottenuto l’eliminazione dell’odiato dittatore e dell’anomalia economico-commerciale italiana nell’area ma, allo stesso tempo, di aver lasciato un paese “liberato” nel caos più completo.
La colonizzazione italiana in Libia, come in Etiopia, ha lasciato ricordi fortemente contrastati, spesso favorevoli (per le opere realizzate dal fascismo nel campo agricolo ed infrastrutturale, ecc.), ma anche una forte ostilità fra gli autoctoni, a suo tempo duramente segnati dalla violenza di alcuni episodi di repressione.


BIBLIOGRAFIA
  • Angelo Del Boca, Gli italiani in Libia - Milano, Mondadori, 1997
  • F. Gramellini, Storia della Guerra Italo-Turca 1911-1912 - Forlì, Acquacalda Comunicazioni SrL, 2005
  • S. Romano, La quarta sponda. La guerra di Libia, 1911-1912 - Bompiani, 1977
  • N. La Banca, La guerra italiana per la Libia 1911-1931 - Il Mulino, Bologna, 2011
  • F. Cresti e M. Cricco, Storia della Libia contemporanea. Dal dominio ottomano alla morte di Gheddafi – Carocci, 2012