Un fenomeno politico molto italiano nato nel 1944 nel Sud appena liberato
dagli anglo-americani: un partito anomalo di enorme successo ma di vita breve
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IL SENSO DEL “QUALUNQUISMO”
IN QUELL’ITALIA VUOTA DI FIDUCIA
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Abbiamo lasciato Guglielmo Giannini nei pasticci: deferito alla commissione per l'epurazione, il commediografo non poteva più dirigere un giornale. Il settimanale L'Uomo Qualunque era soppresso per la violenta campagna di stampa contro l'intervento italiano a fianco degli ex-nemici angloamericani. Insomma, la grande avventura del giornale che aveva suscitato scalpore in tutta Italia sembrava già finita. Fu l'avvocato Giovanni Selvaggi, repubblicano, antifascista non solo dopo il 25 luglio, a risolvere la situazione. Come Giannini stesso ci racconta nelle memorie che pubblicò, pochi mesi prima di morire, sul settimanale "Oggi", quando si recò nello studio di Selvaggi questi gli chiese di portargli in lettura tutti i numeri dell'Uomo Qualunque. Se non avesse trovato nulla che giustificava il provvedimento di soppressione, avrebbe preparato il ricorso al Consiglio di Stato.
Contrariamente, lo avrebbe indirizzato ad altri colleghi avvocati. Selvaggi infine decise di assumere la difesa di Giannini e presentò il ricorso. Nel frattempo la soppressione del settimanale aveva suscitato ampie critiche non solo da parte del pubblico, ma anche da molti giornalisti e politici che, pur avversari di Giannini, ne avevano preso le difese. Infatti la soppressione dell’ Uomo Qualunque, che non poteva certo essere accusato di propaganda nostalgica, non si giustificava, nel rinnovato clima di libertà di stampa, se non per un motivo: Giannini, nel suo abituale stile, irruente e volutamente irrispettoso di tutti e di tutto, aveva detto a voce alta un’altra delle verità che si potevano, al più, sussurrare, ossia che l’intervento militare italiano a fianco degli Alleati era tutt’altro che popolare. E questa era stata la buona occasione per far pagare il conto all’uomo che era la “stecca” nel coro di osanna, che si definiva “antiantifascista”, che soprattutto dava voce ad un serpeggiante sentimento popolare di insofferenza al “regime del CLN”.
Giovanni Selvaggi era una voce autorevole e un ottimo avvocato: il Consiglio di Stato accolse il suo ricorso, ordinando la sospensione del provvedimento prefettizio. La commissione di epurazione giornalistica si tolse l’ultima “soddisfazione”, sospendendo per un mese Giannini dall’Albo. Il mese peraltro era già trascorso nelle more del ricorso al Consiglio di Stato e così Giannini poteva a pieno titolo riprendere la direzione dell’Uomo Qualunque. Non lo fece, come spiegò lui stesso polemicamente, perché non voleva fare il direttore “col permesso della commissione di epurazione”. Il settimanale riprese le pubblicazioni sotto la direzione (ovviamente alquanto formale) del fedele amico Giuseppe Russo, il vignettista che si firmava con lo pseudonimo di Girus, mentre Giannini si qualificava nella testata come “fondatore”.
La soppressione della testata, il vespaio di polemiche, la vittoria al Consiglio di Stato, patrocinata da una delle voci più illustri dell’antifascismo, tutto contribuì, se ancora ve n’era il bisogno, a far salire alle stelle la popolarità di Guglielmo Giannini.
Il 25 aprile 1945 il settimanale riprese così regolarmente le sue pubblicazioni, arrivando in poco più di un mese a stabilizzarsi sulla tiratura, eccezionale per l’epoca, di 780.000 copie. Giannini ormai era un fenomeno nazionale riconosciuto e sulla sua redazione non solo piovevano le lettere di consenso dei moltissimi che si riconoscevano “uomini qualunque”, ma incominciarono anche a piovere i finanziamenti di quanti vedevano nel commediografo napoletano l’unica genuina voce di dissenso, e di possibile “diga”, alla politica del CLN.
Dobbiamo infatti soffermarci un attimo a considerare il momento storico assolutamente particolare che stava vivendo l’Italia. La fine delle ostilità, col crollo della Germania e la resa delle residue forze fasciste della Repubblica sociale Italiana aveva evidenziato come la spaccatura tra le due Italie fosse profonda. Nel Sud, liberato già dal giugno del 44 dalle truppe alleate, la vita aveva ripreso in modo quasi regolare e l’attività partigiana era stata pressoché inesistente, mentre al Nord l’attività delle bande della Resistenza, seppur inconsistente dal punto di vista militare, era stata intensa e si era caricata di una valenza politica rivoluzionaria, dalla quale non andavano del tutto esenti nemmeno le componenti democristiane della resistenza.
E ciò era tanto più vero considerando che il maggior apporto alla Resistenza, indipendentemente da ogni giudizio politico e sulle reali finalità perseguite, era stato dato dalle formazioni comuniste, che avevano avuto più caduti di tutte le altre e che più delle altre non si battevano unicamente per liberare l’Italia dai nazifascisti, ma anche per un esplicito progetto di rifondazione dello Stato.
Fu Pietro Nenni a coniare la famosa frase “vento del Nord”, che stava a significare quel vento di rinnovamento rivoluzionario che avrebbe cambiato l’Italia, considerata ancora legata, dopo la caduta del fascismo, ai vecchi schemi dello stato liberale, con quanto esso comportava soprattutto in termini di rapporti sociali ed economici.
Lo stesso Don Luigi Sturzo, non certo sospettabile di filo–marxismo, preconizzava (in termini, in verità, un po’ confusi) che la “classe operaia sarebbe stata la classe guida del rinnovamento, così come la borghesia era stata l’artefice del rinnovamento della rivoluzione francese”. Ma al “vento del Nord” si contrapponeva ora, con il Paese di nuovo unificato, il “vento del Sud”, quello della ripresa lenta e graduale, del ritorno alla normalità senza atti rivoluzionari. Infine non si dimentichi che l’Italia era comunque un Paese occupato, sotto tutela del Governo Militare Alleato, e che faceva parte della zona di influenza occidentale, salvo le contese, tutt’altro che risolte, sui territori di confine con la Jugoslavia, ossia con l’area di influenza sovietica.
La divisione profonda del mondo, che già si era ben definita nell’ultimo anno di guerra, tra area sovietica ed area occidentale a guida americana, si rifletteva ora nel nostro Paese, sia per le diverse componenti del CLN, sia per la particolare posizione geografica dell’Italia.
Il 21 giugno 1945 Ferruccio Parri assumeva la guida di un governo allargato a tutti i partiti del CLN (Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito socialista italiano di Unità Proletaria, Partito Liberale, Democrazia del Lavoro, Partito d’Azione) e da subito la vita di questo ministero fu travagliata.
Non a caso il governo Parri durò solo sei mesi: composto da partiti tra di loro profondamente diversi, ora che era cessata l’emergenza bellica contro il comune nemico nazifascista, espresse una politica oscillante tra i toni rivoluzionari tonitruanti (molto più degli azionisti e dei socialisti; i comunisti erano guidati da un uomo, Togliatti, astuto e prudente), quelli moderati dei liberali e quelli difficilmente comprensibili dei democristiani, il cui leader, De Gasperi, appoggiava (a parole) il progetto dei consigli di gestione delle fabbriche, di ispirazione sovietica, ma nel contempo non nascondeva il suo anticomunismo e il suo riferimento ideale alla dottrina sociale della Chiesa.
La politica epurativa nell’Italia unificata non fu diversa da quella già iniziata l’anno precedente dai governi del Sud. Caddero poche teste e le meno importanti, si salvarono e spesso si riciclarono brillantemente gli opportunisti e i voltagabbana. In più, ad aggravare la situazione di smarrimento, aveva concorso l’attività dei vari “tribunali popolari”, ai quali gli Alleati, abbastanza cinicamente, avevano lasciato libertà di manovra per qualche settimana successiva alla Liberazione, sufficienti per celebrare processi senza reali garanzie di difesa, seguiti da frettolose fucilazioni, il cui preciso numero non fu mai determinato, ma fu comunque nell’ordine delle diverse migliaia. Infine, strascico inevitabile di ogni dopoguerra, una delinquenza comune scatenata era difficilmente contrastata da forze di polizia anch’esse ovviamente colpite dal disastro bellico, disorganizzate, senza mezzi e con scarsità di uomini.
Insomma, l’Italia liberata e riunificata era tutt’altro che un’Italia pacificata e indubbiamente l’uomo della strada, che doveva lottare con concreti problemi quotidiani di sopravvivenza, di coabitazioni forzate per il gran numero di case distrutte dai bombardamenti, di disoccupazione, si sentiva lontano mille miglia da una risorta classe politica che appariva più impegnata a discutere dei massimi sistemi che a provvedere ai concreti bisogni popolari.
A sua volta la grande borghesia industriale, che pur aveva saputo fiutare in anticipo il cambio del vento (significativo, ad esempio, fu l’apporto dato alla Resistenza dal dominus della Fiat, Valletta), si sentiva minacciata dai grandi progetti di rivolgimenti sociali che i partiti di sinistra progettavano, preconizzavano o minacciavano. Esisteva anche, ma non aveva obiettivamente un vero peso, né rappresentava una reale minaccia di restaurazione, il gruppo dei fascisti “irriducibili”, (Quelli rappresentati dai vari Pisanò, Leccisi, Almirante), impossibilitati ad avere una pubblica espressione politica, ma esacerbati da una sconfitta le cui ferite erano ancora aperte e sanguinanti.
Potremmo insomma dire, senza tema di esagerazioni, che era l’Italia degli scontenti. Gli operai del Nord, protagonisti dei primi, veri scioperi politici ancora sotto occupazione tedesca, vedevano la promessa rivoluzionaria “ammortizzata” nella collaborazione con democristiani e liberali da parte di quegli stessi che si proponevano come leader rivoluzionari.
La piccola borghesia e quella parte di classe operaia che non si riconosceva nel marxismo non comprendeva la collaborazione democristiana coi marxisti. La parte più elitaria del Paese, intellettuali, borghesia industriale, classi più agiate, tendenzialmente portata verso il risorto partito liberale, non comprendeva la partecipazione di questo partito a quell’esarchia del CLN che sempre più appariva come un magma, aggravato dalla mancanza di una reale rappresentatività, derivante dal fatto che non si erano ancora tenute libere elezioni.
Abbiamo voluto soffermarci su questo quadro dell’Italia dell’immediato dopoguerra perché più facilmente comprenderemo come il grido di “abbasso tutti”, lanciato l’anno precedente da Guglielmo Giannini, avesse trovato un ancor più ampio uditorio nel Paese riunificato. Inizialmente dalle colonne dell’Uomo Qualunque Giannini aveva salutato la nascita dei “nuovi politici” del Nord, diversi dai profittatori e dagli “u.p.p.” (uomini politici professionali) del Sud. Vedeva in essi la nuova guida del Paese:
“ …professionisti, i mestatori, gli speculatori del politicantismo erano tutti a Roma…in Alta Italia erano rimasti quelli che volevano far seriamente le cose; ed ecco perché mentre a Roma la politica si è impantanata nella farsa, nel Nord ha avuto bagliori di tragedia. Tre giorni di vera epurazione nell’Italia settentrionale hanno spazzato via più fascismo di quanto, in tanto tempo e con tanta fatica e spesa, non ne ha disturbato il complicatissimo organismo sedente a Roma…”
Ma la fiducia entusiastica negli uomini del Nord fu di breve durata. Così come dopo la liberazione di Roma Giannini aveva fatto il giro di tutti i partiti politici, ricavandone solo delusioni, ora dopo la liberazione nazionale sterzava bruscamente dalle sue iniziali lodi e tornava agli abituali toni sarcastici:
“Dopo l’entusiasmo della Liberazione subito la miseria morale dei soliti ometti in cerca di stipendio ci ha violentemente richiamati alla realtà… un gruppo di energumeni ha cominciato a strillare le solite cretinissime formule, a minacciare i soliti finimondi, rivendicando la rappresentanza esclusiva del solito popolo e delle solite masse, se non addirittura di tutta l’Alta Italia; e pretendendo di parlare a nome di milioni di innocenti che non hanno invece aperto bocca… sul disordinato corale, quattro sole parole si sono udite distintamente: ORA TOCCA A NOI. E questo, con buona pace di Nenni che lo chiama vento (del Nord, N.d.R.), di Pacciardi che lo chiama sospiro, è il rutto del Nord”.
Pur nel suo confusionismo, Giannini non rinunciava però a cercare un riferimento politico e il più naturale gli sembrava il Partito Liberale. Le sue posizioni erano in fondo, in parte, di liberalismo puro e assoluto, immaginando uno Stato che non fosse altro che quel “governo del buon ragioniere” invocato dai primi numeri dell’Uomo Qualunque. Intanto dalle colonne del settimanale sferzava anche la borghesia, capace di aver creato l’industria e quindi il lavoro in Italia, invitandola a riprendere il suo ruolo, senza pavide attese per capire che vento tirasse.
Un incontro con Benedetto Croce, che considerava “maestro”, lo deluse però profondamente, per le posizioni elitarie espresse dal filosofo, mentre lui, Giannini, si sentiva ormai portavoce di una grande massa di individui, appunto di tutti gli uomini “qualunque” che non fanno politica, che vogliono vivere in pace e lavorare in pace. Maturavano le condizioni per compiere il passo che avrebbe portato in poco tempo agli Altari e poi nella polvere l’Uomo Qualunque, ossia la trasformazione di quello che ormai era un movimento di opinione espresso dal settimanale, e successivamente anche dal quotidiano Il Buonsenso, in partito politico.
Sollecitazioni in tal senso erano pervenute a Giannini dai suoi lettori e dai suoi molti ammiratori, anche se già la creazione di un Partito, era, a ben guardare, una contraddizione in termini, perché Giannini aveva riscosso tanto successo proprio criticando tutti i partiti e la stessa “politica dei partiti”, invocando lo “stato ragioniere”, rifiutando quello “Stato etico” che, in base alle ideologie, espresse dai partiti, pretende di creare una morale e una direttiva di vita per i cittadini. Lo stesso commediografo era perplesso, perché conscio che il suo mestiere era quello di scrittore e di commediografo, non certo di leader politico. Ma i suoi inviti a Vittorio Emanuele Orlando, poi a Bonomi e successivamente a Nitti, affinché si mettessero alla guida del nuovo Partito, caddero nel vuoto. E così l’8 agosto 1945, con un articolo dal pomposo titolo “grido di dolore”, Giannini annunciò la fondazione del nuovo partito politico:
“Cari amici, credo sia giunto il momento di dare una struttura non più solamente giornalistica alla CORRENTE DELL’UOMO QUALUNQUE, che il nostro giornale non ha creata, ma innegabilmente ha rivelata. Per la pace della mia coscienza, debbo ripetere quanto ho scritto più volte: né io, né nessuno dei redattori e collaboratori che mi onorano desideriamo diventare ministri, sottosegretari, deputati, sindaci, consiglieri comunali e altro del genere… il “grido di dolore” che da ogni parte d’Italia si leva verso l’Uomo Qualunque non può più essere inascoltato… bisogna fare qualcosa, e dunque facciamola”.
“… Abbiamo già un punto sul quale siamo tutti d’accordo ed è questo: VOGLIAMO VIVERE IN PACE E LIBERAMENTE, NELLA MAGGIORE E MIGLIORE PROSPERITÀ, AMMINISTRATI DA UN GOVERNO CHE CI DIA I PUBBLICI SERVIZI NECESSARI, CI FACCIA RITROVARE LA VOGLIA DI LAVORARE GARANTENDOCI LA SICUREZZA DELLA VITA E DEI BENI, E NON CI ROMPA I CORBELLI OBBLIGANDOCI A PENSARE SECONDO QUESTA O QUELLA DOTTRINA POLITICA…”
Il “programma” del nuovo partito era abbastanza vago, ma la sua forza iniziale stava proprio in questo: l’Uomo Qualunque si presentava di fatto come un contenitore dove poteva stare di tutto, dove potevano trovare spazio persone con le idee più diverse, accomunate però da quell’innegabile disagio che percorreva la vita nazionale.
Parliamo di forza “iniziale” perché, come vedremo, questa sarà anche la debolezza intrinseca del partito, che prenderà il nome di Fronte dell’Uomo Qualunque e che sarà una vera meteora nel panorama politico italiano.
Una delle principali, e fondate, critiche che l’Uomo Qualunque rivolgeva ai partiti del CLN era la loro mancanza di rappresentatività; proprio a sottolineare invece il carattere ultra democratico del Fronte, Giannini invitò i suoi lettori e ammiratori a costituire spontaneamente ovunque i “nuclei”, ossia la struttura di base. Bastavano da cinque a cinquanta persone per costituire un “nucleo” del Fronte dell’Uomo Qualunque: a una settimana dalla pubblicazione del “grido di dolore” le strutture di base, che eleggevano al loro interno i capi, erano già oltre duemila, sparse per tutta Italia. Il successo del nuovo partito era, come quello del settimanale, travolgente.
Ma un partito deve avere di norma una linea politica e l’estrema vaghezza del messaggio qualunquista fece sì che da subito i vari nuclei sparsi per il Paese esprimessero le posizioni più diverse, ma che tutte comunque potevano trovare un appiglio con quel messaggio di Giannini, che si poteva definire un mix di liberalismo, antifascismo, anticomunismo, antinazionalismo, anarchismo, e altro ancora, il tutto unito dalla comune protesta contro le condizioni generali del Paese e contro la nuova classe politica al potere.
Da quanto finora abbiamo visto, appare chiaro che Guglielmo Giannini era soprattutto un passionale che aveva saputo, con l’istinto dell’uomo di teatro, capire e interpretare sentimenti diffusi. Del resto lo stesso Giannini non aveva alcun timore nell’esprimere con la stessa veemenza concetti opposti. Il suo odio per la guerra faceva a pugni con la sua iniziale ammirazione per gli “uomini del Nord”, che la guerra partigiana l’avevano fatta. Il suo irridere al concetto di patria e di nazione cozzava contro le sue frequenti richieste di ridare dignità alla “grande, comune Madre, la nostra Italia”. E potremmo trovare molte altre contraddizioni, forse più apparenti che sostanziali, perché un messaggio di fondo il qualunquismo comunque l’aveva; ed era il reclamare il diritto del cittadino a vivere in pace la sua realtà quotidiana.
Detto così, il messaggio sembra banale; non lo era, se consideriamo che il Paese usciva disastrato dal ventennio di totalitarismo e paventava di entrare in altre forme di totalitarismo. Una sciagurata e lunga esperienza di Stato-Partito, il fascismo, che entrava in tutti gli aspetti della vita economica, sociale, lavorativa, e anche privata, pretendendo di forgiare uomini e coscienze, non poteva che generare crisi di rigetto verso quanti altri, uomini o partiti, si ponessero a loro volta come portatori della Verità. Ed era facile affermare, con un battuta che era tale fino a un certo punto, che l’italiano, già oppresso da un partito (quello fascista), non voleva ora essere oppresso da sei partiti (quelli del CLN).
Ma torniamo alla nascita dei “nuclei”, che, come dicevamo, avvenne su base spontanea e con elezioni interne dei dirigenti. Si ebbe così un po’ di tutto, da nuclei rappresentati da monarchici, ad altri costituiti perlopiù da liberali, alle prime infiltrazioni dei neofascisti (privi ancora di un loro partito). Addirittura a Caserta un nucleo del Fronte dell’Uomo Qualunque elesse a suo dirigente un locale esponente comunista.
Giannini si rese conto che la “rapida, entusiastica autorganizzazione dell’Uomo Qualunque” era anche il suo punto debole e ben presto il “partito dei senza partito” si sarebbe dato le strutture classiche di un partito politico, con tessere, distintivi, organi gerarchici e consiglio di disciplina. In un primo “bilancio dell’Uomo Qualunque”, pubblicato sul settimanale il 19 settembre 1945, Giannini ribadiva il grandissimo successo conseguito dal nuovo partito e anzitutto replicava all’inevitabile accusa di fascismo, col suo abituale stile irruente:
“Noi non siamo fascisti, e lo dimostriamo – parlando chiaro come il fascismo non ha mai fatto – votando, come il fascismo non ha mai permesso – costituendo la nostra organizzazione DAL BASSO – come il fascismo non ha mai voluto e potuto fare! L’ultimo dei capi nucleo dell’U.Q. ha più autorità di Togliatti, di Nenni, di Carandini, di Cianca, di De Gasperi, di Ruini, CHE NESSUNO HA MAI ELETTI E NOMINATI e che non rappresentano che sé stessi. Il solo fascismo agente ed esistente in Italia è il loro…”
“Dunque, non spaventarsi dell’accusa di fascismo che oggi, come giustamente dice il ministro inglese Bevin, si muove contro chi non fa comodo; e a chi ci dà del fascista, dare del cornuto e del pederasta in legittima ritorsione d’ingiuria. E, potendolo fare senza inguaiarsi, rompergli la faccia di ebete e di figlio di puttana…”
Quanto alla linea politica, Giannini ribadiva le sue simpatie per il liberalismo: “Noi abbiamo il più bello, il più nobile, il più ricco, il più collaudato programma politico: quello del LIBERALISMO, sfrondato delle sciocchezze dei nuovi e vecchi fregnoni del sedicente Partito Liberale Italiano, e, principalmente, ripulito di quella criminosa e infruttifera cretinaggine che è l’anticlericalismo di maniera, il laicismo parolaio e inconcludente”.
A Roma, dal 16 al 19 febbraio 1946, si svolse il primo congresso Nazionale del Fronte dell’Uomo Qualunque. Pur in una certa confusione, favorita da quello spontaneismo che aveva caratterizzato la nascita stessa del Partito, Giannini poté tracciare un bilancio ampiamente positivo sia dal punto di vista politico , sia dal punto di vista organizzativo. La sua azione politica, in poco più di un anno, aveva ridimensionato il potere del CLN, aveva, seppur in parte, contribuito alla caduta di Parri, messo alla berlina le intime contraddizioni dei democristiani e dei liberali.
Col Fronte avevano stretto patti di alleanza anche altri gruppi (il Partito Laburista, i gruppi monarchici del generale Bencivenga, persino l’Alleanza Democratica del socialista, ed esule antifascista, Antonio Labriola). L’Uomo Qualunque era il settimanale più diffuso d’Italia e dal 30 dicembre 1945 era affiancato anche dal quotidiano Il Buonsenso, nonché da una trentina di fogli locali. In concorrenza con la Democrazia Cristiana, Giannini ribadiva che “crediamo in un’etica e abbiamo una morale: l’etica, la morale cristiana, che vogliamo accettare e accettiamo dalla Chiesa Cattolica, maestra davanti alla quale vogliamo chinare e chiniamo umilmente il capo”.
Il motivo religioso si inseriva poi in un contesto europeista, di “abbraccio generale dei popoli europei”, auspicando la nascita degli “Stati Uniti d’Europa”, col ripudio del militarismo e dei nazionalismi, che avevano portato alle catastrofi di due guerre. Veniva ribadita la linea liberale, secondo la quale l’unica concessione da fare allo Stato era la gestione delle ferrovie, mentre per il resto l’iniziativa privata doveva essere libera da ogni vincolo.
Si avvicinava la data del 2 giugno 1946, quando gli italiani sarebbero stati chiamati alle urne, per la prima volta con suffragio realmente universale, per scegliere tra monarchia e repubblica e per eleggere i deputati dell’Assemblea Costituente, che avrebbe dovuto elaborare il progetto della nuova Costituzione. Il 10 dicembre del 1945 Alcide De Gasperi aveva costituito il primo governo a guida democristiana, ancora sostenuto dai sei partiti del CLN.
La campagna elettorale fu lunga e drammatica, punteggiata da molti disordini di piazza e violenze fomentate dai comunisti che mostravano il loro doppio volto, di partito di governo e di organizzazione rivoluzionaria, che non aveva ancora smobilitato l’apparato paramilitare della guerra partigiana. Da parte sua la Democrazia Cristiana incentrò la sua campagna elettorale in buona parte sull’anticomunismo, come risposta ai timori suscitati non solo dai tumulti di piazza, ma anche da quanto andava accadendo nell’Europa Orientale, dove nei Paesi occupati dalle truppe sovietiche si instauravano via via le “democrazie popolari”, eufemismo che stava ad indicare i regimi a partito unico comunista.
In questo strano clima politico, con i due principali partiti di governo che si combattevano tra di loro, Giannini affrontò la campagna elettorale con il suo consueto impeto: famoso restò un suo comizio ad Avellino dove, fischiato dalla folla comunista che aveva riempito la piazza per impedirgli di parlare, rispose con la frase “razza di cretini, prima lasciatemi parlare, poi deciderete se fischiarmi”. Tenne duro per venti minuti, poi la folla dei contestatori si stancò, mentre lui, imperterrito, proseguiva il suo discorso per la prevista durata di un’ora.
I risultati del 2 giugno videro, come noto, la vittoria di misura della Repubblica (che si affermò con 12.717.923 voti, pari al 54,3%). All’Assemblea Costituente la DC , con 8.080.664 voti (pari al 35,2%), ottenne 207 seggi. I comunisti ebbero il 19% dei voti (4.536.686) e 104 seggi, di poco superati dai socialisti, che ottennero 115 seggi.
Ma la Democrazia Cristiana, sommando i propri seggi a quelli dei partiti di centro e di destra, deteneva la maggioranza. Le sinistre non erano riuscite a conquistare il primato parlamentare che avevano preconizzato. Quanto al nostro protagonista, il Fronte dell’Uomo Qualunque ottenne un’affermazione lusinghiera, con 1.211.956 voti, pari al 5,3% e a 30 seggi (che diventeranno 31 grazie ai recuperi sul collegio unico nazionale).
Non erano pochi voti, se si considera che provenivano soprattutto dal Sud, dove Giannini, convinto repubblicano, si era alienato non poche simpatie di quell’elettorato, che aveva votato per oltre il 60% a favore della Monarchia. Ma soprattutto fu notevole il successo personale di Giannini, che fu terzo, dopo De Gasperi e Togliatti, per numero di preferenze ricevute. In tutto votarono per il commediografo napoletano quasi 200.000 elettori.
De Gasperi presentò le dimissioni e ricevette di nuovo l’incarico di costituire il nuovo governo, da Enrico De Nicola, eletto il 28 giugno dall’Assemblea Costituente capo provvisorio dello Stato.
Dopo una campagna elettorale all’insegna dell’anticomunismo, De Gasperi costituì il nuovo governo (che entrò in carica il 14 luglio 1946) con la partecipazione di comunisti, socialisti e repubblicani. Questo fu un invito a nozze per Giannini, che poté accentuare i suoi attacchi ai demofradici cristiani, accusati di essere un “partito biscia”, infido e che aveva tradito i suoi elettori.
Se del vero c’era nelle affermazioni del ribollente leader dell’Uomo Qualunque, è anche vero che De Gasperi, col suo consueto pragmatismo, capiva che una rottura coi comunisti avrebbe portato ad enormi difficoltà nei lavori della redazione della nuova carta costituzionale, soprattutto in un punto che stava molto a cuore alla DC, ossia il riconoscimento costituzionale dei Patti Lateranensi. D’altra parte Giannini aveva facile gioco nel sostenere che a questo punto il suo partito era l’unico vero punto di riferimento per l’elettorato cattolico e anticomunista. Qualcosa però si muoveva nella stessa sinistra: nel gennaio del 1947 la componente moderata socialista, rappresentata da Saragat, si distaccava dal PSIUP per fondare il PSLI (Partito Socialista dei Lavoratori Italiani), mentre il PSIUP tornava la vecchia sigla PSI.
Forse De Gasperi sottovalutava il disagio dell’elettorato democristiano, forse non aveva capito che sotto la cenere di un generico malcontento covava un fuoco su cui Giannini stava soffiando con energia. E le elezioni amministrative del novembre di quell’anno (siamo nel 1946) furono un sonoro campanello di allarme. Il preconizzato, da Giannini, “Vento del Sud”, prendeva l’intensità di una tempesta, rischiando di spazzare via la Democrazia Cristiana, che pochi mesi prima, il 2 giugno, si era laureata partito di maggioranza relativa.
A Roma il Fronte dell’Uomo Qualunque superava, seppur di poco (il 20,7% contro il 20,3%) la DC. A Bari, Catania, Foggia, Lecce, Messina, Palermo, Salerno si affermava come partito di maggioranza.
Ma se al Sud l’affermazione delle liste del “torchietto” era stata strepitosa, anche al Nord venivano conquistati diversi seggi in città dove la presenza dell’Uomo Qualunque era stata, pochi mesi prima, irrilevante. 5 seggi a La Spezia, 4 a Mantova, 7 a Torino, 8 a Firenze; non erano certo grandi cifre, ma divenivano importanti laddove si considerava che in quelle città la lista di Giannini non aveva riscosso quasi nessun suffragio alle elezioni del 2 giugno.
Fu l’apice per il partito di Guglielmo Giannini e fu anche l’inizio della sua fine. La DC rifiutava la collaborazione con l’Uomo Qualunque a Roma, preferendo il commissariamento, inevitabile non volendosi alleare neanche con le sinistre. D’altra parte il partito di De Gasperi iniziava una profonda revisione interna, rendendosi conto che il suo elettorato aveva radici anche su quella borghesia piccola e media che si era sentita tradita e che si era vendicata. La collaborazione con le sinistre poteva durare ancora poco, giusto il tempo necessario per portare a termine i punti fondamentali della Carta Costituzionale, ma proseguendo avrebbe portato all’affossamento del partito democristiano. Giannini da parte sua, imbaldanzito dal grande successo alle amministrative, palesò in pieno la sua personalità di non – politico, con un’iniziativa sconcertante, che, insieme alla mutata strategia democristiana, portò alla fine politica dell’ Uomo Qualunque.
Offeso dal rifiuto democristiano di guidare insieme al Fronte dell’Uomo Qualunque il Comune di Roma, Giannini, proiettando i risultati delle amministrative nelle future elezioni politiche (quando l’Assemblea costituente avesse terminato il suo compito, le nuove elezioni dovevano determinare la composizione del primo parlamento repubblicano), prevedeva possibile la conquista di oltre un centinaio di seggi, che avrebbero consentito all’Uomo Qualunque di costituire il Governo insieme alle sinistre, tagliando fuori i democristiani.
L’affermazione era sconcertante, considerando che Giannini aveva fatto dell’anticomunismo uno dei suoi cavalli di battaglia, rinfacciando alla DC il suo anticomunismo solo a parole, seguitando la collaborazione al governo con Togliatti e Nenni. Ma era meno strana se si considerava che per Giannini questo rappresentava un ritorno al qualunquismo “puro” che, perseguendo lo “stato amministrativo”, non poneva alcuna pregiudiziale ideologica.
Giannini non era un politico, Togliatti e De Gasperi erano due ottimi cervelli politici, ciascuno pragmatico al punto giusto. E l’ingenuo commediografo napoletano restò stritolato tra i due personaggi che si era illuso di poter dominare, essendo lui a capo del “partito più immenso”, come ebbe a scrivere in un refuso che restò famoso. Tra Togliatti e Giannini iniziò un dialogo, condotto sulle colonne dell’Unità e dell’Uomo Qualunque. Mentre il leader comunista riconosceva le radici popolari del qualunquismo, Giannini arrivava a definire il suo partito come un partito di “extra sinistra, che va aldilà del comunismo e oltre il comunismo”, chiedendo però a Togliatti quali garanzie lui dava di volere un comunismo italiano, non totalitario e non dipendente dalla casa-madre di Mosca.
Erano, come si vede, domande a dir poco ingenue, poste in quello che Giannini definì come un “bellissimo dialogo tra gentiluomini”. La stravagante nuova posizione di Giannini verso il comunismo fu ribadita anche nel secondo congresso del partito, tenutosi a Roma dal 21 al 26 settembre 1947. C’era di che lasciar smarriti gli elettori che avevano dato il loro voto a un Uomo Qualunque decisamente e sicuramente anticomunista.
Ma se l’elettorato era smarrito, i deputati e gli assessori qualunquisti erano invece impegnati in lotte interne di potere che obbligavano di continuo il “Fondatore”, come Giannini era chiamato nel suo partito, a intervenire con provvedimenti di disciplina. Nel frattempo si avverava anche la svolta democristiana: il 31 maggio 1947 De Gasperi costituiva il suo quarto governo, che rappresentava la fine dell’esperienza del CLN e l’inizio di quella svolta moderata che l’elettorato aveva chiaramente reclamato con i risultati alle amministrative del novembre precedente. Il nuovo esecutivo vedeva la partecipazione dei liberali, ai quali si sarebbero aggiunti, alla fine dell’anno, i repubblicani e i socialdemocratici di Saragat.
Con i soli voti democristiani e liberali però il governo non avrebbe avuto la maggioranza; e la fiducia arrivò con i trentuno voti qualunquisti, decisi dopo una tumultuosa seduta della direzione del Fronte dell’Uomo Qualunque, nella quale Giannini, trovatosi in minoranza (era deciso a negare la fiducia a De Gasperi), iniziava a rendersi conto che la sua creatura gli stava sfuggendo dalle mani.
Estromessi i comunisti dal governo, assicuratosi una maggioranza più stabile con la cooptazione di repubblicani e saragattiani, De Gasperi poté affrontare con piglio deciso e ottimistico la campagna elettorale per le elezioni politiche del 18 aprile 1948.
I risultati di queste elezioni, per quanto riguarda il duello principale, quello fra DC e socialisti e comunisti (uniti sotto la denominazione di Fronte Democratico Popolare), sono noti: col 48,5% la DC ottenne 305 seggi, contro i 183 conquistati dalle sinistre.
Il Fronte dell’Uomo Qualunque, presentatosi insieme al Partito Liberale con la lista “Blocco Nazionale”, ebbe solo il 3,8% dei voti (nel 1946 l’Uomo Qualunque, da solo, aveva avuto il 5,3%). Solo nove uomini dell’Uomo Qualunque entrarono in Parlamento, contro i trentuno della costituente. Rispetto poi ai voti delle amministrative del novembre 1946, era il crollo. La Democrazia Cristiana aveva saputo riprendersi lo spazio occupato da Giannini, con quella virata moderata che era esattamente quella che chiedevano i numerosissimi “uomini qualunque” che per un breve periodo avevano dato la loro fiducia al commediografo napoletano. La Democrazia Cristiana si sarebbe definita poi “partito interclassista”, termine molto più elegante di “partito dell’uomo qualunque”.
Per il povero Giannini, che ebbe anche l’amarezza di entrare alla Camera solo un anno e mezzo dopo il 18 aprile 1948, quando fu accolto il suo ricorso circa errori nei conteggi dei voti di preferenza in diverse circoscrizioni, iniziarono anche i guai finanziari.
Il quotidiano Il Buonsenso era pieno di debiti, la struttura del partito era cresciuta a dismisura (e con essa i costi), ma i finanziamenti, in particolare quelli della Confindustria (come ammise lo stesso presidente Costa) non arrivavano più. Il Fronte ormai non serviva più. Fu il Vaticano, tramite l’arcivescovo di Lepanto, monsignor Ronca, a evitargli anche un’accusa di bancarotta fraudolenta, coprendo buona parte dei debiti.
Il tramonto politico di Giannini fu malinconico. Presentatosi come indipendente nelle liste democristiane nel 1953, ottenne solo 13.432 voti e non fu rieletto. Ritentò nel 1958, iscrivendosi nelle liste monarchiche con l’intercessione del generale Messe. E fu giocato come un bambino dal signore e padrone del partito monarchico, l’armatore Achille Lauro. Questi infatti, eletto in tre collegi, Roma, Napoli e Milano, optò per Roma, chiudendo così la strada a Giannini, primo dei non eletti in quella circoscrizione e facendo invece entrare a Montecitorio l’ex qualunquista Bruno Romano, primo dei non eletti a Napoli.
Giannini morì a Roma il 13 ottobre 1960, alla vigilia del suo sessantanovesimo compleanno. Si era ritirato dalla vita politica, era amareggiato e si occupava solo della pubblicazione del suo settimanale, ormai ben lontano dalle centinaia di migliaia di copie di un 1945 lontano mille anni luce.
E la parola “qualunquista” è rimasta nel linguaggio politico con tutta la sua valenza spregiativa. Ci sembra ingiusto. Il qualunquismo fu un fenomeno legato ad un momento particolarissimo. Anzitutto troviamo del tutto scorretto volerlo assimilare al neofascismo, come spesso si è fatto, perché non ne ebbe alcune delle caratteristiche. Fu piuttosto l’espressione di una realtà che ancor oggi, seppur in ben diverse situazioni, affligge il nostro Paese: il distacco tra cittadini e classe politica. Giannini ebbe diverse intuizioni geniali, ma del tutto fuori del tempo in cui viveva: oggi si opera per l’unità europea, che lui già invocava nel 1946. Spezzò, in anticipo su molti, tanti miti di cui oggi si riconosce la negatività, primo fra tutti quello nazionalista. Seppe condurre una polemica disordinata e spesso contraddittoria, ma comunque sempre imperniata su un amore per la libertà, quasi più anarchico che liberale.
Di sicuro non era un politico e il suo vero errore fu quello di entrare in un meccanismo che lo stritolò. Un paragone ci viene in mente: Giovannino Guareschi. Il creatore di Don Camillo e Peppone condusse a sua volta una grande battaglia politica dalle colonne del suo giornale; Ma seppe non fare il passo di troppo (pur da molti consigliato) di entrare nella politica attiva. Se anche Giannini avesse avuto questa prudenza, oggi lo ricorderemmo solo come lo scrittore che, con tutte le sue stravaganze, le sue “parolacce”, il suo esibizionismo, aveva però lanciato un grido in difesa del diritto alla vita tranquilla di quell’Uomo Qualunque che, ci piaccia o meno, costituisce la maggioranza della società.
(2 - Fine)
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BIBLIOGRAFIA- Abbasso Tutti - Giannini e il qualunquismo, di Ettore La Serra - Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1970
- L’Uomo Qualunque, 1944-1948, di Sandro Setta - Editori Laterza, Bari 1975
- Il Fronte dell’Uomo Qualunque, di Antonio Costabile - Armando Siciliano Editore, Messina 1991
- Da Cavour a… storia dei governi italiani, di Luca Mattioli - Editrice Zen Iniziative, Novara 2001
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