Storia dei braccianti romagnoli che nel secolo XIX bonificarono il litorale
romano. Governo unitario e migliaia di uomini sconfissero paludi e malaria
LA BATTAGLIA DEI RAVENNATI
CHE SALVARONO OSTIA DALLE ACQUE
di PAOLO PALLICCIA
La storia contemporanea, in particolar modo quella del Novecento, ha molti episodi, gesta, situazioni che non hanno mai “raggiunto” le grandi folle perché, per diverse ragioni, da quelle storiografiche a quelle politiche, tutto ha reso certi argomenti poco conosciuti o etichettati troppo in fretta come “storia di nicchia” e quindi per pochi intimi. Molto spesso, però, come nel caso dell’epopea dei ravennati ripresa in questo articolo, delle vicende storiche un po’ marginali – almeno all’apparenza – hanno rivestito un ruolo storico e sociologico molto importante. Per questo motivo, la storia di fatica e di coraggio che, più di un secolo fa, ebbe come protagonisti i braccianti romagnoli c’è sembrato degna di essere rivisitata e riproposta a tutti gli appassionati di storia.
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Area di bonifica sul litorale
della zona di Ostia
La località di Ostia è conosciuta ai più per il suo glorioso passato e, ai nostri giorni, per la brulicante attività estiva delle sue discoteche e delle sue spiaggie. Pochi conoscono il sacrificio – in molti casi pagato con la stessa vita – che, sul finire del XIX secolo, centinaia e centinaia di braccianti ravennati profusero dando il via al grande risanamento idraulico e fondiario degli acquitrini malsani che allora formavano il litorale. L’area del litorale romano, nella zona compresa tra Ostia e Fiumicino, è caratterizzata dalla presenza della foce del fiume Tevere. Negli anni precedenti la bonifica, a nord del fiume si estendeva lo stagno di Maccarese con le paludi di Porto, di Campo Salino, dell’Isola Sacra; mentre a sud si trovava lo Stagno Ostiense e, collegate allo stagno, c’erano le antiche saline. Il paesaggio era formato in prevalenza da aree boschive e terreni paludosi che, vista l’impossibilità dell’acqua stagnante di defluire verso il mare, ricoprivano l’intera area in modo quasi permanente. Nel corso dei secoli, il variare della sua conformazione, ha profondamente mutato l’aspetto geomorfologico del litorale, utilizzato fin dall’antichità come scalo marittimo. Nel corso dei secoli, la presenza del fiume, aveva facilitato la comunicazione tra la città di Roma ed il litorale e, al contempo, aveva reso possibile l’insediamento umano; però, le numerose piene del Tevere e la violenza con cui si manifestavano, resero la sua presenza un fattore destabilizzante e distruttivo, di conseguenza la conduzione economica di questa parte dell’Agro romano assumeva aspetti particolari e solo alcuni piccoli lembi di terra potevano essere messi a coltura.

Quando nel 1878 lo Stato unitario promulgò le prime leggi per il risanamento idraulico dell’Agro romano, Ostia e tutto il litorale erano aree occupate da stagni e paludi, dove la malaria ed altre malattie rendevano l’insediamento impossibile e rischioso. Lo stesso discorso di poteva fare per la zona limitrofa di Maccarese (nome che deriverebbe da “Vaccareccia” o “Vaccarese”, perché fin dall’antichità vi si praticava il pascolo delle vacche, di razza maremmana, e, spesso, quello dei bufali). Fra il 1858 e il 1868 i tecnici dello Stato Pontificio avevano tentato il risanamento idraulico d’alcune zone litoranee ma, i loro tentativi, non ebbero grande fortuna; ben presto le zone che erano state interessate dai lavori tornarono al loro stato insalubre e paludoso. Comunque è interessante vedere come furono portati avanti questi tentativi.
Il governo Pontificio, con l’intento di riportare alla produttività le antiche saline e di bonificare lo Stagno di Ostia, costituì nel gennaio 1858 la Società Pio- Ostiense. L’onere che la società Pio-Ostiense si era assunta era grande: infatti migliorare la produzione salina e riconsegnare lo Stagno di Ostia alla coltivazione erano obiettivi, per le capacità tecniche dell’epoca, molto difficili. La società era sostenuta da capitale francese ed aveva un consiglio d’amministrazione composto dal principe Giovanni Ruspoli e da illustri banchieri. Il primo progetto che venne applicato fu quello dell’ingegnere francese Froyer; l’ingegnere fece costruire un canale che partiva dalla zone occidentale della tenuta di Dragone, con il compito di convogliare le acque del fiume verso lo Stagno ostiense e, quindi, di accelerare il processo di riempimento dello Stagno che si verificava dopo le piene del Tevere. Come riferito da Lattanzi nel saggio Pane e Lavoro, Storia di una colonia cooperativa: i braccianti romagnoli e la bonifica di Ostia, «L’intendimento del francese era sicuramente apprezzabile ed in seguito i sostenitori della bonifica “per colmata” saranno numerosi e ben agguerriti; ma la sua febbrile attività incontrò diversi problemi legati sia alla natura del luogo, sia ad un errore nel calcolo della pendenza del canale derivatore Tevere-Stagno. L’area deltizia, infatti, si prestava poco ad opere d’ingegneria idraulica: la fitta vegetazione e i continui dislivelli dei terreni creavano continue difficoltà mentre un intricato labirinto di “gronde” e “piscine” richiedeva l’utilizzo di ingenti mezzi finanziari e di tecnologie d’avanguardia, non ancora disponibili. Dighe, canali e “passonate”, in poco tempo furono così inghiottite dalla palude, decretando il fallimento del tentativo».

Dopo il tentativo fatto dal Froyer, ne fu tentato un altro dal prof. Guidi e dall’ing. Fumaroli; il Guidi progettò una macchina idrovora, mentre il Fumaroli s’interessò della costruzione materiale dell’idrovora – La macchina Idrovora è impiegata nell’attività di bonifica per sollevare e asportare l’acqua.
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Un complesso di idrovore
Entrambi auspicavano di poter sollevare meccanicamente, mediante l’idrovora, le acque stagnanti e di convogliarle verso il mare tramite l’antica foce dello stagno, ma ciò non fu sufficiente. Il fallimento arrivò immediatamente, frutto di considerazioni sbagliate e alla scarsa potenza dell’idrovora. Si pensò che per svuotare le paludi di Ostia bastasse togliere le acque presenti nello stagno, ma così non era! Infatti oltre a quelle presenti, arrivavano nella depressione ostiense anche le acque provenienti dalle sorgive e dai terreni posti ad un’altezza maggiore che, come ben presto si vide, convogliavano le loro acque nello stagno. L’ing. Fumaroli, una volta compresi i motivi sopracitati, tentò di ovviare al problema con la costruzione di un sistema di chiuse; purtroppo la cattiva manutenzione del sistema causò l’ennesimo fallimento. Un tentativo ulteriore fu provato dal prof. Moro che con un sistema detto a “foce continua”; il professore fece costruire un condotto sottomarino che doveva aprirsi in acqua alla profondità di m. 1,50. L’impianto pensato dal Moro palesò immediatamente gravi difetti e, come i tentativi precedenti, venne accantonato. A determinare la persistenza delle plaghe non fu soltanto il fallimento dei lavori intentati dal governo pontificio ma anche l’inoperosità delle ricche famiglie nobiliari che negli anni si erano avvicendate nei possedimenti del litorale romano. Queste famiglie, poco interessate alla salute globale dell’ambiente, non tentarono nessuna opera di bonifica privata, accontentandosi di far pascolare il loro bestiame nelle aree malsane. La combinazione fra questi fattori non fece altro che favorire il radicamento della malaria e la sua diffusione.
Lo stato pietoso del litorale era sotto l’occhio di tutti; gli organi istituzionali preposti alla tutela ambientale avevano sottolineato la necessità di un pronto intervento finalizzato al prosciugamento idraulico ed al conseguente risanamento igienico e produttivo delle aree interessate.

Inoltre, dopo che il 20 settembre 1870 Roma era assurta al prestigioso ruolo di Capitale del Regno, le esigenze e gli interessi verso la bonifica cambiarono, innescando nuovi propositi e nuove speranze in politici, tecnici e cittadini. Nel parlamento italiano, a testimonianza di quanto l’insalubre stato delle campagne romane fosse palese e preoccupante, ci furono molti dubbi quando si dovette decidere lo spostamento da Firenze a Roma della Capitale del Regno: molti politici, fra cui Stefano Jacini, espressero forti dubbi legati alla persistenza malarica nell’Urbe. Il 20 ottobre 1870 un R.D. costituì una commissione di studio per la bonifica dei terreni paludosi alla foce del Tevere. La commissione visionò ampiamente le zone insalubri e fece il punto della situazione prendendo nota dei lavori che si sarebbero dovuti compiere per ottenere un adeguato risanamento idrogeologico.
Nel 1873 una seconda commissione (Composta dagli ispettori del Corpo Reale del Genio Civile, Pareto, Brauzzi e Bompiani) presentò alle istituzioni competenti un progetto che prevedeva il prosciugamento degli stagni di Ostia e di Maccarese. Purtroppo, tutti i buoni propositi, rimasero soltanto dei propositi. Al lavoro delle due commissioni non seguì quel grande sforzo d’uomini e di mezzi che serviva per il risanamento e, come era già accaduto per i lavori pontifici, passarono anni senza opere rilevanti. I criteri seguiti per il bonificamento furono due: un primo per “colmata”, seguendo il criterio già intentato dall’ing. Froyer; il secondo, caldeggiato dalla commissione governativa, prevedeva la soluzione idraulica, da attuarsi mediante un sistema di canali che avrebbero dovuto portare le acque dello Stagno sotto il livello del mare in una vasca che avrebbe consentito la raccolta dell’acqua mediante idrovore. Ma anche questo sistema aveva degli inconvenienti – ad esempio sarebbe bastato un evento meteorologico d’ingenti quantità per creare intasamento nei canali – e, per alcuni anni, le discussioni si protrassero animando il dibattito parlamentare e non.

Intanto, un anno dopo il progetto della seconda commissione, qualcosa si mosse nell’ambito dell’igiene preventiva: il Comune di Roma, ben conscio delle difficoltà che la malaria creava a tutti i lavoratori delle zone a rischio, impiantò vicino ad Ostia antica una delle prime stazioni sanitarie, con lo scopo precipuo di aiutare e consigliare gli operai che lavoravano presso gli scavi di Ostia antica e che, quotidianamente, erano a rischio infezione. I medici delle stazioni s’impegnarono molto nel diffondere elementari norme di igiene al fine di prevenire la contrazione del parassita della malaria. Per vedere i primi lavori di bonificamento, contraddistinti da una certa organicità, si dovette attendere il 1884, ovvero quattordici anni dopo il R.D. del 1870 sul bonificamento delle paludi. Si iniziò un’ampia azione di risanamento idraulico degli stagni di Ostia e di Maccarese. Per adempiere all’obiettivo venne chiamata l’Associazione generale dei braccianti di Ravenna. Il 24 novembre del 1884 partirono alla volta dell’Agro romano 500 braccianti e 50 donne ravennati che, da lì a poco, diverranno i protagonisti della bonifica di Ostia e Maccarese. L’Associazione generale dei braccianti di Ravenna aveva avuto in subappalto, dalla Società Canzini Fueter e C., la conduzione dei lavori di bonificamento. La gara d’appalto – vinta dalla Soc. Canzini nel 1884 – prevedeva la bonifica di due comprensori: quello di Ostia-Isola Sacra e quello costituito da Porto- Campo Salino-Maccarese.
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Gruppo di braccianti romagnoli
Le direttive contenute nell’accordo di bonifica prevedevano la conclusione dei lavori entro 48 mesi dal loro inizio ma, le numerose difficoltà incontrate nell’esecuzione, fecero slittare la “consegna” di molto: ci sarebbero voluti sette lunghi anni per terminare le opere preventivate. Come giustamente ricordato da Angelo Celli, quello dei lavoratori ravennati era il primo esempio di emigrazione interna proveniente da un luogo dove non mancavano di certo braccia per il lavoro verso un altro che presentava solo aree paludose e malsane. L’arrivo dei braccianti romagnoli era il frutto della grave crisi economica degli anni’80 del XIX secolo. La crisi che aveva colpito l’intera penisola, in Romagna era stata particolarmente grave: infatti la grande maggioranza degli introiti dell’economia romagnola provenivano dall’agricoltura. L’agricoltura romagnola fondava la sua struttura economica su colture fondamentali come quella risicola che, grazie al sistema delle “colmate”, aveva ricevuto un grande impulso economico.

Però, proprio in quegli anni, la situazione stava cambiando: l’invasione dei mercati europei da parte dei prodotti asiatici provocò un’agguerrita concorrenza che, a lungo andare, danneggiò il sistema economico romagnolo.
In più ci si mise anche la scarsa quantità delle precipitazioni; infatti senza pioggia non c’erano le piene necessarie alla coltura risicola per colmata e tutto il sistema ne era danneggiato. Questo grave andamento dell’economia romagnolo produsse una vera e propria crisi nelle masse lavoratrici. Coltivazioni che richiedevano un’ampia quantità di manodopera lasciarono il campo a coltivazioni stagionali e che richiedevano personale salariato. Tutto questo mise in crisi l’occupazione bracciantile – occupazione che negli anni era cresciuta notevolmente – e la fame iniziava a farsi sentire mentre, nel contempo, crescevano il malcontento e le proteste. Vista la gravissima situazione sociale, il Comune e la Prefettura di Ravenna, chiesero al Governo di aiutare i braccianti fornendogli un’occupazione sicura. Il ricorso alle grandi opere pubbliche sembrò a tutti il rimedio più serio e celere ai problemi dei braccianti romagnoli e, nel caso specifico delle bonifiche, la forza bracciantile richiesta era enorme.
La particolare situazione sociale ed economica del ravennate portò, l’8 aprile 1883, alla fondazione dell’Associazione Generale degli Operai Braccianti del Comune di Ravenna – inizialmente furono 303 i soci fondatori. L’Associazione dimostrò immediatamente la volontà di escludere ogni questione politica e di voler lavorare insieme per evitare le incomprensioni e i litigi, perseguendo un fine comune che doveva essere quello della ricerca del lavoro per tutti i soci. La voglia di occupazione dei braccianti dell’AGOBR – Associazione Generale Operai Braccianti del Comune di Ravenna – trovò subito sfogò in una serie lavori finalizzati alla manutenzione delle strade di Ravenna – il “primo cittadino” ravennate, Pietro Gamba, sensibile alle problematiche sociali ed economiche della città di Ravenna, promosse decisamente la collaborazione fra Municipio e braccianti romagnoli.

Negli anni in cui nasceva l’AGOBR, la provincia romagnola era quasi quotidianamente sul piede di guerra, le agitazioni sociali erano molto frequenti e, ad alcuni ambienti del socialismo più intransigente, non piaceva l’associazionismo dei braccianti ravennati e, di conseguenza, li accusava di non conciliare il loro operato con i principi fondamentali delle rivoluzione. Però, è doveroso precisarlo, i braccianti romagnoli non si staccarono mai dall’ideale socialista e, a testimonianza di ciò, lo stesso Andrea Costa, primo romagnolo ad assurgere alla carica di deputato, grazie al contributo determinante di Alessandro Mussolini, perorò in parlamento le loro esigenze.
L’occupazione dei braccianti ravennati migliorò sensibilmente anche il contesto sociale della provincia. Con la loro parziale sistemazione diminuirono anche le proteste e la situazione sembrò migliorare di giorno in giorno. Lo statuto dell’Associazione era un vero esempio di solidarismo fra soci: l’iscritto era chiamato al rispetto degli obblighi reciproci nei confronti degli altri soci e, grazie alle norme dello statuto, poteva lavorare in un clima di perfetta uguaglianza.
L’alta forma egualitaria dei soci si manifestava anche nel diritto d’ogni singolo iscritto al voto, alle proposte e alle interpellanze. Fra i soci vigeva un alto senso di fratellanza che entrava in gioco appena un socio avesse bisogno d’aiuto.
Anche per ciò che concerneva i doveri, il lavoratore era chiamato a preservare il buon nome dell’Associazione all’esterno e, nel caso non avesse osservato le norme vigenti, nei casi più gravi, sarebbe stato espulso dall’Associazione. Non esistevano soltanto le norme dello statuto, ma anche un regolamento interno che disciplinava il comportamento del lavoratore sul posto di lavoro. Le direttive del regolamento erano severissime in materia di gioco, frodi, violenze, proteste relative alle mercedi e così via; il regolamento, se consideriamo il particolare periodo storico, raggiunse un alto grado disciplinante mai trovato spazio.

L’Associazione, nel rispetto di queste norme, costruì magazzini per gli alimenti,
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Vecchia cartolina con veduta
dell’antica Ostia
alloggi e infermerie. Il loro lavoro, la loro organizzazione e serietà portarono, nel giro di pochi mesi, ad un incremento notevole degli iscritti che, dagli iniziali 303 arrivarono ai 2547 dell’agosto 1885. Quella fra i braccianti romagnoli fu la prima cooperativa costituitasi fra i lavoratori delle campagne italiane e, in un lasso di tempo molto breve, riuscì a dare un esempio di partecipazione sociale e di solidarietà fra i componenti del proletariato che lasciò un segno indelebile nelle coscienze di chi ne fece parte e di chi vide nell’Associazione un esempio sociale da seguire. Come abbiamo sottolineato nelle pagine precedenti, le opere pubbliche furono viste come l’unico rimedio possibile per fronteggiare la disoccupazione bracciantile nel ravennate. In virtù di ciò il risanamento igienico della Campagna romana sembrò un’ottima soluzione lavorativa e, il 16 marzo del 1884, dopo essersi riuniti in assemblea al teatro Mariani di Ravenna l’AGOBR decise di prendere parte all’esecuzione dei lavori idraulici nella Campagna romana. Un elemento che sicuramente contribuì alla decisione di partire per Roma fu l’oggettiva analisi della situazione in cui i braccianti si sarebbero trovati appena sarebbe giunto l’inverno; infatti durante questa stagione i lavori agricoli diminuivano vistosamente e, quindi, la trasferta romana sembrò un ottimo rimedio contro l’inevitabile disoccupazione.
Come menzionato nelle pagine iniziali di questo capitolo l’Associazione dei braccianti romagnoli ebbe in subappalto i lavori di bonifica nel litorale romano; però, contrariamente a quanto si possa pensare, l’iter che portò i braccianti ad aggiudicarsi il lavoro non fu dei più semplici. Infatti l’AGOBR nonostante gli ottimi propositi iniziali non disponeva di un lavoro costante né aveva acquisito i capitali necessari per partecipare ai subappalti.
L’Associazione, ai fini di raggiungere l’appalto, coinvolse tutte le autorità politiche di Ravenna e, addirittura, quelle del governo centrale – chiesero aiuto al re Umberto I e all’allora primo ministro Agostino Depretis. Quest’ultimo, da anni sensibile alle vicende del ravennate e alle possibili manifestazioni di rabbia che potevano scatenarsi, usò tutta la sua influenza per aiutare i braccianti ravennati.

L’AGOBR, grazie all’interessamento del governo e della Banca Nazionale, che fornì materialmente l’aiuto finanziario, riuscì anche a trovare i soldi da versare per la cauzione alla ditta che aveva vinto l’appalto, La Canzini Fueter e C.
Una volta ottenuta la sicurezza economica dell’appalto, il presidente dell’Associazione bracciantile, Armando Armuzzi, si recò in visita nell’Agro romano dove, in breve tempo, organizzò gli alloggi per i braccianti che, di lì a poco, sarebbero arrivati nel litorale. L’Armuzzi si accorse immediatamente che le spese per impiantare i lavori di bonifica sarebbero state enormi e, tramite il Comune di Ravenna, fece pervenire a Depretis una richiesta di anticipo (lire 30.000) per iniziare l’opera. Oltre alla preoccupazione che derivava dalle spese da sostenere per l’esecuzione delle opere, il Presidente romagnolo si preoccupò degli alloggi e della loro sistemazione che, alla luce delle pessime condizioni in cui erano quelli preesistenti, sembrava davvero ardua.
La zona che più destava preoccupazione era quella dell’antico borgo di Ostia che presentava una grave condizione di insalubrità e fatiscenza; le esalazioni provenienti da una antica ansa del fiume Tevere che a causa delle piene del fiume era stata tagliata fuori creando una precaria igiene in tutta la zona. Il 15 maggio 1884, finalmente, ci fu la firma del contratto di subappalto e la concessione ai braccianti dei biglietti di libera circolazione sulle ferrovie che collegavano Ravenna a Fiumicino e il primo novembre 1884, il Direttore Generale delle “Strade Ferrate Romane” comunicava la decisione di garantire ai lavoratori uno sconto del 60% sul biglietto di terza classe e, inoltre, venne applicato un ulteriore ribasso sul trasporto degli arnesi da lavoro.
Il treno speciale che partì dalla stazione di Ravenna alla volta della Capitale era ricco di preoccupazioni ma anche di tanta voglia di far bene (da sempre i braccianti ravennati si erano distinti per l’impegno, la tenacia e le lotte per l’affermazione dei propri diritti). Come ricorda giustamente Giuseppe Lattanzi nel saggio L’AGOBR e l’impresa di Ostia: preparazione e partenza, la partenza dei romagnoli avvenne in due diversi momenti: un primo gruppo di 40 operai partì per Roma il 16 novembre 1884; un secondo partì lunedì 24 novembre 1884, data fondamentale per la storia del movimento cooperativo.

La partenza fu tranquilla e il tragitto addirittura entusiasmante: venute a conoscenza del loro passaggio, gli abitanti di diverse città accorsero lungo la ferrovia per portare il loro saluto ai lavoratori di Ravenna.
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Cartolina commemorativa
della bonifica
Il treno, dopo la sosta a Falconara, arrivò a Fiumicino nella tarda sera del 25 novembre 1884; da lì tutti i lavoratori scesero e, presero alloggio presso il palazzo del conte Benicelli. Il Presidente Armuzzi, l’indomani, comunicò a Ravenna il felice esito del viaggio. I quasi 500 braccianti romagnoli giunti nelle Campagne romane, si divisero in due squadre di lavoro destinate in due aree di bonifica distinte: ad Ostia andarono 220 lavoratori, mentre a Fiumicino 242. L’atmosfera quasi festosa che aveva contraddistinto il viaggio da Ravenna a Roma si spense appena i lavoratori videro la desolante plaga che li aspettava. Lo sconforto fu subito enorme e le belle canzoni cantate durante il viaggio sembrarono subito un ricordo lontanissimo quasi remoto.
Poco dopo la tristezza e lo sconforto mutarono in rabbia e, appena giunsero i dirigenti della Cooperativa, i braccianti iniziarono a protestare con tutte le loro forze denunciando la terribile condizione di quelle terre che, a loro giudizio, avrebbero causato solo morte e miseria rendendo vano ogni tentativo di bonifica. Ad alzare ulteriormente la tensione ci si mise anche un guardiano del posto che, con fare quasi ironico, disse ai braccianti che in quelle terre non avrebbe vissuto neanche il demonio.
Di fronte ad una situazione del genere molti sarebbero tornati nella loro terra d’origine preferendo sgomitare per un lavoro anziché averlo tranquillamente ma in condizioni quasi disumane. I braccianti romagnoli, invece, restarono nel litorale romano e dimostrarono tutta la loro tempra e la loro attitudine al sacrificio.
BIBLIOGRAFIA

  • Pane e Lavoro, Storia di una colonia cooperativa: i braccianti romagnoli e la bonifica di Ostia, di G. Lattanzi, V.Lattanzi, P. Isaja - Marsilio Editori, Venezia 1986, pp. 20-21.
  • Le bonifiche in Italia dal’700 a oggi, di Bevilacqua P. e Rossi-Doria M. - Laterza, Bari 1984.
  • La Bonifica dell’Agro romano, dall’Unità d’Italia al Fascismo. Studi sociali e lotta antimalarica, di Palliccia Paolo (tesi di laurea) - Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Roma 2002
  • L’AGOBR e l’impresa di Ostia: preparazione e partenza, di Lattanzi Giuseppe, in G. Lattanzi, V.Lattanzi, P. Isaja, Pane e Lavoro, Storia di una colonia cooperativa: i braccianti romagnoli e la bonifica di Ostia - Marsilio Editori, Venezia 1986.
  • Leggi e regolamenti per il bonificamento dell’Agro Romano, di Celli A. - Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1929.
  • L’Agro romano nella seconda metà dell’Ottocento, di Lattanzi Giuseppe, in G. Lattanzi, V.Lattanzi, P. Isaja, Pane e Lavoro, Storia di una colonia cooperativa: i braccianti romagnoli e la bonifica di Ostia - Marsilio Editori, Venezia 1986.
PER ULTERIORI APPROFONDIMENTI:
Chiunque volesse conoscere da vicino l’attività lavorativa che contraddistinse l’epopea dei braccianti ravennati, può recarsi in visita presso l’Ecomuseo del Litorale romano curato dal Prof. Paolo Isaja, che, fra l’altro, è responsabile della CRT – Cooperativa Ricerca sul Territorio – che da anni gestisce il Polo Espositvo Ostiense avvalendosi del prezioso ausilio di: Regione Lazio, Assessorato Cultura e Assessorato Opere e Reti, Comune di Roma, Comune di Ravenna e altri.