In bilico tra mondi diversi (Russia e Germania, oriente e occidente, paganesimo e cristianesimo) la Polonia è sempre stato un enigma nella percezione collettiva europea. Dalle popolazioni proto-polacche insediatesi nei primi secoli dopo Cristo fino all'ascesa della dinastia dei Piast nel X secolo, il Paese baltico si forma intorno a un'idea di unità nazionale che viene quasi subito minacciata dai mongoli a est e dai tedeschi a ovest. Un destino che non sarebbe mutato nei secoli a venire
L'identità nazionale
nella storia della Polonia
(Prima Parte)
di VALERIO PERNA
Premessa
L'immaginario collettivo europeo ha difficoltà a comprendere i valori dell'identità nazionale dei polacchi in conseguenza del processo di trasfigurazione allegorica e metaforica che hanno subito. I contenuti si sono trasformati in rappresentazioni apparentemente illogiche, talvolta anche deformate, ma ciò nonostante indispensabili per venire a capo di quello che è stato definito, a torto o a ragione, l'enigma polacco.
L'accettazione del cristianesimo romano nel 966 e il conseguente avvicinamento alla cultura latina trasformarono la Polonia in un avamposto del cristianesimo occidentale proiettato verso oriente e avviarono un confronto plurisecolare con la Russia. La posta in gioco era l'affermazione sull'area di "mezzo", ossia sulle regioni e sulle popolazioni rutene. L'influenza polacca si affermò nei secoli XV e XVI, poi iniziò a rifluire nel corso del XVII, fino a venire sopraffatta e sottomessa nel secolo successivo. La perdita dell'indipendenza nazionale provocò uno shock emotivo. Nei momenti difficili, la realtà si trasfigurò in rappresentazioni irrazionali di tipo simbolico e mitico, le reazioni emozionali sostituirono la lucida riflessione, il passato fu idealizzato per sostenere la cultura nazionale in assenza dello stato.
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W. Kossak, Le due spade (1909)
La rinascita della Polonia indipendente dopo la Grande Guerra sembrò riportare il giusto equilibrio, ma il martirio subito durante la Seconda Guerra mondiale scavò una voragine emozionale. Anche lo slancio della ricostruzione fu subito raffreddato dalla normalizzazione e poi dal disagio sopportato in quarant'anni di governo comunista. La reazione condusse verso la frequentazione religiosa, che divenne l'unico sistema per alimentare le speranze e lenire le ferite. Le chiese divennero il luogo dove i polacchi manifestavano il patriottismo, difendevano l'identità, idealizzavano il passato. Il fondatore del noto quotidiano Gazeta Wyborcza, Adam Michinik, ha scritto: "In quei momenti il vile diventa un eroe, l'affarista un filantropo, l'adoratore raffinato del pensiero razionalista diventa il forte declamatore del catechismo nazionale e il figlio fedele della Chiesa. Questa è la Polonia".
I polacchi si sono resi liberi, indipendenti e democratici nel 1989 dopo dieci anni di lotta condotti tramite il sindacato indipendente Solidarnosc. Hanno superato con successo un'epoca di forti tensioni, ma si sono trovati di fronte agli scenari della transizione. In primo luogo hanno voluto chiudere i conti con la verità storica gridando ad alta voce quello che in precedenza poteva essere solo sussurrato, poi hanno chiuso il cerchio della sicurezza nazionale attraverso l'adesione alla NATO, infine hanno imboccato la via della crescita economica con l'ingresso nell'Unione Europea. Contemporaneamente alle questioni pubbliche, i singoli hanno cercato l'affermazione personale e il successo economico affrontando le difficoltà del passaggio dall'economia pianificata a quella di mercato. Ne è derivato un malessere diffuso che si avvia solo oggi verso la composizione.

La Polonia dei Piast
Le popolazioni proto polacche, appartenenti al gruppo degli slavi nord occidentali, probabilmente originarie dei Carpazi settentrionali, si insediarono nei primi secoli della nostra era nei territori dell'attuale Polonia. L'ondata migratoria più consistente si verificò tra il VI e l'VIII secolo. All'inizio del X secolo, le tribù erano organizzate intorno a tre nuclei di insediamento: i polani si erano stanziati lungo il medio bacino del fiume Warta nella regione denominata Grande Polonia e avevano stabilito a Gniezno la loro capitale; i vislani si erano insediati lungo l'alto corso della Vistola e Cracovia era il loro centro principale; altre tribù erano in fase di organizzazione lungo l'alto bacino dell'Oder. Nel corso del secolo, tra i polani di Gniezno si affermò una dinastia, originata dalla mitica figura di Piast. I suoi eredi e successori crearono un ampio ducato che incluse, oltre ai territori della Grande Polonia, anche la Mazovia e la Pomerania orientale. Mieszko I, il padre materiale e spirituale della Polonia, ereditò quei possessi nel 960 e si propose di assumere il controllo delle regioni meridionali, sottoposte alla forte pressione dei boemi, e della Pomerania occidentale, governata dai signori locali. Il programma era realizzabile solo attraverso la costituzione di un forte potere centrale. Fu probabilmente tale esigenza che spinse Mieszko I ad avvicinarsi alla religione cristiana nel 966: la nuova fede avrebbe costituito un valore aggregante per tutti i ducati e conferito al re la forza necessaria per ridimensionare le pressioni esterne ai confini sud-occidentali. La realizzazione di quei progetti fu agevolata dal matrimonio con una principessa boema e dal favore dell'imperatore Ottocarro. Mieszko introdusse quindi in Polonia il cristianesimo romano e realizzò pienamente il suo programma estendendo l'autorità della corona sulla Pomerania occidentale, sulla Slesia, su Cracovia. In quel tempo comparve il termine Polska e gli abitanti di quelle terre vennero chiamati "polacchi", ossia uomini della pianura.
Il sistema di successione adottato dai Piast, che prevedeva la divisione dei ducati tra i numerosi eredi, favorì la frammentazione ai danni dell'autorità centrale. Dalla seconda metà dell'XI secolo, la divisione della Polonia in ducati regionali era un fatto compiuto, anche se formalmente venne mantenuto il nome di Regni Poloniae, coniato al momento della incoronazione di Mieszko III a Cracovia nel 1076. Da quel momento e fino a tutto il XIII secolo, i quattro ducati di Slesia, Mazovia, Grande Polonia, Piccola Polonia, ebbero storie separate, pur avendo in comune la stessa dinastia, l'unica Chiesa, il culto per san Stanislao vescovo di Cracovia.
Quel periodo storico sviluppò la concezione della Polonia dei Piast, ossia della omogeneità nazionale, attraverso la sovranità esercitata sulle regioni storiche di Grande Polonia, Slesia, Cuiavia, Mazovia, Piccola Polonia, Pomerania orientale. L'epoca dei Piast divenne poi un valore di riferimento per tutte le concezioni politiche favorevoli a un paese compatto, etnicamente unito. Vi fece riferimento il ministro britannico George Curzon nel dicembre del 1919, quando formulò la sua proposta sul confine orientale dello Stato polacco in via di ricostituzione, e vi attinse anche la propaganda comunista dopo il 1945, per affermare che Stalin aveva ricondotto i polacchi sui territori dei Piast.

L'idea jagellonica
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L'unione di Lublino in
un dipinto di J. Matejko (1869)
Nel XIII secolo due nemici formidabili si affacciarono sul territorio polacco: i mongoli da oriente, i tedeschi da occidente. Negli anni 1241, 1259, 1287, le orde mongole invasero la Polonia. Le devastazioni furono limitate alle regioni sud-orientali per la strenua resistenza che seppero opporre le città fortificate di Legnica nel 1241, di Sandomierz e Cracovia nel 1287. Più consistente e duratura fu la minaccia tedesca portata dai Cavalieri dell'Ordine teutonico, incautamente sollecitati nel 1266 a stabilirsi nel territorio di Chelm dal duca Corrado di Mazovia e Cuiavia. I cavalieri, che dovevano difendere le regioni polacche dalle incursioni delle tribù baltiche ancora pagane, intrapresero un'astuta politica di espansione, sia verso la Prussia controllata dai baltici, sia verso la regione costiera della Pomerania dove favorirono la massiccia immigrazione dei coloni tedeschi, attirandoli con le garanzie e i privilegi.
Le pressioni esterne favorirono le intese tra i duchi polacchi, che accettarono di porsi sotto l'autorità del duca di Cuiavia, proclamandolo re a Cracovia con il nome di Ladislao I. Il figlio di questi, Casimiro III, salì al trono nel 1333 e raccolse in eredità una Polonia unita, ma ancora molto debole. Dovette cercare soluzioni di compromesso con i boemi per la Slesia e con i teutonici per la Pomerania orientale. Quei sacrifici ad occidente furono compensati dalla politica di espansione verso le regioni sud-orientali (il ducato di Halicz) abitato dalle popolazioni rutene. Casimiro III è considerato, dopo Mieszko I, il secondo fondatore della Polonia, perché seppe restituire dignità alla Corona regni Poloniae. La sua politica di espansione fu ispirata dai magnati di Cracovia, interessati alle rotte commerciali verso i bacini dei fiumi orientali. Alla fine del XIV secolo, quel disegno venne perfezionato con la proposta di unire in matrimonio il granduca lituano Jagellone e la giovanissima principessa polacca Jadviga, pronipote del ramo ungherese di Ladislao I.
L'atto di Kreva fu concluso nel 1385. Jagellone si impegnò a convertire se stesso e il suo popolo al cattolicesimo e a unirsi in matrimonio con Jadviga, nel frattempo divenuta regina di Polonia. Così Jagellone riunì, in unione personale, il Granducato di Lituania con il Regno di Polonia. I suoi successori mantennero il trono per duecento anni, fino al 1572, quando iniziò l'epoca dei re elettivi. Il nuovo stato polacco-lituano-ruteno abbracciò un territorio esteso dal mar Baltico fino al mar Nero, che giungeva ad est fino a Smolensk e si estendeva su un milione di chilometri quadrati. Durante il XV secolo venne risolta anche la partita con i Teutonici. I Cavalieri furono sconfitti a Grundwald (1410) e a Wilkomierz (1435) e costretti a concludere la pace di Torun. Solo un grave errore politico, commesso dal re Sigismondo I nel 1525, permise la secolarizzazione del ducato di Prussia sotto la dinastia degli Hohenzolern, e con esso la permanenza stabile dell'elemento tedesco alle foci della Vistola.
La realizzazione dello Stato polacco-lituano-ruteno trasse origine dalle comuni esigenze di difesa, ma si trasformò nel tempo in un modello di società multietnica. Fu definito l'"idea jagellonica" e divenne oggetto di un profondo contrasto storiografico. L'orientamento positivo colse nel duraturo processo di integrazione dei tre popoli la formazione di una nazione unita dagli interessi comuni e legata dal senso di fedeltà verso la corona. L'interpretazione negativa evidenziò l'artificiosità della composizione, che nascondeva sotto la formula del comune sentimento nazionale l'intenzione di procedere alla polonizzazione dei lituani e dei ruteni, solo vagamente leali verso uno stato che li proteggeva. Nonostante i contrasti, la concezione jagellonica identificò la tendenza a includere nell'ambito culturale polacco le regioni orientali e le città di Vilnius, Leopoli, Grodno per costituire una grande patria, collocata al centro dell'Europa e investita del compito di stabilizzare gli equilibri est-ovest.

La Repubblica nobiliare e la concezione sarmatica
Il regno degli ultimi jagelloni, Sigismondo I e Sigismondo II Augusto, fu caratterizzato dalla crescita dell'influenza esercitata dalla nobiltà sulla gestione del potere. La nobiltà polacca
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Giovanni III Sobieskj
aveva ottenuto terre e titoli, l'intangibilità dei diritti acquisiti, la prerogativa di trasmetterli agli eredi. L'appartenenza alla classe nobiliare era diventata quindi una questione di nascita che assicurava l'indipendenza economica e la conseguente aspirazione a ottenere quella politica. Insieme all'alta nobiltà magnatizia, si affermò anche la media e piccola nobiltà (szlachta). Questa raggiunse, nel XV secolo, il dieci per cento della popolazione e creò uno stereotipo culturale che finì per identificarsi con i valori del polonismo (polkosc). Il tentativo di restaurare l'autorità del sovrano, intrapreso dalla regina italiana Bona Sforza moglie di Sigimindo I, venne fortemente osteggiato fino a portare il paese sull'orlo della guerra civile.
All'inizio del XVI secolo la lotta di potere tra la corona e la nobiltà subì una svolta e furono poste le basi per il governo della "democrazia" nobiliare. Nel 1505 la Dieta impose al re il divieto di legiferare senza la sua approvazione. Ma anche la nobiltà non era unita. La classe magnatizia e la nobiltà minore si affrontavano nella lotta di potere. Quest'ultima ebbe la forza per far approvare dalla Dieta due disposizioni che limitavano fortementeil potere dell'alta nobiltà: la prima prevedeva il divieto di cumulare le più cariche pubbliche, la seconda trasferiva le competenze per l'assegnazione delle terre dal Consiglio della corona alla Dieta stessa sulla quale la nobiltà minore esercitava un efficace controllo. Per consuetudine, la Dieta prendeva le sue decisioni all'unanimità. Tutti i componenti finivano per approvare, nell'interesse generale, le decisioni che raccoglievano la maggioranza dei consensi. Tale prassi consolidata rimase in vigore fino al 1652, quando per la prima volta fu esercitato il liberum veto, che non era codificato in nessun documento ma era approvato tacitamente per riconoscere e difendere la libertà nobiliare. Il XVI secolo segnò quindi l'apogeo della piccola e media nobiltà che affermò le sue prerogative nei confronti della corona, dei magnati, e anche delle città, verso le quali nutriva diffidenza perché portatrici di valori ritenuti negativi, come il commercio e la politica. Una considerazione a parte era invece riservata ai mercanti ebrei che erano integrati nel sistema signorile con il compito di smerciare nei centri abitati quello che la nobiltà produceva nelle campagne.
Nella seconda metà del secolo XVI risultò evidente la difficoltà dello Stato polacco-lituano a mantenere integra la sovranità nelle regioni orientali. La potenza della Russia si era consolidata e la guerra per il controllo della Livonia (1563-1570) si concluse a suo favore. La sconfitta fece approdare la Corona polacca e il Granducato di Lituania all'Unione di Lublino (1569), con la quale i due stati decisero di fondersi e di superare la fase dell'unione personale nella figura del sovrano. Il nuovo regno si estendeva su 800.000 chilometri quadrati e amministrava sette milioni e mezzo di sudditi. Nel 1597 la capitale fu trasferita a Varsavia in conseguenza della sua posizione geografica più centrale.
Alla morte di Sigismondo II Augusto, nel 1572, si estinse la dinastia degli Jagelloni e la nobiltà minore impose la propria volontà assegnando alla Dieta di convocazione l'autorità di eleggere il re con il sistema della votazione per testa. Il sovrano eletto avrebbe dovuto accettare i pacta conventa, ossia una serie di limitazioni che gli impedivano di governare senza il favore della Dieta. La forma di governo dello Stato polacco-lituano-ruteno si trasformò così in una Repubblica nobiliare (Rzeczpospolita).
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I cavalieri teutonici
Il potere acquisito dalla nobiltà minore si rifletteva nell'organizzazione interna. I nobili avevano stabilito nei loro possedimenti una condizione giuridica simile a quella del re: nessuna autorità era a loro superiore. Le prerogative di tale status giuridico diventarono l'egalitarismo e la fraternità: tutti i nobili godevano degli stessi diritti e tra loro si sentivano uniti da un vincolo fraterno tanto da rivolgersi l'uno all'altro con l'appellativo di "signor fratello". Il nobile polacco non era solo dedito alla politica, era anche homo ludens. La vita sociale era infatti diventata la sua attività prevalente e di conseguenza aveva sviluppato la cura delle forme, il senso della teatralità, la conversazione brillante, gli incontri conviviali. La vita sociale era organizzata secondo libere scelte. I circoli nobiliari si costituivano, si rinnovavano, si scioglievano, senza vincoli di sorta.
Quelle abitudini svilupparono nella nobiltà un modello culturale che fu definito "sarmatismo". Il termine derivava dagli antichi sarmati di origine indo-iraniana provenienti dal bacino del Don che in poca precristiana si erano stabiliti nelle pianure dell'Europa centrale. Venne amplificato il mito, frutto di antiche leggende, della discendenza dai sarmati. L'autorevolezza della discendenza fu integrata dal principio della libertà nobiliare e della sua tutela. A quei valori venne conferito un crisma di sacralità, tale da renderli intangibili nel tempo. La libertà nobiliare venne mitizzata fino a diventare aurea libertas.
Il sarmatismo assunse, nella Polonia del XVI secolo, un significato politico. Fu avvalorato come l'elemento di unificazione di tutti i nobili della Repubblica a qualsiasi nazione appartenessero e andò a rappresentare la sintesi di due valori comuni: il polonismo e il senso della libertà. Così le popolazioni delle pianure orientali impararono a identificare il polacco con il nobile e con la superiorità culturale. La nobiltà, sia polacca che polonizzata, agevolava quella identificazione per distinguersi dai ruteni e dai lituani che appartenevano alle classi sociali inferiori, senza percepire che ciò creava divisioni e generava un senso di ribellione nella popolazione delle campagne. Un altro punto debole del sarmatismo fu il suo distacco dalle istanze progressiste provenienti dall'Europa occidentale dove si preparava l'avvento della rivoluzione tecnica e scientifica. La concezione della superiorità e dell'autosufficienza della cultura nazionale frenarono l'acquisizione delle innovazioni per favorire l'esaltazione degli antichi legami con l'Asia. In epoca contemporanea, l'accezione negativa del sarmatismo è stata accentuata. La storiografica comunista lo ha giudicato (così come l'idea jagellonica) un ulteriore artificio per orientare le altre nazioni della Repubblica nobiliare verso i valori della tradizione polacca.
(1 - Continua)
 
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