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Dopo la smobilitazione seguita alla vittoria del 1918, i tentativi di riorganizzazione delle forze armate si scontrarono con la resistenza dei vertici militari. E l'appoggio dato al fascismo fu in realtà funzionale alla conservazione di rendite di posizione. A dimostrazione della mancanza di una politica che andasse oltre l'assoggettamento esteriore dell'esercito alla retorica di regime
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L'esercito italiano dal dopoguerra al fascismo
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Nata con la pretesa di durare pochi mesi, la Grande guerra si tramutò in un'immane sacrificio di uomini e mezzi. Le classi dirigenti nazionali, ossessionate dallo spettro di una sconfitta che non avrebbero potuto gestire, consegnarono le sorti del paese nelle mani dei vertici militari, avallando l'incredibile tributo umano ed economico che questi richiesero, sebbene ciò fosse spesso la conseguenza dell'inadeguatezza dell'apparato militare. Fu una guerra moderna, ma i contendenti vi si adeguarono in corsa. E non tutti avevano alle spalle le tecnologie e la mentalità necessarie.
L'Italia riuscì a vincere sull'impero austro-ungarico, ma gli storici sostanzialmente concordano nel ritenere che pesarono più le debolezze strutturali dell'avversario che i meriti di chi infine ebbe la meglio. Sta di fatto che, una volta terminato il conflitto, fu necessario riportare gli assetti militari a un livello congruo con lo stato di pace e comunque ripensati per il futuro. Sorsero così anche in Italia due questioni politiche di grande rilievo: la smobilitazione e la riorganizzazione delle forze armate. E come spesso accade, in esse e da esse ne tracimavano altre.
Il contesto socio-politico era decisamente agitato. Gli enormi profitti di guerra e l'ostinata volontà a non privarsene da parte di chi li aveva conseguiti contrastavano con la situazione in cui versava il mondo bracciantile e operaio. La lezione russa condizionava gli uni e gli altri. Altri soggetti politici, come i popolari e le varie fazioni della destra, aumentarono il potenziale di contrapposizione frontale nella società italiana. I liberali e i democratici, nervo dell'assetto di potere tradizionale, entrarono in una crisi irreversibile, schiacciati dalla propria ambiguità e dall'indecisione di fronte alle grandi questioni che i tempi ponevano.
In tutto questo, i militari naturalmente non rimasero semplici spettatori. La posizione raggiunta durante la guerra e il prestigio, non sempre meritato, proveniente dalla vittoria crearono le condizioni per la stabilizzazione delle gerarchie esistenti. Quella che Giorgio Rochat chiama la «tradizionale separazione tra esercito e paese» venne rinnovata, nonostante fosse evidente che molte cose non avevano funzionato tra il 1915 e il 1918 e che non tutte fossero dipese dall'esclusiva responsabilità di Raffaele Cadorna, esautorato dopo Caporetto.
La direzione dell'esercito ebbe buon gioco nel mantenere la propria autonomia decisionale sul governo di Vittorio Emanuele Orlando, che peraltro decise di non affrontare il problema della smobilitazione (con enorme aggravio sulle finanze pubbliche) per mantenere una sorta di forza contrattuale durante le trattative di Parigi. Le dimissioni di Orlando, seguite proprio al fallimento del suo tentativo di ottenere i risultati internazionali sperati, aprirono uno scenario nuovo.
Il nuovo primo ministro, Francesco Saverio Nitti, iniziò ad esigere un'impostazione finanziaria più rigida dai suoi collaboratori al governo, consona alle gravi difficoltà contabili del periodo. Al ministro della guerra, il generale Alberico Albricci, pur nominato su consiglio di Armando Diaz e di Pietro Badoglio, fu richiesto di affrontare entrambi i temi scottanti a cui abbiamo accennato prima. Fu così intrapreso un iter per la smobilitazione e un ordinamento provvisorio dell'esercito.
Tuttavia, la posizione delle gerarchie militari risultava pressoché inattaccabile e di conseguenza l'ordinamento venne interamente elaborato a immagine e somiglianza della mentalità vigente tra i generali. In primis, l'assetto dell'esercito doveva restare quello tradizionale, quindi un esercito permanente (detto "di caserma") fondato su un'ampia struttura affidata a un numero elevato di ufficiali. Tale forma è rivelatrice rispetto agli intenti di chi la mise a punto: si voleva conservare innanzi tutto la caratteristica di "ceto" dell'apparato militare, cioè di un gruppo reso omogeneo dal distacco dal resto del corpo sociale; la suggestione della "nazione armata", ovvero del coinvolgimento di tutta la cittadinanza attraverso la leva generalizzata breve, molto in voga negli ambienti dei reduci e degli ex-interventisti, era vista come una minaccia all'integrità delle forze armate e perciò respinta con forza. Albricci e i suoi capi intesero, con questo strumento, avvantaggiare se stessi e la propria lobby, gli ufficiali appunto, mettendosi al riparo dai tagli finanziari e da qualsiasi velleità riformatrice.
D'altronde un vero e proprio dibattito politico sul tema non ebbe luogo, né in questa occasione né in quelle che si avranno più in là con i vari nuovi progetti di ordinamento fino al 1925. Le poche voci dell'opinione pubblica che si occupavano di questioni militari erano demandate da giornali e partiti ad appartenenti ai quadri militari stessi, quindi il dissenso poté essere facilmente contenuto. Tuttavia, l'aver barattato con i vertici dell'esercito la gestione del settore militare per qualche taglio di bilancio non giovò di certo a Nitti. Fu un errore grave, un'imperdonabile leggerezza.
I generali di cui parliamo non erano solo dei tecnici. A modo loro facevano politica: alcuni, come il generale Gaetano Giardino, erano noti per le proprie posizioni aggressive in politica estera e reazionarie in politica interna (si vociferò anche di un suo progetto golpista nell'immediato dopoguerra). Chi non era apertamente reazionario era comunque conservatore e non certo moderato. L'aver loro permesso di ricoprire un ruolo di direzione non solo tecnico ma anche politico, contribuì a indebolire l'esecutivo.
La questione del riordino dell'esercito fu ereditata dal successivo ministro della Guerra, Ivanoe Bonomi, dall'unità d'Italia il secondo capo del dicastero non proveniente da ambienti militari. Ma invece di trarre da tale "laicità" un vantaggio in termini di autonomia e di opportuno decisionismo, Bonomi altro non fece che dare il nome a tale ordinamento, lasciando che entro certi parametri economici l'esercito lo compilasse da sé. Il risultato fu una ovvia riaffermazione delle posizioni conservatrici, con la variante di una limitazione della durata della leva. Tale ordinamento, dal carattere comunque provvisorio, durò fino al 1923.
I nodi più spinosi non vennero affrontati. Scopo di questa manovra era quello di evitare contrasti coi vertici dell'esercito in un frangente a dir poco delicato; ma il risultato andava in una direzione completamente opposta a quella desiderata, poiché sul versante tecnico non contrastava l'incipiente crisi dell'apparato militare, mentre su quello della saldatura istituzionale fallì completamente. L'errore stava nella mancata comprensione dell'orientamento culturale dei generali, nell'illusione, cioè, che bastasse dare loro quasi tutto quel che chiedevano per credere che avrebbero difeso le istituzioni statutarie.
Si dimenticava che anche il corpo militare era entrato nel vortice della progressiva polarizzazione della politica italiana. Le mancate prese di posizione del governo rafforzavano nell'esercito l'idea di trovarsi di fronte a governi deboli. Un invito, a chi era già propenso, a credere che fosse necessaria una soluzione d'autorità, in grado di riportare l'ordine sociale con l'uso della forza e di praticare una politica estera aggressiva ed espansionista.
Nell'ultima fase del secondo mandato di Nitti, Bonomi lasciò temporaneamente il ministero della Guerra. Dopo di lui si insediò Giulio Rodinò, che rimase in carica per soli tre mesi per poi cedere nuovamente l'incarico a Bonomi, sotto l'ultimo dei governi di Giovanni Giolitti (giugno 1920). Rodinò non ebbe alcun rilievo nella complessa vicenda militare del primo dopoguerra.
Con la caduta di Giolitti, determinata dalla debacle elettorale dell'estate del 1921, l'esecutivo venne affidato allo stesso Bonomi, che designò alla Guerra Luigi Gasparotto. È proprio a costui, liberale di sinistra ma anche interventista e vicino agli ambienti dei reduci, che si deve l'unico contributo organico di politica militare che non ebbe come scopo il soddisfacimento degli interessi costituiti di cui abbiamo già lungamente parlato. L'ordinamento che prese il suo nome era condizionato da quelle che venivano chiamate le teorie dell'esercito "di lancia e scudo", secondo le quali il nucleo dell'apparato militare doveva essere snello ma altamente specializzato e preparato, in modo da potersi estendere all'occorrenza. Si trattava di un modello contrapposto a quello tradizionale della caserma e del ceto. Da qui, ovviamente, la ferma opposizione del neonato Consiglio dell'Esercito (un organismo varato dall'ordinamento di Bonomi e composto dai generali più alti in grado, che andava a sostituire il ruolo del Capo di Stato Maggiore). In realtà, nonostante Gasparotto si fosse rivelato abile nel suscitare un certo favore nell'opinione pubblica, il governo di cui faceva parte non aveva sufficiente forza politica per sostenerne il progetto. E gli stessi generali, non potendo avversarlo apertamente, cercarono in ogni modo di rinviarne l'adozione con interminabili discussioni. Con la successiva caduta del governo Bonomi cadde anche il tentativo modernizzatore di Gasparotto. Siamo giunti al febbraio 1922.
A questo punto si verifica un fatto sintomatico del mutamento dei rapporti di forza nella politica nazionale. Il nuovo Consiglio dei Ministri è presieduto da Luigi Facta, fedelissimo di Giolitti. Il dicastero della Guerra venne inizialmente affidato a Giovanni Amendola, ma le destre posero il veto e ottennero che la poltrona andasse al nazionalista Pietro Lanza Di Scalea, che per sua stessa ammissione non era minimamente competente in materia. Ne deduciamo due cose: le destre condizionavano pesantemente il margine di manovra di Facta; i generali non avevano più ostacoli e, anzi, trovavano nei nazionalisti e nei fascisti un valido strumento per rinsaldare il proprio potere.
È con ogni probabilità in questo frangente che si consolida nei vertici militari il fascino per quella che chiameremo l'ipotesi del "corridoio eversivo". Tale espressione riconduce alla scelta di preservare le proprie posizioni attraverso l'appoggio a quei partiti che perseguivano l'abbattimento dello schema politico-istituzionale vigente.
Fondamentale in tal senso appare la parabola personale di Diaz, che si era visto negare da Nitti e Bonomi la carica di Ispettore generale dell'esercito, appositamente creata per lui nel quadro dell'ordinamento provvisorio di Albricci. Non è dato sapere se egli fosse al corrente delle modalità e delle tempistiche esatte della Marcia su Roma, ma il suo risentimento per la politica tradizionale determinò sicuramente la fine della sua neutralità filo-governativa. Ad ogni buon conto, Mussolini ne farà di lì a poco il ministro della Guerra.
Tuttavia, lo spostamento a destra della linea di governo non potè eludere la sostanza contabile della crisi dell'esercito, poiché le finanze statali non permettevano neanche a un ministro "amico" come Lanza Di Scalea di avallare le ingenti spese previste. Di nuovo i tagli di bilancio ci restituiscono una chiara fotografia della politica militare italiana: sotto il profilo formale si accontentava la lobby ma la traduzione pratica di questo proposito era fuori portata, sicché - come accadrà ancora costantemente durante il fascismo, con conseguenze disastrose sulla resa bellica - il modello di esercito non venne concretizzato. Diversi autori affermano che questo atteggiamento denota in realtà la mancanza assoluta di una politica militare italiana, almeno fino all'intervento in Libia (1931) e forse addirittura per tutta la durata del regime mussoliniano.
Così, la consegna delle riforme nelle mani dei generali fu fermata per ragioni economiche, sebbene occorre ricordare che stavolta la polemica anti-apparato di coloro che avevano sostenuto l'opera modernizzatrice di Gasparotto fu mossa con una certa abilità politica (addirittura il gerarca fascista De Vecchi firmò una relazione parlamentare critica verso la restaurazione auspicata dal Consiglio dell'Esercito).
I nazionalisti, unica sponda oltranzista dei generali, rimasero improvvisamente isolati. Tuttavia questo sussulto di intervento sul tema da parte del partito fascista rimase assolutamente circoscritto, in quanto la maggiore preoccupazione di Mussolini era a questo punto la presa del potere, che non poteva in alcun modo prescindere dal favore della lobby militare. Mussolini si adoperò per garantire la lealtà della sua formazione nei confronti del re e dell'esercito e non tollerò alcuna dissidenza né alcuna illazione sull'argomento.
Da questo momento il problema dell'ordinamento non ebbe più alcuna rilevanza; si sarebbe tornati a parlarne all'indomani dell'insediamento di Mussolini a capo del governo. L'ultimo ministro in carica, Marcello Soleri, abbozzò un piano da sottoporre all'esercito, di tipo ancora una volta tradizionale.
Il Consiglio dell'Esercito continuò a operare. Anche il 28 ottobre, nel pieno della "marcia su Roma", gli alti graduati - con l'eccezione di Diaz, che si trovava a Firenze - si riunirono in una seduta a dir poco surreale, interrogandosi sull'opportunità del tesseramento al partito fascista degli ufficiali.
La famosa frase di Badoglio sulla possibilità di neutralizzare il tentativo di golpe che si stava profilando («al primo fuoco il fascismo crollerà»), pronunciata a metà ottobre 1922, non è sintomo della neutralità dell'esercito, bensì, al contrario, dell'isolamento di questo personaggio dalle alte sfere militari, le quali invece convergevano più o meno apertamente sulla soluzione eversiva. Protagonista dei contatti che avvennero in questo teso frangente tra capi del fascismo e vertici delle forze armate fu la massoneria di Piazza del Gesù, alla quale appartenevano diversi alti graduati dell'esercito nonché il potente ammiraglio Paolo Thaon di Revel. È acclarato che nei suoi spostamenti da Napoli a Milano alla vigilia della "marcia" Mussolini incontrò Raul Vittorio Palermi, che di questa loggia era il gran Maestro.
Ovviamente non stiamo cercando di avvalorare alcuna ipotesi dietrologica. La dittatura fu instaurata in Italia non tramite un complotto. Intendiamo sottolineare che l'esercito non fu neutrale nello scontro finale tra bande fasciste e governo liberale e che questo atteggiamento fu frutto sia di una vasta simpatia dell'apparato verso l'ipotesi autoritaria, sia di un vero e proprio accordo: i generali avrebbero dissuaso il re dall'intervenire e Mussolini li avrebbe ricambiati con riconoscimenti personali, valorizzazione dell'immagine e del ruolo dell'esercito e assoluto beneplacito rispetto alla gestione dell'apparato.
Questo accordo fu materialmente intavolato per mezzo di quella parte della massoneria italiana che abbiamo già citato, desiderosa anch'essa di godere del favore del nuovo establishment che si poteva insediare con Mussolini.
Dunque, il quadro dei rapporti tra esercito e nuovo governo si può riassumere in due concetti: assoggettamento esteriore dei militari alla retorica fascista e mantenimento di una autonomia residuale ma ineccepibile delle forze armate. Risultato di questo duplice indirizzo furono la nomina di Diaz a ministro della Guerra del primo governo Mussolini e il varo del nuovo ordinamento a firma dello stesso generale.
La redazione di tale ordinamento si ispirò in maniera intransigente alla linea tradizionalista dell'esercito di caserma, favorendo soprattutto gli ufficiali e con nessun riguardo per il problema delle macchine e della tecnica. Il problema centrale per Diaz fu quello di affermare e cristallizzare la separazione dell'esercito dal paese e rinsaldare il potere del Consiglio, che venne mantenuto in vita.
Una sorta di epurazione interna al vertice militare fu effettuata con la sostituzione di Grazioli - pure vicino al fascismo - con Tassone, a causa del favore che il primo aveva accordato al tentativo di riforma di Gasparotto. Un episodio che dimostrerebbe ancora una volta la forza del 'partito conservatore' dentro le forze armate e l'autonomia di cui esso godeva nei confronti del fascismo, quantunque ormai questo fosse giunto al potere.
Tuttavia furono le questioni di bilancio a far esplodere le contraddizioni del progetto Diaz, dato che il ministro fascista delle Finanze, Alberto De Stefani, fece pressione su tutti i dicasteri, incluso quello della Guerra, perché si adoperassero nel contenimento delle spese. Venne allo scoperto l'incredibile sproporzione tra la quota stanziata per il mantenimento del corpo ufficiali e quella per le truppe, nonché una serie di altre diseconomie che non sfuggirono alla critica di ampi settori del nuovo regime.
Diaz decise quindi di dimettersi, adducendo motivi di salute ma in realtà proprio a causa dei tagli di bilancio dell'esercito. Fu chiamato a succedergli il generale Antonino Di Giorgio.
Il nuovo ministro si sforzò di riordinare l'apparato di terra cercando di imporre maggiori economie ma rimanendo entro il solco della tradizione; tuttavia la sua scarsa abilità "politica" gli inimicò sia i generali del Consiglio sia le nuove gerarchie del potere, nonostante la sua convinta adesione al fascismo. È in questa fase che esplode la tensione a seguito del delitto Matteotti.
Di nuovo la vicenda dell'esercito torna centrale come alla vigilia della marcia su Roma, poiché intorno a questa istituzione e ai suoi comandanti si accumulano le speranze dei vecchi liberali-democratici di poter scardinare il fascismo: il teorema consisteva nel credere che solo l'esercito potesse garantire la limitazione materiale e morale degli eccessi squadristici, sicché occorreva contrastare l'opera di Di Giorgio, che con i suoi drastici tagli sminuiva la forza di questa arma. Essi finirono, dunque, per appoggiare la posizione reazionaria di Giardino e del Consiglio, i quali pur in momentanea polemica con Mussolini, non rappresentavano di sicuro una garanzia per il ritorno alla normalità statutaria.
Come accadde per altre questioni e altri ministeri in quegli anni convulsi, alla fine il nodo venne sciolto dallo stesso Mussolini, che assunse ad interim anche la direzione di questo dicastero, dopo le dimissioni di Di Giorgio nell'aprile 1925. Con questa mossa il duce ricostituì quella che Rochat chiama «la naturale alleanza» tra generali e fascismo, che si avvalse del solito compromesso: stato autoritario, ora più che mai, ed esercito forte, cioè finanziato ed adeguatamente onorato, specie per quanto riguardava i membri del Consiglio. Storicamente parlando si può affermare che con questo scambio della primavera del 1925 (da cui prenderà forma l'ordinamento definitivo dell'esercito in vigore per tutto il ventennio, firmato da Mussolini ma redatto dai generali Cavallero e Badoglio) il fascismo sigilla la propria vittoria sulle opposizioni politiche, garantendosi l'appoggio dei vertici militari, mentre questi ultimi consolidano il trionfo dell'ala conservatrice degli alti ufficiali e immobilizzano ogni spinta innovatrice, gettando in tal modo le basi del disastro militare delle campagne militari italiane della Seconda guerra mondiale tra 1940 e 1943.
Neanche nei primi anni Trenta, quando si ebbe la certezza che le maggiori potenze mondiali stavano mettendo in piedi delle macchine belliche con un vasto impiego di tecnologie e grandi investimenti pubblici, il regime e i militari diedero l'impulso alla modernizzazione dell'apparato. Ci furono fiumi di chiacchiere, una sfarzosa propaganda, ma gli unici esperimenti del fascismo in questo ambito, tragicamente coronati da successo, furono le guerre terroristiche in Libia ed Etiopia.
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BIBLIOGRAFIA
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Mussolini il fascista: la conquista del potere, di R. De Felice - Einaudi, Torino 1966
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L'esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini, di G. Rochat - Laterza, Roma-Bari 1967
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Aspetti territoriali e politici della produzione bellica in Italia (1923-43), di F. Minniti - "Clio", n. 4, 1977
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