Tra il 25 e il 29 aprile 1945 la truppe tedesche che sino a poche settimane prima si erano difese sulla linea Gotica vengono costrette alla resa dopo un’ultima battaglia nell’area del parmense. A ottenere la consegna delle armi sarà la Força Expeditionaria Brasileira.
La sacca di Fornovo
di PAOLA TANZI
Passata alla storia con il nome di Sacca di Fornovo, l’ultima battaglia della Resistenza e degli alleati contro le truppe nazifasciste si svolse nei giorni successivi la Liberazione. E forse proprio per questo fu presto dimenticata.
Si è soliti far terminare la Resistenza italiana il 25 aprile 1945 con la liberazione di Milano e quanto ne conseguì. Ma i tedeschi erano ancora presenti sul suolo italiano, e in particolare sui territori limitrofi la Linea Gotica (Gotenstellung), che, istituita dal feldmaresciallo Albert Kesselring nel 1944 con lo scopo di fermare l’avanzata alleata, si protraeva lungo l’arco appenninico dividendo di fatto l’Italia a cavallo dell’Emilia-Romagna.

La liberazione di Bologna e il conseguente mutamento dell’assetto tattico-militare aveva spinto le truppe tedesche, ormai asserragliate in suolo ligure (non si dimentichi che proprio a La Spezia erano dislocate alcune delle grandi unità naziste), a spostarsi verso il fiume Po in direzione Parma. L’obiettivo era il raggiungimento e il superamento dei passo della Cisa e del Cerreto per una ritirata verso il confine. L’abbattimento della Linea Gotica, sul cui fronte i combattimenti si protraevano da circa otto mesi ? una posizione di stallo che fermò l’avanzata alleata creando non poche difficoltà alla Resistenza del Nord,
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Soldati della FEB
costretta a combattere da sola contro una macchina da guerra quasi perfetta ? spostò la scena della battaglia nella piana del Taro, un affluente del Po, facendo incontrare i reparti della 14a Armata tedesca ? la 90a Divisione Panzergrenadieren del generale Otto Fretter Pico e la 148a Divisione di fanteria leggera al completo ?, a cui si erano aggiunti reparti della Divisione Bersaglieri Italia del generale Mario Carloni, con le truppe alleate della 5a Armata Statunitense guidata dal generale Lucien K. Truscott, la Força Expeditionaria Brasileira (FEB) del generale Joao Batista Mascarenhas e gli uomini della neonata divisione partigiana Val Ceno comandata da Ettore Cosenza, alias Trasibulo.
Lo spostamento lungo le statali 62 e 63 in direzione Parma si era materializzato nei primi giorni del 1945 e stando alla messaggistica della n.1 Special Force ? agenzia di spionaggio inglese ? di stanza in Emilia, già al 24 gennaio si contava «la presenza di 5000 unità della Monte Rosa nella zona Cisa-Pontremoli con artiglieria leggera e pesante».
La missione britannica Envelope Blue segnalava tra il 24 ed 25 aprile l’arrivo sulla statale 62 delle truppe alpine del IV reggimento Hochgebirgsjäger (i cacciatori di montagna) con gran parte della 148a Divisione e l’arrivo a Parma di alcune colonne tedesche della 232a Divisione di fanteria.

L’imminente liberazione delle zone emiliane agevolò la dislocazione delle armate nella piana del Taro, interessando le zone che si estendono tra Collecchio e Fornovo. Al presidio brasiliano della FEB, stanziato a Montecchio, si allinearono lungo la via Emilia già dal 21 aprile gli uomini della Divisione Val Ceno, organizzatasi il 10 marzo 1945 per opera del Comando Unico di Parma comprendendo la 31a Brigata d’Assalto Garibaldi “Forni”, la 31a Brigata “Copelli”, la 32a Brigata “Monte Penna”, la 135a Brigata “Mario Betti” e la 78a Brigata SAP, per un totale di circa 2.716 uomini. L’intento era quello di fermare l’avanzata di circa 15.000 soldati equipaggiati con armi e mezzi pesanti.
Il 25 aprile i partigiani, che ormai avevano accerchiato il nemico, intimarono «la resa incondizionata degli uomini, la consegna delle armi, delle munizioni e dei mezzi di trasporto e il disinnesco di tutte le mine». Resa rifiutata dai tedeschi, che non avrebbero mai accettato di arrendersi a una formazione di uomini non inquadrati nell’esercito regolare. Non va dimenticato che lo stesso Kesselring, nelle sue Memorie, fece più volte riferimento alle “bande” partigiane, di cui non si conoscevano né nomi, né localizzazioni. Ed è proprio il termine dispregiativo di banda che dimostra come le formazioni partigiane non fossero riconosciute dagli alti comandi tedeschi e, sino a poco tempo prima, dagli stessi alleati.
Le manovre di dislocamento si ampliarono il 26 aprile quando il comando della 31a Brigata d’Assalto “Copelli”, che operava nella valle Taro, si collegò ad elementi della Va Armata, iniziando un rastrellamento che spinse le truppe nazifasciste verso Collecchio. Iniziava così l’operazione Kessel, la sacca. Lungo la via Emilia ed il Taro si protrassero le incursioni ed i combattimenti. Fornovo e le sue terre divennero in quei giorni un «luogo di concentramento».

Il 27 aprile il colonnello Nelson De Mello intimò nuovamente la resa alle truppe del maggiore Kuhn, che rispose evasivamente: il comando brasiliano decise di affrettare i tempi e muoversi da Collecchio a Respiccio in direzione Fornovo.
Racconta il colonnello Schoenleben del 4° Hoch: «La sera del 27 aprile parlai con i comandanti di compagnia spiegando la mia intenzione di capitolare poiché un comando superiore non esisteva più e lo sfondamento verso le Alpi non sembrava più possibile. Alcuni degli ufficiali e sottoufficiali presenti, allo spettacolo delle Alpi che si vedevano risplendere oltre la pianura padana, consideravano ancora la possibilità di aprirsi un
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La resa tedesca
passaggio per tornare possibilmente a casa, alle loro famiglie, e non essere fatti prigionieri. Questo però poteva attuarsi solo se il 4° Hoch avesse marciato compatto aprendosi un varco verso Nord. Considerando il tributo di sangue che avremmo ancora dovuto attenderci, non mi volli assumere questa responsabilità e preferii rinunciare al comando del battaglione ma non si trovò nessun ufficiale o sottoufficiale disposto a sostituirmi. Così fu decisa la resa».
Alle 13 del 28 aprile 1945 si mossero le colonne della FEB da Collecchio-Pontescodogna e da Neviano-Respiccio in direzione Fornovo per stringere il cerchio attorno ai nazifascisti e giungere alla resa. Per accelerare i tempi la battaglia fu spostata dalla sinistra alla destra del Taro. I tedeschi cercarono la fuga verso Felegara e i combattimenti proseguirono sino al 29 aprile; alla fine furono catturati circa un migliaio di prigionieri.
Intanto alle 16 del 28 aprile le truppe della Força Expeditionaria Brasileira avevano varcato il ponte di Fornovo. «Vi intimo la resa incondizionata al comando delle truppe regolari dell’esercito brasiliano che sono pronte ad attaccarvi. Siete completamente circondati e nell’impossibilità di qualsiasi ritirata. Chi vi intima è il comandante dell’avanguardia della divisione brasiliana che vi accerchia. Aspetto entro il termine di due ore la risposta al presente ultimatum». Il colonnello Nelson De Mello, del 6° reggimento della FEB, ottenne la resa definitiva dei reparti della 148a Divisione di fanteria del generale Fretter Pico il 29 aprile.

Fu stabilito che la piana di Pontescodogna fungesse da zona di consegna. Iniziarono alle 13 a giungere le prime autoambulanze con i feriti più gravi. Proseguirono i soldati: ognuno di essi all’entrata al campo lasciava un’arma. Alle 18 dello stesso giorno si consegnò il generale Carloni della Divisione Italia, per il quale i tedeschi avevano chiesto le stesse condizioni di resa riservate agli ufficiali della Werhmarcht, con tutto lo Stato Maggiore. Proseguiva intanto la colonna della resa delle armi, il cui mucchio aumentava di ora in ora. Alle 12 del 30 aprile si presentò l’ultimo uomo: era il generale Otto Fretter Pico, comandante della 148a Divisione tedesca con 31 ufficiali del suo Stato Maggiore, la maggior parte dei quali veterani dell’Afrika Korps di Rommel.
La guerra era finita. Sulla piana di Pontescodogna, nella valle del Taro, tra Fornovo e Collecchio, una distesa di uomini: più di 15.000 prigionieri, oltre 1.000 catturati nei giorni compresi tra il 25 e il 29 aprile. E una montagna di armi.
Nel campo, prigionieri, un miscuglio di uomini e di razze: gli italiani della Divisione Italia, della Monterosa, della San Marco (1500 uomini, secondo il Bollettino informazioni del Comando Unico Ovest Cisa, definite dai brasiliani «un battaglione ridotto»); i soldati della Wehrmacht, sotto l’alto comando del generale Von Vietinghoff Scheel, sostituto di Kesselring, non semplici rimasugli di un esercito in ritirata, ma ingenti forze che traevano origine, in parte, dalla divisione elitaria dell’Afrika Korps di Rommel, i cui veterani erano stati inquadrati nella 148a divisione che i brasiliani avevano già conosciuto nella battaglia di Castelnuovo di Garfagnana nell’ottobre del 1944, e i reparti della 90a Divisione Panzergrenadieren.



BIBLIOGRAFIA
    R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, 1983, Torino.
  • E. Cosenza, La Sacca di Fornovo. Aprile 1945, Istituto Storico della Resistenza di Parma, Parma, 1975.
  • U. Delsante (a cura di), La guerra a Collecchio. Popolazione, partigiani ed eserciti di occupazione nel secondo conflitto mondiale, Amministrazione comunale di Collecchio, 1995.
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  • J.B. Mascarenhas De Moraes, A FEB pelo seu comandante, Istituto progresso Editorial S.A, São Paulo, 1947
  • AA.VV., Sentieri partigiani della provincia di Parma. Itinerari della memoria nell’Appennino parmense, a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Parma, Tipolitografia Stamperia, 2006, Parma.
  • M. Minardi, M. Storchi (a cura di), Messaggi dall’Emilia. Le missioni n.1 Special Force e l’attività di intelligence in Emilia 1944-1945, ClioFonti1, 2003, Parma.
  • K. Schroeder, Dort, wo der Adlerhaust. Geschichte des Hochgebirgsjäger-Bataillons 4. Eine Cronik aus den Jahren 1943-1945, Eingenverlag, Owsschlag 1989.