Una interessante documentazione sulla campagna
di stampa organizzata dal fascismo per indurre
gli italiani a "credere" con entusiasmo alla guerra
coloniale scatenata nel 1935 contro il Paese africano

SALUTATE E ANDATE
IN ABISSINIA

di ERMANNO TANCREDI
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Così il fascismo presentava gli
africani agli italiani
"Il 2 ottobre 1935 l'Italia dichiarò guerra all'Etiopia, o, come si diceva in quegli anni, all'Abissinia". Con questa frase strettamente cronachistica si apre una pubblicazione di grande interesse per quanti vogliono conoscere e approfondire la propria conoscenza della politica coloniale italiana durante il fascismo: si tratta del catalogo di una mostra che ha avuto luogo a Milano nel 1998. Il titolo di questa pubblicazione è Ti saluto e vado in Abissinia, il sottotitolo Propaganda, consenso, vita quotidiana, attraverso la stampa periodica, le pubblicazioni e i documenti della Biblioteca Nazionale Braidense. (ricordiamo che il titolo è ripreso da una delle canzoni create per l'occasione dai parolieri politici del regime: ndr). Caratterizzato da interventi che a informazioni dettagliate affiancano profonde analisi, il catalogo è un'ampia panoramica sugli strumenti che il fascismo utilizzò per suscitare consenso e partecipazione popolare intorno a un'avventura quantomeno controversa. Come spiega nel suo intervento Angelo Del Boca - storico tra i maggiori d'Europa, esperto in Storia delle Colonie - "... l'attenzione non è tanto rivolta alla campagna militare e alle reazioni del mondo all'aggressione fascista ad uno Stato libero e sovrano, quanto alla macchina propagandistica impiegata dal regime per mobilitare gli italiani, renderli partecipi e complici dell'impresa, convincerli della legittimità, della bontà e della fatalità della spedizione africana". Una profonda disamina, quindi, delle tecniche di comunicazione di massa - materia più che attuale - nel periodo di acme della popolarità del duce: come spiega sempre Del Boca, "...mai, nella storia del "ventennio", si è registrato una così totale adesione alle direttive del regime, una così cieca obbedienza alle parole d'ordine pronunciate da Mussolini. Per quasi due anni - continua del Boca -, dalla primavera del 1935 all'autunno del 1936, gli italiani dimenticano di vivere in uno Stato di polizia, di essere irreggimentati a forza nelle varie organizzazioni del Partito nazionale fascista (Pnf). Dimenticano le incursioni delle squadracce fasciste, la marcia su Roma, l'assassinio di Matteotti. Dimenticano tutto pur di non rompere l'incantesimo creato dalla promessa del duce che anche l'Italia avrà il suo impero, il suo "posto al sole"". Lo storico ricorda come il sogno di ripercorrere i fasti di un impero caduto millecinquecento anni prima si sia trasformata in un'allucinazione collettiva, che non risparmiò nemmeno personalità quali Elio Vittorini, Romano Bilenchi, Vasco Pratolini. E aggiunge: "Inutilmente, dall'estero, dove hanno trovato rifugio, antifascisti come Luigi Longo, Carlo Rosselli, Ruggero Grieco, Pietro Nenni, cercano di aprire gli occhi agli italiani, smitizzando l'impresa africana evidenziandone gli aspetti perversi e antistorici.
Dei loro appelli, (...) non arrivano, complice la polizia, che echi lontanissimi". Tra gli strumenti - esposti alla mostra e riportati nel libro - che convinsero gli italiani della legittimità e della sicurezza dell'impresa vi sono libri, giornali, quotidiani, vignette umoristiche, testi di canzoni. Insomma, tutto quanto potesse apparire su supporto cartaceo, corroborato - giova ricordarlo - dalla potenza della radio. Un vero e proprio bombardamento mediatico, testimonianza della promessa di "un'esaltante avventura - scrive Del Boca - in un paese ricco di terre fertilissime e di minerali preziosi. E soprattutto promettono un'avventura facile, con pochi rischi, e con esiti sicuri, inebrianti". Consenso totale, quindi; ma anche delusione totale. "L'Impero consacrato sui "colli fatali di Roma" non durò che cinque anni - conclude lo storico-. Non appagò la sete di terre dei contadini italiani nullatenenti. Non fruttò ricchezze, come era stato promesso, ma soltanto lutti e sofferenze. L'avventura africana, voluta dal fascismo e sostenuta dal popolo italiano, ebbe il costo astronomico di 40 miliardi di lire dell'epoca". Rossana Bossaglia, all'epoca bambina di cinque anni, ricorda un'Italia insofferente alle bacchettate della Società delle Nazioni, in particolare di quei membri - Francia e Inghilterra - che hanno colonie in ogni angolo del pianeta e che impediscono al Paese di avere altrettanto. E rammenta le espressioni di quell'autarchia che divenne un comandamento: "La diffusione del "raion", per esempio, come tessuto sostitutivo della seta e del cotone, era guardata con simpatia, e le vignette che la sollecitavano, per lo più condotte con mano spiritosa ed elegante, erano in sintonia con una generale disponibilità psicologica". Il richiamo alle vignette porta automaticamente a considerare il ruolo giocato in quegli anni dai professionisti del disegno, che sfruttano l'occasione per dare un tocco di modernità alla propria opera, in particolare con le immagini destinate a manifesti e riviste.
Scrive Rossana Bossaglia: "La lezione futurista (...) utilizzava la semplificazione plastica e compositiva propria dei grandi artisti usciti dall'esperienza del movimento novecentista: primo tra tutti il grande Sironi". Ma non solo: erano presenti Marcello Dudovich e Walter Molino, quando si trattava di raggiungere un pubblico avvezzo alle tematiche e alle forme del liberty e dell'art déco; il mitico Achille Beltrame, con le copertine de La Domenica del Corriere quando era necessario sensibilizzare le masse. "La propaganda aveva (...) come speciale forza la possibilità di usare un linguaggio moderno di grande vitalità; gli artisti venivano stimolati dai contenuti a escogitare moduli vivaci e comunicativi. Di qui, e nell'atmosfera psicologica di cui dicevo in esordio, una generale intonazione ottimistica e persino festosa che si sarebbe presto spezzata sugli spalti di una realtà dai toni ben diversi". La Braidense non poteva non avere un occhio di riguardo per la sua città, Milano; anche alla luce del fatto che proprio nel capoluogo lombardo, nel marzo 1919, nacque il fascismo. Ma come sottolinea Ivano Granata, autore dell'intervento al riguardo, "le elezioni politiche dell'aprile 1924 dimostrarono ampiamente la debolezza del fascismo milanese. Pur vincitrice, la "Lista nazionale", comprendente i fascisti e i liberali "fiancheggiatori", conseguì, di fronte a una media nazionale del 66,3%, solamente il 38, 44% dei voti validi".
Col tempo, l'orientamento mutò, e anche Milano cedette all'entusiasmo generale che suscitava nel Paese la guerra d'Etiopia. "Va tuttavia - continua Granata - rilevato che (...), pur essendovi nell'insieme un consenso ampio alla politica del governo, non mancarono da parte della cittadinanza riserve e rilievi critici (...), in particolare da parte degli intellettuali e degli industriali, a ulteriore riprova di una
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Un guerriero etiopico caduto
in mano alle truppe fasciste
precaria compattezza del consenso fascista anche in quegli ambienti dove maggiormente avrebbe dovuto essersi sviluppato". Una volta cessate le ostilità e conquistata "l'Africa orientale", i principali quotidiani d'Italia - oltre alle ovvie lodi alla potenza militare fascista - evidenziarono un altro risultato di grande importanza: la capacità del regime nell'aver saputo unire intorno ad un'idea un popolo tradizionalmente "anarchico" qual è quello italiano. Lo scrisse - manco a dirlo - il Popolo d'Italia, giornale del duce; ma lo scrisse anche un'istituzione qual il Corriere della Sera, che soffermò la propria attenzione anche sui rapporti tra l'elemento femminile e la guerra: "Essa (la donna, ndr) vi ha partecipato con tutto il proprio ardore: non solo come madre, come sposa, come sorella dei nostri prodi combattenti, ma anche come guardiana del focolare domestico, come regolatrice di tanta parte dell'economia nazionale". L'apoteosi a Milano si raggiunse il 9 e il 10 maggio del 1936, rispettivamente in occasione della proclamazione dell'Impero e di un solenne Te Deum di ringraziamento: le cronache del tempo narrano di "... dimostrazioni della grande anima ambrosiana, tutta impeti e ardori, magnifica di slancio patriottico e di gagliarda fierezza", e di un Duomo "colmo di folla", frutto di una "partecipazione libera e spontanea". Il consenso, come abbiamo già detto, fu nazionale. Ed è facile capire perché: come si legge nelle pagine curate da Mirella Mingardo, "Il 25 giugno 1935 il Sottosegretariato per la stampa e la propaganda, diretto da Galeazzo Ciano, veniva trasformato in Ministero, giungendo a centralizzare tutta la politica culturale del paese: dai libri all'informazione, dal turismo allo spettacolo". Insomma, non si parlava d'altro. Ma vien fatto di pensare che fosse normale, soprattutto dopo aver letto l'impressionante serie di cifre sui mezzi di informazione riportata da Angelo Del Boca: "530 mila radio private, (...) 11 mila apparecchi posti nelle scuole e nelle sedi di organizzazione del regime, (...) 81 quotidiani, (...) 132 periodici politici, i cinegiornali e i documentari dell'Istituto Luce". In più, un esercito di 164 giornalisti, di cui 120 volontari tra i quali due personalità quali il direttore del Corriere della Sera Aldo Borelli e il suo collega del Messaggero Francesco Malgeri. Questo il compito dei cronisti, riportato dalla Mingardo: "...tratteggiare un quadro ideale dell'impresa (...), mettere in risalto la gratitudine delle popolazioni indigene affrancate dal dispotismo scioano, glorificare il soldato-contadino che alterna l'uso del fucile a quello della vanga".
L'appoggio alla guerra venne anche da ambienti cattolici: alla prudenza di Pio XI - e alla soffocata opposizione di don Sturzo - si contrappose la totale adesione dei fondatori dell'Università Cattolica di Milano, padre Agostino Gemelli, Vico Necchi e Francesco Olgiati; del cardinal Schuster; dell'Azione Cattolica. Cessate le ostilità, si verificò una felice produzione di quelli che oggi vengono chiamati "istant-book", cioè i libri che riportano la dettagliata cronaca di avvenimenti appena accaduti, scritti dai protagonisti degli stessi avvenimenti. Così i "militari" Emilio De Bono, Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani appesero il fucile e impugnarono la penna, affidandole le loro personali cronache. Nel catalogo si ricorda l'enorme successo dell'opera di Badoglio, La guerra d'Etiopia, stampato in ottantamila copie nel corso di cinque edizioni. Interessantissima testimonianza di quel che fu agli occhi degli italiani quella guerra sono le 207 lettere indirizzate a Roberto Farinacci, custodite dalla Biblioteca. Inviategli da amici, cittadini, autorità locali, non costituiscono un documento rilevante a fini storico-politici, ma riflettono "un aspetto non secondario della vicenda: quello del sostegno popolare. (...) In particolare ci consentono di delineare meglio la figura di Farinacci, quale personaggio di rilievo del fascismo di provincia, nonché di ricostruire un segmento di storia del costume". Non potendo soffermarci su ogni singolo aspetto di questa corrispondenza, ci limitiamo a segnalare come - complice una stampa che faceva "apparire questa nostra epopea del west come un set cinematografico, dove sì, si muore e si uccide davvero, ma anche dove tutto si trasforma in spettacolo" - Farinacci fosse continuamente richiesto di inviare fotografie autografate, con uno sfondo di "colore locale" o dei "campi di gloria".
Va da sé che il ras di Cremona non ci pensò due volte e sfruttò questa occasione per "incrementare la compagine dei simpatizzanti". La pubblicazione si chiude, com'è giusto, con le testimonianze degli esponenti dell'antifascismo comunista, socialista e di Giustizia e Libertà. Concordi nella condanna dell'azione italiana in Abissinia, tuttavia gli oppositori non trovarono intese sul programma d'azione da contrapporre al regime: "Socialisti e comunisti - si legge nel libro - prediligevano l'attività in campo internazionale, i giellisti consideravano l'avventura africana un affare interno la cui risoluzione incombeva ai soli italiani". Il catalogo si sofferma quindi su un congresso internazionale di forze di sinistra tenutosi a Bruxelles il 12 dicembre 1935, dal quale emersero proposte di richiesta di sanzioni, da inoltrare agli organismi internazionali competenti (richieste che incontrarono l'opposizione dei bordighiani, convinti che altre sanzioni non avrebbero che rafforzato il consenso attorno al regime). Val la pena di ricordare - per concludere - che agli inizi del '36, essendo l'esito della guerra ancora incerto, organi quali l'Avanti! e il Nuovo Avanti annunciarono un'imminente caduta del fascismo e il prossimo rientro degli esiliati in Italia. Fu, purtroppo, un eccesso di entusiasmo.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Ti saluto e vado in Abissinia, a cura di Patrizia Caccia e Mirella Mingardo
viennepierre edizioni, pag. 160, £ 30.000 - Milano 1998
Il libro può essere ordinato anche via fax (02.46.07.69) o via E-mail (viennepierre@iol.it)


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